Ciò che emerge dalla letteratura scientifica è che seguire una dieta vegetariana e vegana in modo sano senza che manchi alcun apporto nutritivo è possibile, a patto che si tratti di una dieta ben costruita. I casi di malnutrizione e denutrizione documentati non sono dovuti all’assenza di prodotti di origine animale alla dieta, ma al non aver calibrato di conseguenza la propria dieta a base vegetale per garantire l’apporto di proteine, vitamine, grassi insaturi, calcio, necessari. È il fai da te il problema, come lo è anche nella dieta onnivora, seppur per altri aspetti.
Non a caso esistono esempi di ospedali che hanno iniziato a introdurre regimi alimentari di questo tipo per i propri degenti.
(mio) Il 40% della popolazione mondiale soffre di patologie neurologiche.
Un ampio studio pubblicato il 14 marzo sulla prestigiosa rivista The Lancet Neurology ha evidenziato per la prima volta che 3,4 miliardi di persone in tutto il mondo – cioè il 43% della popolazione mondiale! – convivono con una condizione neurologica, in primis ictus, encefalopatia neonatale (lesione cerebrale), emicrania cronica, demenza, neuropatia diabetica (danno ai nervi), meningite, epilessia, complicazioni neurologiche da parto pretermine, disturbo dello spettro autistico e tumori del sistema nervoso centrale.
Sì, l’alimentazione vegetale è una moda
Nella prima metà del Novecento le persone sono cresciute con la convinzione che il burro facesse bene alle arterie, che la cioccolata cremosa da mettere sul panino fungesse da apporto vitaminico, che il fumo non facesse male alla salute anzi addirittura che potesse curare il mal di gola perché persino i medici si prestavano a farne la pubblicità, e che la birra facesse bene perché più nutriente della frutta.
Nel corso dei decenni molte cose sono cambiate. Il processo è sempre lo stesso: le prime evidenze scientifiche, e qualche sparuto attivismo di pochi. Per lungo tempo la ricerca procede ma i comportamenti su larga scala non cambiano e anzi certi comportamenti “strani” vengono derisi, complice la pubblicità dei grandi marchi. In effetti molte volte si tratta di stranezze senza fondamento e lasciano il tempo che trovano. Quando però le evidenze scientifiche diventano via via più solide le cose vanno diversamente. Piano piano complice qualche personaggio famoso, qualche influencer, l’opinione pubblica inizia a essere meno monolitica, e quindi anche la pubblicità inizia a cambiare per agganciare il “nuovo mercato” e si creano le mode così che nel tempo i comportamenti si allineano alle evidenze scientifiche.
Lavorare 4 giorni a settimana? Bello, ma non devono essere 4 giorni più stressati
Che lavorare 8 ore al giorno, a cui si aggiunge il tempo per raggiungere il posto di lavoro, non lasci molto tempo libero durante la settimana, è evidente. Ci sono infatti diversi tentativi in Europa di ridurre l’orario di lavoro settimanale, magari garantendo anche una certa flessibilità di orario, a parità di retribuzione. Il modello è già largamente diffuso in Irlanda, nel Regno Unito, in Belgio, in Islanda.
Secondo gli organizzatori del Day Week Global – il programma pilota irlandese che ha visto coinvolti ricercatori del Boston College, dell’University College di Dublino e dell’Università di Cambridge, e che prevede di lavorare 4 giorni alla settimana – dopo sei mesi, la maggior parte delle 33 aziende e dei 903 lavoratori che hanno sperimentato il programma, senza riduzione della retribuzione, non vogliono tornare ai ritmi di lavoro precedenti. Autoriportano livelli più bassi di stress, affaticamento, insonnia e burnout e miglioramenti nella salute fisica e mentale.