Per il Cammino di Benedetto. Da Subiaco a Trevi nel Lazio

«Quando ti sembrerà di andare troppo piano, rallenta». Con questo saggio consiglio, Flavio, alpinista e ormai esperto di cammini, mi aveva ammonita poco prima della partenza. Se non è stato sempre possibile rallentare il passo della gamba, date le distanze non banali in alcuni tratti montani da coprire in un certo tempo sotto un sole afoso, è stato quasi sempre possibile rallentare il passo del pensiero, che è il tipo di fretta che più ci affossa.

Questi sette giorni di cammino a piedi da Subiaco a Montecassino, passando per alcune delle Abbazie e Certose più antiche e custodenti del medioevo italico, sono stati per me un’esperienza diversa dal genere di percorsi – c’è chi li chiama Trekking, ma a me questa parola non piace – che sono solita fare in montagna, anche per più giorni, fra i rifugi delle mie Dolomiti. 

Scopro che i paesaggi naturali centro-meridionali sono da un lato tutto sommato vicini ai paesi che attraversano, e alle cittadine – spesso affatto piccole, più grandi dei nostri paesini montani – ma al contempo possono essere molto ‘lontani’ dal nostro tempo. O forse sono io che ho vissuto una settimana con il telefono per lo più in modalità aereo, donando a me stessa il ritmo di una vita lontana…

Abbiamo riso parecchio i primi giorni di cammino, fra sentieri antichi, prati, pascoli e boscaglia, per l’affinità di sentirci dentro le scene di Non ci resta che piangere, il famoso film di Roberto Benigni e Massimo Troisi, del 1984. Tutti ricorderanno la famosa scena in cui dopo un temporale in cui si erano riparati sotto una quercia in mezzo alla campagna, Saverio e Mario si ritrovano persi, e chiedono aiuto a un passante. La faccia dei due Grandi è indimenticabile, quando questo contadino dice candidamente loro che si trovano a Frittole, nel 1400 «Anzi, quasi 1500». Quante volte abbiamo immaginato camminando in mezzo ai pascoli senza anima viva, superando cancelli che potevano benissimo risalire a secoli fa, di bussare alla porta di una cascina e sentirci rispondere «Eh, Frittole, quasi 1500! E la macelleria?!?». Questa sensazione di spaesamento è stata diversa dallo spaesamento che provo quando vado in montagna sulle Dolomiti. Piano piano capirò il perché, credo.

I monasteri benedettini di Subiaco sono luoghi dall’umile potenza. Si respira il silenzio delle pietre e dei colori, ed è come se ancora prima di iniziare a camminare, solo stando lì, in realtà avessi già camminato. Sei un ‘pellegrino’ prima ancora di cominciare. I tanti libri letti, la storia studiata all’università e anche dopo, e soprattutto i romanzi storici ambientati nel Medioevo e nella prima età Moderna, hanno delineato in me un immaginario relativo al pellegrino, che fatico a tenere a bada. Eppure mi rendo conto che dovrei liberarmi da questa tara. Il cammino, mi spiegano, è fatto anche per scaricare i fardelli e per procedere con meno aspettative possibile. Non siamo pellegrini del 1.100, proverò a ricordare a me stessa in varie occasioni in questi giorni; siamo tuttavia pellegrini oggi: bisogna solo capire che cosa significa.

Dopo una serata rifocillante con la pastasciuttona dei monaci, la mattina presto arrivo al Sacro Speco con un ricordo familiare. Abbiamo una fotografia a casa, risalente all’estate del 1971, con mia mamma bambina in posa davanti alla porta del Santuario e mia nonna accanto incinta di mio zio. Appena arrivo mi faccio una foto esattamente nello stesso punto con la medesima posa, e gliela mando.

