Per il cammino di Benedetto. Da Collepardo a Casamari

Per le campagne di Scifelli, verso le cinque del pomeriggio, una famiglia che raccoglieva olive scrutava con perplessità due camminatori esausti e felici che intonavano a gran voce Audite poverelle. Credo di aver addirittura alzato il bastoncino in modo imbarazzante scandendo al ritmo marziale «Non guardate alla vita fora, quella dello spirito è migliora».

Sarà che ci siamo persi due volte, la stanchezza di aver allungato una tappa che era già la più impegnativa, sarà che per riprendere la strada giusta abbiamo affrontato incertezze inattese, o che i paesaggi dei giorni successivi saranno molto diversi… Casamari è stata per me la metà della mèta: abbiamo camminato prima di Casamari e dopo Casamari. Giungere alla vibrante Abbazia all’imbrunire, con un monaco cistercense che ti attende sulla porta, è comunque un arrivo.

Quando ci rendiamo conto che avevamo imboccato la strada sbagliata già poco dopo usciti dalla porta di Collepardo, ci troviamo in un sentiero di ginestre non molto distante da Alatri, a più di due ore dalla parte opposta rispetto a dove avremmo dovuto essere, cioè alla Certosa di Trisulti. La colpa è nostra: abbiamo seguito sì delle B (il Cammino di Benedetto è segnato da delle B lungo il percorso, appese sugli alberi, dipinte sui sassi), ma rosse. Avevamo pensato che avessero cambiato la vernice, mentre evidentemente si trattava di un altro percorso. Le espressioni accigliate delle mucche mentre passavamo lungo quel sentiero pietroso avrebbero dovuto farci capire che lì non avremmo dovuto esserci, e invece l’uomo di oggi gli animali non li prende molto sul serio. Quando decidiamo di geolocalizzarci, sono, lo ammetto, momenti di panico: il sole è già alto e brucia.

Quel giorno mi sono resa conto di quanto devo alle persone che mi hanno educata alla montagna negli anni passati. La voglia di non perdere la visita a Trisulti – un’abbazia antica con una storia molto particolare – è battente. In quel momento, come nei cartoni animati, vedo ruotare intorno a me come angioletti buoni i volti di Silvio aka Camoscio Bianco, di Flavio, di Axel, di Yuri, e degli istruttori dei corsi CAI che ho frequentato, che con fare minaccioso mi ammoniscono: «Cristina! Cosa ti ho insegnato?! Quanto ti trovi in ritardo non devi pensare alla meta ma rimanere lucida: devi valutare il percorso, calcolare i tempi per arrivare alla meta in relazione alle tue risorse fisiche e alle riserve di acqua e cibo». Non eravamo certamente in una cordata verso l’Himalaya, ma non serve quel tipo di esperienza per comprendere l’intelligenza di questi insegnamenti. In montagna può capitare sempre l’imprevisto; anche in zone apparentemente tranquille l’errore di valutazione può avere risvolti tragici. Grossa parte dei recuperi del Soccorso Alpino in Dolomiti sono errori di valutazione, per lo più di persone inesperte. Mi hanno sempre insegnato che il grande alpinista, quello che torna vivo a casa, è colui che sa rinunciare.

Ritornare indietro e voler raggiungere Trisulti significherebbe allungare la tappa di almeno 6 km in sentieri di montagna sotto il sole, ritrovandosi a ripartire da Collepardo quattro ore dopo quella che sarebbe dovuta essere la vera partenza, per arrivare a Casamari, se fossimo stati in piena forma, e senza ulteriori imprevisti, dopo cena. Una follia, anche perché la persona con me aveva già un piccolo problema al polpaccio, e avevamo altri quattro giorni di cammino davanti a noi. Cerchiamo sulla mappa se c’è un sentiero che da lì ci permetta di arrivare al borgo successivo a Trisulti, Civita. È un’incognita, ma zaino in spalla, partiamo. Quel giorno ci saremmo persi di nuovo.

