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Reblogged from Rivista Micron

Secondo le stime delle Nazioni Unite,
oggi il 40% dell’espansione urbana a livello
mondiale significa baraccopoli. Nel
2014 la metà della popolazione mondiale,
e due terzi di quella Europea, viveva in
aree urbane, l’80% della quale nei Paesi
in via di sviluppo, e nel 2050 – pronostica
il World Economic Forum – a vivere in
aree urbanizzate saranno i due terzi degli
abitanti del nostro pianeta. Il problema
è che abitare in città non significa vivere
in un luogo sano, a partire dall’accesso ai
servizi sanitari, anche quelli che per molti
di noi sono scontati, come l’esistenza
delle fognature.
La dicotomia città-campagna è cieca di
per sé, e tenere di conto, come accade
nella maggior parte degli studi sul tema,
solo la media statistica che va sotto il
nome di total urban health non racconta
tutta la storia. Città significa anche
quella sterminata “Terra di Mezzo” che
è la periferia. Sempre secondo i dati del
World Economic Forum, in Africa Subsahariana
e nel Sudest Asiatico rispettivamente
il 62% e il 43% della popolazione
urbana vive in baraccopoli, esposta dunque
a malattie, come infezioni, colera
e diarrea, anche perché molto spesso i
programmi di vaccinazione sono effettivamente
assenti.
Tuttavia non serve

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