Un cammino per i luoghi Benedettini non può non passare da qui (il Cammino inizierebbe a Norcia, ma noi non potevamo prenderci due settimane). È il luogo in cui il giovane Benedetto (480 circa – 547), trascorse un periodo di eremitaggio, prima di dedicarsi alla vita cenobitica e fondare la Regola che disegnerà l’Europa, per citare Paolo Rumiz. Il santuario, già di per sé un luogo incredibile costruito nella e sulla roccia, pieno di affreschi antichi e casa di alcuni fra i manoscritti più significativi della storia dei Benedettini, custodisce la grotta in cui Benedetto visse nell’anonimato per tre anni. Mi ritrovo a pensare, come mi capita spesso, a quante cose hanno visto quelle pietre e quegli affreschi. Mi colpiscono i ‘graffiti’ lasciati sulle pitture antiche dai ‘ragazzacci’ di duecento anni fa: giovani in visita allo Speco che – come oggi i nostri writers – vollero lasciare la loro firma accanto all’anno in cui avevano messo piede in quel luogo sacro. Sinceramente non mi viene di arrabbiarmi con questi nostri predecessori, sebbene per noi oggi rappresenti uno dei più scandalosi e impensabili vandalismi. Scoprire le loro allegre firme e note ottocentesche sui mantelli di Benedetto dipinti centinaia di anni prima, è vertigine nella vertigine.

Partiamo per la prima meta – Trevi nel Lazio – immersi in una natura verde e morbida, con il rumore dell’acqua che ci accompagna, tipico della Valle del fiume Aniene. In 140 chilometri di cammino che faremo, incontreremo paesaggi molto diversi, e la lentezza con cui si procede a piedi – che mi ritrovo a pensare sia la vera distanza, e i piedi la vera misura delle cose – permette di dilatare l’esperienza in modo inatteso. In treno, tornando a casa sette giorni dopo, mi sembrerà di essere stata via non sette giorni, ma sette mesi. 

È la tappa tutto sommato più semplice e rilassante del cammino: i segnali sono facili da trovare, il dislivello è tranquillo, e ci sono ancora pochi animali in giro. Si è poi freschi: la difficoltà di camminare molti giorni – e vale anche in montagna – è l’accumulo di stanchezza, di eventuali dolori alle gambe o alle spalle per il peso dello zaino… Non ci si improvvisa camminatori: quanto ho imparato io le prime volte che iniziavo ad andare in montagna, su come si prepara uno zaino! Questa esperienza mi ha ribadito l’importanza delle tre accortezze che ho appreso nel tempo: scarpa di ricambio degli scarponi per i tratti asfaltati o o sentieri semplici, per rilassare la schiena e i piedi, Camel bag, e bastonicini. Oltre a uno zaino che non pesi più del 10% del nostro peso. Questi tre elementi, (chiaramente uniti all’essere allenati a percorrere 25 km al giorno con dislivelli positivi di almeno 700 metri) hanno fatto sì che non abbia mai sofferto durante il cammino, se non il caldo dovuto agli oltre 30 gradi anomali a quelle altitudini per maggio, e sia tornata a casa senza dolori o affaticamenti.

Dopo pascoli e ampi prati ricchi di fiori coloratissimi, rifocillati da un super panino alla porchetta alle erbe fatta in casa, superando indenni cancelli con il filo spinato, che scopriremo essere la norma in questa zona – arriviamo a Trevi da monte, in una vecchia mulattiera. Intravediamo il paese fra le foglie come deve essere capitato a tanti nostri predecessori. Da lontano non si vedono auto, o antenne. Sono le cinque, e suonano le campane proprio mentre entriamo in città. Una bella casetta in pietra al Colle Mordani e una birra fresca “battezzano” il nostro Cammino; c’è una partita di calcio, e molti sono accorsi a tifare.

La contemporaneità non la puoi lasciare fuori, ed è una delle prime aspettative da eliminare. Mi trovo a pensare che forse il gioco è proprio il continuo viaggio ‘nel tempo’ fra ciò che era, ciò che è e ciò che è sempre. 

Questi pensieri non hanno certo l’obiettivo di essere una guida al Cammino. Noi ci siamo affidati alla guida ufficiale di Simone Frignani. La trovate qui. Questo invece il sito web del Cammino di Benedetto con tutte le informazioni.

Le altre tappe sono qui.

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