Furono due ore letteralmente di fuoco; una salita costante su sentiero pietroso bianco: sole e caldo da ogni lato. In cammino – ci avevano detto – sperimenterete lo scoramento, di non poter sbattere la porta e andare in un’altra stanza quando non ci trova d’accordo, e che cosa significa affrontare un imprevisto con le vostre risorse, che in montagna sono quattro: gambe, fiato, cuore, testa. La vecchia signora che ci viene incontro dalle poche case abbarbicate fra i pascoli appena ci incamminiamo, ci dice di stare tranquilli, che quella strada ci avrebbe portato a Civita, ma che «stava un po’ rotta». Per la prima volta siamo davvero all’avventura, seppur con GPS. Senza le B lungo il percorso che danno sicurezza al viandante, camminiamo per le ore successive quasi in silenzio, con il timore non espresso che non sbucassimo proprio a Civita. Invece no: mai diffidare della saggezza delle anziane! Magari accade come con la strega de La Bella e la Bestia, penso. Arrivammo effettivamente nel borgo di Civita, poche case silenti di pietra, senza l’ombra di un negozio o di un bar, né di una persona viva. Solo una fontanella fresca. Siamo accolti da un simpatico cane da guardia libero per la strada che prende ad abbaiarci inseguendoci, costringendoci a circumnavigare il borgo. La presenza dei cani completamente liberi, dei cancelli delle case sempre aperti, anche nei paesi non lontano da strade trafficate, mi sconcertano, oltre a farci prendere qualche spavento lungo il cammino. Il giorno prima, poco dopo l’arco di Trevi mi sono ritrovata accovacciata dietro un albero per dedicarmi all’arte del deflusso di liquidi, con una grossa mucca che mi fissava da dietro un cespuglio, e dietro a lei un Maremmano libero che cercava di capire che cosa fosse quella cosa a palla accucciata a terra con una propaggine gialla sulle spalle. Meno male ho i riflessi ancora buoni. Penso a chi davvero nei secoli passati affrontava percorsi come la via della Seta, e mi sento un po’ un’idiota.

Ritrovando la vera b per la strada, riprendiamo di nuovo il bosco, e poi un castagneto, e i soliti cancelli di bastonicini e filo spinato, che però non riusciamo ad aprire. E quindi di nuovo pancia a terra stile marines sotto il filo spinato che correva a 40 centimetri da terra. Il verde tuttavia mi sembra più verde, i nostri animi si sono rasserenati, anche se sappiamo di essere in ritardo rispetto a quanto preventivato. Mi tornano in mente le parole di Flavio: «Quando ti sembrerà di andare troppo piano, rallenta». Un’altra cosa che si impara è effettivamente che, fatto salvo non fare stupidaggini, devi lasciare a casa il bisogno di controllare tutto, che invece pare rappresentare una skill ineludibile per il successo della vita di oggi. L’arrivo un po’ più tardi a Casamari con il monaco che ci aspetta sulla soglia per andare a vespri, sarà magnifico.

È lì che convinti di poterci finalmente rilassare, ci perdiamo di nuovo. Siamo affamati e stanchi, ma neanche a Santa Maria Amaseno ci sono locali, negozi, persone. Lo sconforto ricomincia a fare capolino e va tenuto a bada con qualche risata e immaginando le comiche. Per la strada provinciale effettivamente un bar lo troviamo, anch’esso deserto. Una barista gentilissima ci rifocilla con le uniche cose che ha: succo di frutta, patatine e un gelato, e ci consiglia di tagliare per Scifelli, il suo paese di origine, cosa che faremo non senza tentennamenti. Mentre siamo lì seduti su un pallet, ci racconta poi che qualche giorno prima era arrivata una comitiva di ‘pellegrini’ che percorreva il Cammino di Benedetto con un pulman che portava loro gli zaini e che in ogni tappa li aspettava con una tavola imbandita di panini, bibite e dolci. La scena mi sembra talmente fuori contesto che me la immagino come Il tesoro dei tre fratelli, di Ludwig Bechstein, una storia che mi raccontava sempre mia mamma da bambina, con il Lungo che all’occorrenza estraeva il suo dono e diceva: «Tavolino, apparecchiati.» L’istinto di pensare, con il Grullo, «Randello, esci dal sacco!» c’è, ma so che devo anche lasciare a casa il bisogno di pontificare ad altri su come si dovrebbe fare un Cammino oggi.

È a questo punto della storia che la famiglia che raccoglie olive nelle campagne di Scifelli incontra i due folli che cantano Audite poverelle con i bastoncini al cielo.

Verso le sei di sera entriamo all’Abbazia cistercense di Casamari, che si trova all’inizio del paese, in una zona infelice dal punto di vista del traffico. Quasi non la noti, finché non passi la volta in pietra; e allora anche un cieco, vede. Ci accoglie da lontano il monaco in abito nero (da cistercense), che ci mostra la nostra stanza e ci invita la mattina dopo alle sette, per le lodi insieme a loro, in gregoriano.

Chiaramente accettiamo. Credo di aver intrapreso il cammino per momenti come questo.

Le altre tappe del Cammino sono qui.

Non solo il vaiolo delle scimmie, la grande sfida delle malattie dimenticate

Il vaiolo delle scimmie che sta allertando il mondo dimostra ancora una volta che la salute umana è globale. Non possiamo più permetterci di considerare una malattia veramente endemica solo in una certa area geografica, come invece oggi accade per numerose malattie infettive che colpiscono comunità dimenticate del pianeta e che non sono contrastate in modo efficace.

Continua su Le Scienze

Per il Cammino di Benedetto. Da Trevi nel Lazio a Collepardo

Un aspetto che mi incuriosiva di questo viaggio antico, era la possibilità di percorrere tratti di vecchie strade, dogane, solcate dai mercati dell’Europa di ieri e segnate da nomi che ricordano indubbiamente i fasti di Roma. La zona di Trevi è la terra degli Equi, citati in tutti i libri di storia della prima liceo, che popolarono questa terra per secoli, prima di essere assoggettati all’Impero Romano. Treba Augusta, da Treba (trivio): crocevia fra tre importanti vie di comunicazione. Il cammino è – capiremo – anche un continuo crocevia. Come il giorno prima, partiamo per un lungo il sentiero che sale nel bosco per la ‘montagna’ Simbruina, dal latino sub imbribus, sotto le piogge, ma di piogge nel XXI secolo neanche l’ombra. Tutto questo latino ‘da strada’ mi mette di buon umore. Treba in realtà mi riporta alla mente qualcosa, ma sul momento non ricordo: troppo impegno fisico per salire i sassi fra afa e moscerini. Ora ho collegato: tripartizione e latino. Gallia est omnis divisa in partes tres, quarum unam incolunt Belgae, aliam Aquitani, tertiam qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur. E come non rimembrare anche la celebre costruzione del ponte, che mi valse un altro votaccio: Tigna bina sesquipedalia. paulum ab imo praeacuta dimensa ad altitudinem fluminis intervallo pedum duorum inter se iungebat. So che tanti di voi ci sono passati, e il più delle volte è andata male.

Fra prati che costeggiano pascoli, dove i cancelli e le recinzioni continuano ad avere strutture che non ho mai visto, con fragili bastoncini tenuti insieme da filo spinato ciancicato e arrugginito, e fra vecchi silenziosi fontanili, scorgiamo i primi sassi dell’Arco di Trevi: 1000 metri di altitudine, l’antica dogana. È tutto verde d’intorno; vi sono solo un carretto, e più avanti in mezzo a una radura, un paio di persone, un adulto e un regazzì, che lavorano con un trattore. Sono radure operaie, di letame, tubi in ferro e qualche barile lasciati a bordo sentiero. La strada provinciale non è lontana, si sentono passare le poche auto. Palesemente si chiedono che cosa possa spingere due persone a girovagare per quelle zone di nulla, con lo zaino in spalla. Queste non sono zone incontaminate. Anche io talvolta mi trovo a pensarlo degli altri, di quelli che trovo a pedalare fra le aree meno favolose dei nostri paesi «ma se in mezz’ora saresti sul Pelmo, perché perdi tempo su questi sentieri!» Appena mi guizza in testa questo pensiero, già me ne vergogno. Cosa ne so io di cosa vedono gli altri.

Oggi il cammino è lungo, e prima di arrivare a Collepardo, dove ci aspetta Francesca, dobbiamo attraversare Guarcino e Vico nel Lazio. La parte fisicamente più impegnativa è arrivare da Trevi a Guarcino, sempre per il caldo, ma l’avvicinamento è a suo modo particolare, perché prevede di passare per quello che solo alla fine scopriremo essere un santuario en plein air, una via crucis per la precisione, da fare al contrario. Il motivo è semplice: ci si arriva da dietro, per delle carrarecce semi dismesse, passando per il letto morto di un torrente abbandonato. È la prima volta che mi capita di entrare in un luogo sacro dalla porta della serva, e forse è quello il modo più corretto per farlo. Non capiamo – appunto – subito che si tratta di un santuario, anche perché la sua estetica ricorda più quella di una turbina elettrica. Solo avvicinandoci circospetti all’edificio in mattoni rossi e ferrosi leggiamo un Monito su un cartello, sobrio quanto il monito stesso: OGNI OGGETTO HA VALORE ZERO, dice. Ellamadonna, esclamo con il fare colto di Renato Pozzetto. ‘Valore Zero’: anche la grammatica e la sintassi qui sono perfettamente coerenti con la scelta architettonica glabra. Nulla è fuori posto, e il monito si scolpisce nella mente, ma fatico a sentire il Sacro. Non è nelle mie risonanze.

Questo santuario dà sulla strada statale e dopo venti minuti di cammino entriamo a Guarcino. Non avevamo mangiato dalla mattina perché sono terre aspre senza negozi, ed è lunedì. L’unico luogo aperto è una pasticceria, e scopriamo che Guarcino è il paese degli amaretti… Rifocillati a dovere e cambiate le scarpe, il gestore ci dice che esiste anche una cripta dedicata a Benedetto, dove si dice che lui sia passato. «Bussate alla signora Cesarina, e lei vi darà la chiave». E allora suono a Cesarina, che mi apre non proprio gioiosa, dato l’orario e che prende questa enorme vecchia chiave e ci apre. Benedetto o non Benedetto, la cripta di fatto è sua, dato che lo stabile era della sua famiglia, e quindi siccome è sua, apre lei. Cesarina indossa il vestito delle anziane donne di tutti i paesi d’Italia da nord a sud: al travesòn. Mi diverte immaginare una Cesarina del 500 d.C. che si scoccia allo stesso modo per questo Benedetto che viene a bussare alla sua cripta alle quattro del pomeriggio. Ma lei gli fa strada, sempre col Travesòn.

Ci incamminiamo verso Vico, con una biscia che serenamente mi striscia fra i piedi che quasi dalla fatica della salita nella boscaglia non me ne accorgo, e raggiuntolo ci perdiamo fra le poesie. Letteralmente: il paesino è pieno di poesie su lastre di ceramica decorate. Ci sono gatti, persone che giocano a carte e che ci salutano, in questo piccolo borgo dalle 25 torri (!) e 5 porte d’accesso. Anticamente devono aver fatto più fatica di noi a farsi aprire. Una poesia di Clemente Rebora in particolare mi colpisce:

Qualunque cosa tu dica o faccia c’è un grido dentro: non è per questo, non è per questo! E così tutto rimanda a una segreta domanda e l’atto è un pretesto… Nell’imminenza di Dio la vita fa man bassa sulle riserve caduche, mentre ciascuno si afferra a un suo bene che gli grida: addio!

E così tutto rimanda a una segreta domanda e l’atto è un pretesto. Siamo ormai quasi a Collepardo, da Francesca. Abbiamo scelto due modi di vivere questo cammino: soggiornare, ove possibile, presso le antiche abbazie e i monasteri, oppure farci ospitare dalle famiglie. Gli antichi ‘ospitalieri’, insomma. Ad Arpino, Roberto ci terrà molto a questo appellativo, e lo incarnerà perfettamente. L’associazione che si prende cura del Cammino propone in ogni paese alcune famiglie che ospitano i pellegrini ‘a donativo’ cioè senza chiedere nulla, se non un’offerta.

Sedersi al tavolo della cucina di qualcuno è una modalità speciale di incontrare un luogo; forse – mi chiedo – è l’unica speranza. Essere davvero attesi in un posto ha qualcosa di particolare. Ci diamo appuntamento con Francesca davanti alla chiesa di Collepardo, che come suggerisce il nome sta su un colle. Un altro borgo di pietra pieno di archi e anfratti per scorgere i monti che lo circondano. È l’ultima salita della giornata, e Francesca mi appare come mi immagino essere l’ospitaliera di una novella di Boccaccio: sorridente, piena di premure, con una cucina piena di ciotole, barattoli e verdure con un caminetto rosso. Siamo già in sintonia al primo sguardo…poi quando entriamo nella sua casetta, che era dei suoi nonni e decidiamo di mangiare a casa, è fatta. Asparagi selvatici, uova della vicina, un bel formaggio locale, e le storie della casa e della famiglia di Francesca diventano ombre vive.

Scopro una Collepardo tutt’altro che ferma. Un po’ come i paesini, anche dalle mie parti: piccoli formicai che brulicano… e che di notte donano un senso di pace. Solo visti da fuori non ci si crede. Sento quella sensazione non sempre comune nei viaggi, di essere in un posto giusto con persone giuste.

Appena tornata, fatalità, trovo nel mirabile blog Monachesimo 2.0, una storia ambientata proprio a Collepardo. Tra luglio e settembre del 1929 Scipione, sempre malato, passa una breve estate felice in Ciociaria («Io sto alla “Trattoria della stella d’Italia a Collepardo [Frosinone]») e, raggiunto da Mario Mafai, va a visitare la Certosa di Trisulti, dove, salutato l’amico, rimane per qualche tempo: un soggiorno che lascerà una traccia non labile nei suoi ricordi e qualche testimonianza nei suoi olii e nei disegni.

Ahi, Trisulti! Che storia abbiamo da raccontare anche noi! La prossima puntata.

Le altre tappe del Cammino sono qui.

Le giovani libere professioniste italiane guadagnano ancora molto meno dei colleghi uomini 

Secondo l’ultimo rapporto di Adepp, nel 2020 la differenza di reddito fra professionisti e professionisti è stata pari a circa il 55%, che significa che fatto 100 il reddito degli uomini, quello delle donne è stato di 45. Una differenza di reddito persistente per tutte le fasce d’età incluse le giovanissime. Fra i 20-30 enni le donne hanno dichiarato 13.074 euro annui, gli uomini 15.278 euro, in media: differenze minime e che più di tutto ci dicono che i giovani anche professionisti faticano molto a crearsi un reddito che permetta loro di essere indipendenti. Ben più interessante è il gap fra professioniste e professionisti in età “da famiglia”: fra i 30 e i 40 anni le donne dichiarano 18 mila euro annui, gli uomini 28 mila. Fra i 40 e i 50 anni le donne 26 mila e gli uomini 44 mila. Fra i 50 e i 60 anni le donne 34 mila e gli uomini 58 mila.

Un dettaglio non secondario è il seguente: nonostante il reddito medio delle libere professioniste sia circa 24 mila euro, la metà di loro ha un reddito inferiore ai 16.500 euro. Per contro la metà degli uomini ha un reddito inferiore ai 26.000 euro. Fra 16 mila e 26 mila euro annui la differenza è la possibilità di essere indipendenti. Per contro, la fascia d’età con reddito massimo risulta essere quella dei professionisti uomini con età compresa tra i 50 ed i 60 anni e i professionisti sotto i 30 anni dichiarano circa un quarto dei loro colleghi con età compresa tra i 50 ed i 60 anni.

Continua su Il Sole 24 Ore