Il varco è qui?

La sensazione è quella della piccola epifania. A un tratto senti che qualche cosa – un tratto scritto, disegnato, vibrato di suono – esprime il nocciolo della faccenda. Come con I Limoni di Eugenio Montale: Quando un giorno da un malchiuso portone / tra gli alberi di una corte / ci si mostrano i gialli dei limoni; / e il gelo dei cuore si sfa / e in petto ci scrosciano / le loro canzoni / le trombe d’oro della solarità (Ossi di seppia, 1925)

Musicalmente accade qualcosa di simile (almeno ai miei piccoli orecchi) durante l’apertura de La Moldava di Bedřich Smetana, il primo minuto e mezzo, prima della melodia ormai famosa. Si chiudono gli occhi e si vedono uccellini svolazzare, si sente l’acqua della Moldava scorrere imperiosa anche se la luce è ancora debole. È mattina presto e ci sono ancora alcune lucciole, e foglioline che svolazzano al vento prima di posarsi. Chiarissimo.

In questi giorni ho letto un libro illuminante: Akedia. Il male oscuro, scritto da Gabriel Bunge (Qiqajon, 1999), e lascio a chi legge andare a scoprire chi è. L’akedia è l’accidia, il male del nostro tempo, quella che oggi chiamiamo depressione e che gli antichi chiamavano Acedia, appunto, il demone del Mezzogiorno, l’atonia, l’asfissia, il vicolo cieco dell’anima, quella che a lungo andare porta al suicidio, effettivo o no che sia. Bunge descrive nel dettaglio questa condizione moderna ‘utilizzando’ la saggezza di un maestro greco tardoantico, che l’aveva già dipinta perfettamente (per chi è un pochino addentro questi temi, si tratta di Evagrio Pontico), e che offre interessanti rimedi. Rileva Bunge che forse aver smesso di personificare il Male non è stata proprio una grande idea. «Per il male o l’imperfezione non si dà perdono, perché solo una persona può perdonare un’altra persona. Ci sarebbe parecchio da dire sulle ragioni profonde di questa crescente incapacità a riconoscere il male come potenza Personale [ocio: con la P maiuscola! ndr], che tuttavia certi spiriti illuminati ritengono costituisca un grande progresso, anzi un’autentica liberazione.» Lascio a chi avrà voglia di approfondire, il piacere della scoperta di queste pagine.

Ieri sera un caro amico, acquarellista di Carnets de voyage, Fausto Tormen, ha presentato al Museo della Pietra e degli Scalpellini di Castellavazzo, il mio paesello, il suo nuovo libro “Belluno e le sue pietre” (De Bastiani Editore). Il suo viaggio fra la storia delle pietre, appunto, antiche che si incontrano nel centro della nostro Capoluogo Splendente. La provincia di Belluno – che oggi per molti miopi è solo ‘le montagne di Venezia’, auspicando nuove modalità di turismo mordi, inquina e fuggi senza aver visto nulla della storia sopra la quale si cammina – ha invece rappresentato per secoli un punto nevralgico del mercato internazionale, per la pietra (anche di Castellavazzo), così come per le spade. Altro che sauna deluxe di fronte alle Tre Cime.

La delicatezza e la pazienza con cui Fausto traccia le sue storie acquerelliche attraggono. Attrae anche Fausto: un perito, poi bancario, che autonomamente seguendo i suoi Limoni ha coltivato il suo dono in tanti anni, attraversando diverse fasi seguendo ciò che sentiva per esprimersi con spontaneità; e saranno gli altri, semmai, a chiamarmi artista. C’è molto da imparare da persone come Fausto, che ci ricordano che la fretta di definirci che abbiamo oggi non ha molto senso. Mi riferisco all’esigenza di scrivere la nostra “bio” perfetta sui social che ci dipinga completamente, all’ansia che la nostra definizione passi per il fatto di essere pagati per fare proprio quello (aspetto che meriterebbe, invero, una più ampia riflessione, poiché non banale come forse sembra dalle mie parole).

Dopo la presentazione si parlava con un paio di persone del grande dono che è avere dentro qualcosa da esprimere e aver chiaro qual è il proprio strumento maieutico. Viene da invidiare Fausto, il quale ha imparato a disegnare grazie a un corso per corrispondenza (altro che video tutorial!). Senza dubbio si tratta di un dono. Ma, come umilmente e sapientemente ricorda lui stesso – e io l’ho potuto ascoltare in diverse occasioni – bisogna “lavorar”: allenarsi, tanto. Tracciare il solco con pazienza. Mi piace molto questa idea che tutti possano trovare il proprio modo per esprimersi, ma che il punto di partenza sia sempre una spinta intima indescrivibile. Perché una macchina fotografica, perché la scrittura, perché i versi, perché il violino, perché il pianoforte, perché la creta, perché la montagna? Per i Limoni.

Sempre ieri sera, prima della presentazione di Fausto, a Longarone è stato presentato Monti di Longarone (Fondazione Angelini, 2021), di Pietro Sommavilla, Giuseppe Nart e Luca Celi, un’opera stupenda che raccoglie tutti i sentieri del comune di Longarone, spiegandone il significato storico, prima di tutto. Sommavilla, oggi 80 enne, figura di primo piano dell’alpinismo bellunese, ha ripercorso davanti ad amici e sconosciuti il suo perché di una vita in cammino per questa montagna, così ‘secondaria’. La risposta è sotto in nostri occhi: perché la geografia da sola senza la storia non ha lo stesso sapore. E allora via con i racconti di come l’orografia di Longarone ha svolto un ruolo predominante nella Storia dell’Austria e della Repubblica Veneta nei secoli passati. Ma il passaggio più interessante è stato quando parlando di un amico particolarmente dotato in montagna l’autore ricordava quando inventava di dover prendere appunti sulle quote per avere una scusa per fermarsi e riprendere fiato. «Lui è una Ferrari, e io una Panda!» Eppure, che cosa importa la prestazione personale, l’essere i primi? Proprio niente signor Pietro, ha ragione. Conta ciò che ci manda avanti, conta ancora il giallo dei Limoni.

Allenarsi per vivere la Bellezza di trovare il proprio Varco, e la bellezza dell’allenamento stesso ad avere i pori belli aperti per captare tracce del proprio strumento espressivo: alla fine credo si tratti di questo. Mi ricorda sempre l’amato Montale:

Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.
Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura.
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.
Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.
Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende …)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

(Le occasioni, 1939)

2 risposte a "Il varco è qui?"

  1. Matteo 30 Apr 2022 / 09:15

    Complimenti!. Ho letto con piacere il tuo articolo:

    • Cristina Da Rold 2 Mag 2022 / 06:24

      Grazie!

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