Come affrontiamo il COVID, due anni dopo l’inizio della pandemia

In due anni di pandemia è cambiato radicalmente l’approccio alla cura di COVID-19. Siamo passati progressivamente dalla lotta impari contro un nemico sconosciuto – sia in termini clinici che gestionali di organizzazione sanitaria – all’idea che una strategia a lungo termine non debba centrarsi solo sul contenimento della diffusione del virus, ma soprattutto sulla gestione del suo impatto sulla salute, sia con la vaccinazione ma soprattutto con l’approvazione di farmaci in grado di bloccare l’infezione nelle prime fasi nei più fragili.

La consapevolezza dei progressi fatti dalla ricerca scientifica in questi due anni e di questo cambiamento di paradigma è la base per una strategia politica di gestione della pandemia che sia il più possibile basata sulle evidenze scientifiche.

“Possiamo individuare tre fasi della pandemia”, spiega a “Le Scienze” Patrizia Rovere Querini, immunologa e direttrice del Programma strategico per lo sviluppo del progetto Integrazione Ospedale-Territorio dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano. “Il primo anno ci ha trovati impreparati di fronte a un virus simil-influenzale ma del tutto nuovo e molto più aggressivo, e abbiamo iniziato a combattere con le deboli armi che in quel momento avevamo già testato. Il secondo anno, dove sono arrivati i vaccini e i primi farmaci specifici contro COVID-19, e questo terzo anno di pandemia che si è aperto con l’arrivo di nuovi antivirali e nuovi monoclonali.”

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Quanti screening oncologici abbiamo perso

Essersi trovati impreparati a gestire lo scoppio improvviso della pandemia ha fatto sì che i sistemi sanitari abbiano scelto di sospendere l’offerta dei programmi di screening oncologici organizzati. Oggi cominciamo ad avere i dati nazionali sulle conseguenze di questa scelta. Dopo un continuo trend in salita degli ultimi anni, la quota di donne che si è sottoposta nel 2020 allo screening cervicale nell’ambito dei programmi organizzati è passata dal 52% del 2019 al 46%; la copertura dello screening mammografico organizzato è passata dal 57% al 50%, e di quello colorettale, dal 42% al 36%. Lo screening mammografico è raccomandato ogni due anni alle donne di 50-69 anni, quello cervicale – Pap test o HPV test – è raccomandato rispettivamente ogni tre/cinque anni alle donne di 25-64 anni e lo screening colorettale è raccomandato ogni due anni a uomini e donne di 50-69 anni (attraverso la ricerca del Sangue Occulto nelle feci come test di primo livello e colonscopia come test di secondo livello nei casi positivi).
Ne parla un recente rapporto di un gruppo di lavoro dell’Osservatorio Nazionale Screening dal titolo Rapporto sui ritardi accumulati dai programmi di screening Italiani in seguito alla pandemia da Covid 19, con i dati al 31 Maggio 2021.

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Il diritto allo studio universitario funziona davvero?

L’Italia, nonostante abbia un sistema universitario non particolarmente esoso, se paragonato ad altri paesi come gli Stati Uniti o il Regno Unito, ha i tassi di laureati fra i 25 e i 34 anni fra i più bassi d’Europa. Siamo intorno al 30% nel 2020, contro una media europea del 45%.

La questione può essere misurata sotto diverse prospettive, per esempio osservando che la metà degli italiani, i genitori dei ragazzi in questione, possiede al massimo la licenza media (Istat 2019). Un’altra chiave di lettura è capire il supporto reale del Diritto allo Studio, l’insieme dei supporti che vengono forniti alle famiglie con un valore ISEE basso per garantire a tutti l’accesso agli studi universitari: esenzione dalle tasse totale o parziale, borse di studio in denaro, posti letto in residenze universitarie (le vecchie Case dello Studente) e pasti nelle mense a titolo gratuito, supporto alle persone con disabilità, prestiti d’onore, possibilità di lavorare all’Università con la soluzione “200 ore” retribuite.

Siamo andati ad analizzare i dati MIUR (disponibili in Open Data) sul Diritto allo Studio per l’anno accademico 2020-2021. Attenzione: le agevolazioni per il diritto allo studio si richiedono nella regione dove è collocata l’università, non nella regione di residenza dello studente.

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Disuguaglianza e istruzione: i figli e le figlie di operai e l’accesso all’università

Un errore da non fare quando si parla di gap di genere riguardo all’istruzione è slegare questo aspetto dal gradiente socioeconomico. La questione andrebbe sempre scorporata in due domande: esiste e a quanto ammonta, il gap di genere a seconda del gruppo socioeconomico di appartenenza? Quali sono le reali opportunità di studiare e seguire il proprio sogno nei contesti più svantaggiati?

L’ultimo rapporto di Almalaurea relativo ai laureati e alle laureate 2020 fa emergere un aspetto interessante: sembra che l’innalzamento dei livelli formativi interni alla famiglia sia da attribuire principalmente alle donne. “Le differenze di genere sul contesto culturale e socio-economico di provenienza – si legge – mettono in evidenza che, tra chi conclude gli studi universitari, le donne presentano una minore selezione basata sul contesto familiare di quanto succeda tra gli uomini; probabilmente ciò è dovuto al fatto che non solo proseguono gli studi dopo il diploma più degli uomini, ma anche che lo fanno provenendo da contesti familiari meno favoriti.”

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