Ecco perché i dottorandi non sono felici

La salute mentale dei dottorandi necessita urgentemente di maggiore attenzione”. Così titola l’ultimo editoriale di Nature  , raccontando i risultati di un sondaggio condotto su 6.300 studenti di dottorato di tutto il mondo, proseguendo in maniera altrettanto netta: “l‘ansia e la depressione negli studenti di dottorato sta peggiorando. La salute della prossima generazione di ricercatori ha bisogno di un cambiamento sistematico nel modo di fare ricerca”. Il 75% dei dottorandi intervistati si dice generalmente soddisfatto della propria esperienza di ricerca, ma uno su tre (il 36%) ha cercato aiuto per combattere ansia o depressione durante il proprio percorso. Due anni fa lo stesso sondaggio aveva rilevato che il 78% degli intervistati era soddisfatto della propria attività. Non a caso lo scorso maggio a Brighton si è tenuta la prima conferenza internazionale dedicata alla salute mentale e al benessere dei ricercatori all’inizio della loro carriera.

La domanda che sorge spontanea è perché i PhD sono in ansia. Chi ha almeno un amico o un parente che lavora in accademia lo può facilmente intuire: la dinamica fagocitante del publish or perish, legata alla mobilità imposta (quasi il 40% degli intervistati studia fuori dal proprio paese di origine), che ci si sente in dovere di accettare di buon grado, con il sorriso, ma che nasconde un forte senso di precarietà per persone che sanno di non avere più vent’anni, e spesso nemmeno trenta.

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Cosa pensano gli under 35 del mondo che stiamo costruendo

I maggiorenni under 35 circa il loro futuro vedono un bicchiere mezzo vuoto. Le loro opinioni su quello che stanno facendo i leader politici, gli imprenditori e i grandi media sono spesso negative e stanno mutando rapidamente. Dall’ultimo rapporto di Deloitte emerge che nel 2017 il 76% dei giovani riteneva che il mondo dell’impresa potesse avere un impatto positivo sulla società, mentre due anni dopo la percentuale di ottimisti scende al 55%. In generale solo il 26% degli under 35 oggi pensa che entro un anno l’economia mondiale migliorerà, contro il 45% che aveva risposto in questo modo nel 2017 e nel 2018.

Ma è davvero mero pessimismo, o piuttosto una maggiore consapevolezza della responsabilità delle istituzioni, nell’ottica di una svolta davvero sostenibile per il pianeta? Dalle risposte non emerge uno scoramento passivo: i ragazzi sono delusi dalle istituzioni, e critici nei loro confronti, ma in modo proattivo. Non è la precarietà del posto di lavoro, la paura di rimanere disoccupati a farli arrabbiare. Le loro critiche riguardano principalmente la miopia delle istituzioni pubbliche e private rispetto all’urgenza di cambiare il modo di fare business.

Alla domanda su quali ambiti sono prioritari, il 46% dei millennials intervistati da Deloitte ha risposto di pensare che il proprio lavoro possa avere un impatto positivo per la comunità, una percentuale simile a chi risponde di avere come priorità un salario alto.

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Poveri collaboratori. E povere collaboratrici. Chi sono e quanto guadagnano

I lavoratori cosiddetti “parasubordinati” e i liberi professionisti, specie se giovani, specie se donne, guadagnano troppo poco. Il trend che emerge è netto, sia osservando le statistiche della gestione separata INPS che quelle del rapporto annuale di AdEPP, l’Associazione degli Enti Previdenziali Privati, che comprende anche la sezione dedicata ai liberi professionisti. Mediamente nel 2017 i collaboratori hanno dichiarato alla Gestione Separata di INPS 23.092 euro annui, i professionisti 16.400 euro (ma ricordiamo che la maggior parte dei professionisti dichiarano il fatturato ad AdEPP). I professionisti con cassa invece hanno dichiarano nel 2017 34.021 euro. Si tratta comunque di medie che dicono poco: la situazione è polarizzata, sia per età, che per genere, che per professione specifica, che per numero di committenti che per area geografica.

Pur nell’ambito di una grande variabilità, si possono identificare alcune evidenze: gli uomini hanno un reddito medio molto superiore a quello delle donne, sia fra i professionisti senza cassa che fra quelli con cassa. Dai dati INPS emerge che il reddito medio degli uomini è quasi il doppio di quello delle donne, mentre le libere professioniste iscritte a una delle casse private AdEPP (quindi iscritte a un ordine professionale) guadagnano il 38% in meno dei loro colleghi uomini.

I lavoratori parasubordinati iscritti all’Inps nel 2017 sono 1,2 milioni, in lenta diminuzione dal 2014: 180 mila persone con meno di 30 anni, 868 mila dai 30 ai 59 anni e 218 mila con più di 60 anni. I liberi professionisti iscritti ad AdEPP sono invece 950 mila, su 1,4 milioni di iscritti all’associazione.

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«Come si fanno le cose» di Antonio G. Bortoluzzi

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Caro Antonio,
sarà stato il 1998, forse il 1997, me lo ricordo come fosse ieri, anche perché era la prima volta (e fu l’ultima) che le maestre ci portavano a vedere come funzionava un lavoro. Che probabilmente la maggior parte di noi avrebbe svolto in futuro, vivendo in un luogo così segnato dalla Zona Industriale, con le lettere maiuscole. La destinazione era tre chilometri più in giù, a Fortogna: il Cotonificio. Non ricordo più il nome, era lungo, lo avevo imparato a memoria, ma sempre vent’anni sono passati.
La gita però la ricordo distintamente: la fabbrica era deserta, non c’erano lavoratori, tutto era immobile, tranne noi bambini con qualcuno che ci faceva da guida tra le macchine enormi. Ricordo benissimo che ero a bocca aperta davanti alle rocche di filo che erano giganti rispetto al rocchetto che usava mia nonna per imbastire con la macchina da cucire. Ricordo l’esatto momento in cui ho imparato la parola ‘rocche’: la rocca che fissavo era verde bottiglia. Mi sono immaginata lì “sot paron’ mentre facevo girare tutto questo filo tornando la sera a casa dai miei figli e nel fine settimana salivo in casera, in un Grisol così simile a Piàie… Mi era piaciuto il Cotonificio. È uno dei ricordi più chiari che conservo di quegli anni.

Te lo dico perché mentre leggevo questo tuo libro “Come si fanno le cose” (Marsilio), io sono tornata lì dentro, nel 1998, vivendo quella mia vecchia proiezione d’infanzia. Ero io che guadavo torva Massimo litigare con Valentino alla Filati Dolomiti. Anche per questo, come ti ho scritto in privato l’altra sera, mi sono commossa. Mi sono ritrovata interamente, ma proprio sangue compreso, nelle intuizioni di Valentino e ho riconosciuto in tanti conoscenti l’amarezza di Massimo. Il tuo libro è una catarsi necessaria, una riflessione che spero tanti operai e tanti impiegati abbiano modo di fare, proprio leggendo il tuo libro. Alienazione e libertà, forse il confine non è solo qualcosa che arriva da fuori di noi, dall’assenza di una campanella. Però è anche vero che ci sono piccole cose, apparentemente insignificanti appunto come una campanella, che possono uccidere lungo un vita.
Forse mi sono commossa proprio perché mi ha riportato alla mente tanti sguardi appesantiti che in questi anni ho incontrato.

Spero lo leggano in tanti, intanto grazie per aver raccontato il nostro piccolo mondo, le tante Vite agre, e il “varco”.
‘Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende …)