Andrea Raimondi: quando hacker non è sinonimo di computer

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Essere hacker civici oggi è molto di più che saper usare un linguaggio di programmazione, è partecipazione tecnologica. PJ Magazine ha incontrato Andrea Raimondi, giovane filosofo e civic hacker, intervenuto a State of the Net.

Andrea Raimondi si definisce un hacker civico, ma ci tiene a specificare che non passa le sue ore chino davanti al pc a lavorare sui codici. «Hacking non è un codice – spiega Raimondi –significa promuovere un’idea di futuro. Come? Semplicemente partecipando facendosi aiutare dalla tecnologia
Una voce singolare quella di Raimondi, romano e dottorando in filosofia della scienza presso l’Università di Nottingham, che ha raccontato ai microfoni di Pj Magazine la sua storia:

Andrea, da dove nasce questa tua esigenza di partecipazione e come si è sviluppata?

Diciamo che la mia esigenza di partecipazione è piuttosto intrinseca, ce l’ho da sempre. Mi sono sempre sentito vicino ai problemi degli altri e ho sempre sentito il bisogno – per dirla grossolanamente – di dare una mano.
In realtà l’idea di migliorare la realtà che ci circonda partecipando è un’idea vecchia come il mondo, quello che invece caratterizza la nostra epoca sono il tramite che utilizziamo per veicolare la nostra presenza, e in questo senso la rete e più in generale le nuove tecnologia hanno fatto sempre più la differenza negli ultimi anni. Io nasco come filosofo, ma fare questo di professione, per esempio attraverso un dottorato, è una dimensione che tende molto spesso a fagocitare le energie convogliandole verso uno studio da una parte settoriale, dall’altra non molto partecipativo. Mi sono dunque dato da fare in primo luogo dando il mio contributo alla creazione del portale Open Data INPS, e poi attraverso la rete italiana che si interessa di dati aperti, primi fra tutti gli attivisti di Spaghetti Open Data.

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Google Street View per andare indietro nel tempo

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Da oggi sarà possibile vedere com’erano le più grandi città del mondo anni o decenni fa. Tutto con un semplice click, grazie alla nuova funzione di Google Maps

Si dice che il colosso Google sia vincente perché sa guardare in avanti, basti pensare ai Google Glass, ma in questo caso sembra che la sa marcia in più derivi dal suo saper guardare all’indietro, e non metaforicamente, ma fisicamente al passato.

L’azienda californiana ha lanciato infatti una nuova funzione di Google Maps che dà la possibilità all’utente diesplorare alcuni luoghi non solamente come sono ora, ma come erano in passato. O come sono con il cambiare delle stagioni. Google ha infatti raccolto le immagini dellemappature passate, che raccontano come le nostre città o le nostre zone verdi si siano rapidamente modificate: dove si trovava quell’alberghetto romantico della nostra luna di miele, l’ufficio dove abbiamo lavorato alcuni mesi, il piccolo negozio di alimentari ora dismesso dove facevamo la spesa gli anni dell’università, il bar del paese che ora non c’è più. Ma la nuova funzione è in realtà meno banale di quello che sembra a prima vista, perché oltre ad alimentare copiosa i nostri più intimiamarcord, si potrebbe rivelare molto utile a chi fa ricerche, e non solo storiche. Basti pensare per esempio aigiornalisti che stanno lavorando a un’inchiesta e si chiedono quale fosse lo stato di avanzamento dei lavori in un certo luogo, un certo mese di un certo anno. Oppure alle forze dell’ordine, agli investigatori, che nel seguire una pista si trovano nella necessità di ricostruire a distanza di tempo una scena del crimine. E ancora chi si occupa di antropologia e studia i fenomeni di urbanizzazione a livello mondiale o locale.

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