Perché gestire il diabete di un figlio è un lavoro

VITE PAZIENTI – Maia è fortunata. È nata in una famiglia che ha gli strumenti per comprendere la sua neonata malattia, il diabete di tipo 1, e per gestirla in maniera efficace. Il diabete è una patologia complessa, specie per un bambino. È una condizione che ti cambia la vita, ma spesso non abbastanza.

“In molti, semplicemente, quando va bene riescono a prendere tutti i farmaci che devono. Ma sono poche le famiglie che rivoluzionano la propria alimentazione intorno alla nuova condizione del figlio o della figlia”, mi racconta Marina Cingolani. Lei è traquesti genitori e cura con estrema attenzione l’alimentazione di Mai. “Senza privazioni”, precisa, “solo evitando cibi che a lungo andare sono nocivi per mia figlia, come alimenti che contengono molti zuccheri”.

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Retribuzioni: i nuovi rapporti di lavoro sono sempre meno pagati. I numeri

Una nota rilasciata da Istat qualche giorno fa sulle retribuzioni orarie nel settore privato sottolinea due aspetti importanti. Primo, nel 2016 i nuovi rapporti di lavoro sono risultati meno pagati rispetto a quelli già in essere, con una retribuzione oraria pari a 9,99 euro, più bassa del 18,4% rispetto a quella dei rapporti esistenti, pari a 12,25 euro l’ora. Il valore mediano della retribuzione media, ovvero quello situato a metà della distribuzione, è pari a 11,06 euro nel 2014 e a 11,21 euro nel 2015 e nel 2016. Una crescita dunque tutto sommato inesistente, soprattutto se la confrontiamo con la retribuzione oraria media che è cresciuta dal 2014 al 2015 (da 13,80 euro a 14,01 euro) ma si è abbassata fra il 2015 e il 2016, raggiungendo nell’ultimo anno i 13,97 euro orari.

Questo nonostante la quota dei cosiddetti low pay jobs, cioè i lavori sottopagati, sia ufficialmente scesa dal 2014 al 2016, anche se a Sud si rimane ancora sopra il 10%. Diciamo “ufficialmente” perché Istat considera per ovvie ragioni solo i rapporti di lavoro regolari.

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Conflitti di interesse e salute, un libro per capire meglio il rapporto tra medici e case farmaceutiche

In questi giorni è balzata di nuovo alle cronache, come avviene ciclicamente, la questione delconflitto di interesse in ambito biomedico. A riportare l’attenzione sulla faccenda è stata una puntata della nota trasmissione Le Iene, che metteva sotto i riflettori il presunto conflitto di interesse del Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Walter Ricciardi, che il 19 dicembre ha annunciato che lascerà la guida dell’istituto ben prima della naturale scadenza del suo incarico nell’agosto 2019. La motivazione fornita è “per potersi dedicare pienamente all’attività di ricerca e accademica”, anche se non si esclude che al centro della decisione non ci sia anche un rapporto non felice con l’attuale governo. Non ci sono dunque relazioni con l’attacco mediatico subito.

La puntata de Le Iene ha lasciato nei giorni successivi una scia importante di commenti e considerazioni. In particolare, al centro della diatriba sono state le domande che la giornalista scientifica Amelia Beltramini, che da una vita si occupa di conflitti di interesse in ambito sanitario, ha sollevato dai microfoni del programma. A partire dal fatto che nelle pagine dell’ISS non è pubblicato un elenco completo dei conflitti di interesse del suo presidente, né questi ultimi sono stati elencati all’atto della nomina.

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Salute: una famiglia a basso reddito spende in media 25 euro al mese

Secondo le recenti elaborazioni su dati Istat presenti nel Rapporto OASI 2018, una famiglia con un reddito basso in Italia spende in media ogni mese per la propria salute un decimo di quanto spende una famiglia appartenente al gruppo di reddito maggiore: 25 euro contro 254 euro, fra medicinali, cure dentistiche, dispositivi biomedicali e assistenza. La quinta e la quarta classe di reddito, che rappresentano il 35% delle famiglie, assorbono da sole quasi il 60% della spesa sanitaria, un dato in linea con quello della spesa generale (circa il 55% del totale).
La prima e l’ultima classe di reddito rappresentano ognuna il 5% della popolazione e contano rispettivamente per l’1,8% e il 13,7% della spesa totale. Le classi rappresentano le famiglie non solo in termini di spesa, ma soprattutto in termini di caratteristiche sociali, economiche, demografiche, geografiche e culturali. La metà delle famiglie appartenenti al primo gruppo risiede nelle regioni del Sud, quasi un componente su cinque è disoccupato e tre su quattro non hanno un diploma. Meno della metà delle famiglie appartenenti a questo gruppo ha speso almeno un euro in sanità nell’ultimo anno, percentuale che sale al 70% fra le famiglie del secondo gruppo e all’80% fra quelle del terzo gruppo. Per arrivare al 90% fra le famiglie che appartengono alla classe di reddito più elevato. Questo ultime risiedono prevalentemente al Nord, uno su sei è un imprenditore o un dirigente e uno su tre ha almeno la laurea.
Il peso della malattia incide molto di più in proporzione sul totale della spesa delle famiglie man mano che si scende verso i redditi più bassi. Se consideriamo il totale della spesa mensile e quanto pesa in percentuale l’ambito sanitario, scopriamo che la distanza fra il primo e il quinto gruppo non è elevata tanto quanto la quantità di spesa: le famiglie più povere spendono il 3% dei loro guadagni in sanità, le famiglie più ricche il 4,6%.
È interessante osservare la scomposizione della spesa sanitaria che varia a seconda dei gruppi di reddito.

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