Il 2017 non è lontano, ma sono cambiate molte cose. Siamo andati a cercare i dati dei sondaggi che Pew Research Center statunitense aveva pubblicato a inizio 2017, per confrontarli con quelli più recenti circa le paure degli europei e degli italiani, e sulla la percezione di Russia e Stati Uniti. Risultato: crediamo nell’Europa come prima, ma abbiamo decisamente più timore degli Stati Uniti rispetto alla scorsa legislatura e siamo più consci che l’economia sta andando male. La consapevolezza è cosa buona, ma la paura, si sa, tende a provocare reazioni violente.
Perché l’encefalite da morbillo non ci fa molta paura?
In Europa si sta verificando un notevole aumento di contagi di morbillo, con i casi raddoppiati in un anno, a causa di un calo delle coperture vaccinali. L’Italia è uno dei paesi più colpiti da questo fenomeno. E purtroppo in oltre un caso su tre dopo aver superato l’infezione si sviluppano conseguenze, alcune anche gravissime.
Quanto è importante la religione per sentirsi italiani?
Per il 33% degli italiani sì, è importante, per il 18% addirittura moltissimo, che ci pone fra i paesi europei con la maggiore convinzione che l’appartenenza a una nazione dipenda in buona misura dalla religione (prima ancora che dalla fede, ma questo è un tema oramai solo per teologi purtroppo).
Consideriamo gli altri due principali paesi cattolici europei. In Francia solo il 14% dei cristiani intervistati considera la religione come fondamento dell’identità nazionale, in Spagna il 13%. Altri paesi cristiani ma non di tradizione cattolica quali Germania, Regno Unito, Svezia, raggiungono percentuali intorno al 20% con una fetta però significativamente più ampia di popolazione (intorno al 70%) che dichiara che la religione non deve essere assolutamente parte dell’identità di un paese, mentre in Italia lo pensa solo il 44% degli intervistati, mentre il 22% dice mantiene sul diniego toni più moderati.
È interessante notare che i giovani italiani sono molto meno tradizionalisti dei loro genitori: solo il 7-8% dei 18-49 enni afferma che essere cristiano (cattolico peraltro ça va sans dire) è importante per dirsi italiano, contro il 23% degli over 50.
Antibiotico resistenza: se non abbassiamo i consumi non ci resta che sperare nell’IA
L’antibiotico resistenza sarà un serio problema per i decenni a venire. Non a caso uno dei tre ambiti sui quali è stato testato Co-Scientist di Google è proprio la resistenza dei batteri ai farmaci attualmente a disposizione. Le mutazioni dei patogeni in conseguenza di un contatto massiccio con i farmaci avvengono molto più velocemente rispetto ai tempi di cui abbisogna la ricerca per produrre nuovi antibiotici. Ne consegue che dobbiamo trovare il modo di accelerare la ricerca – ed è la prospettiva dell’IA applicata a questo campo – ma al tempo stesso ridurre la nostra esposizione agli antibiotici. Fra le due forse la seconda è la sfida più difficile, perché la verità è che anno dopo anno il consumo di antibiotici aumenta notevolmente.
Fra il 2022 e il 2023 la crescita in Italia è stata del 5,4%. Siamo dunque ancora lontani dall’obiettivo del Piano Nazionale di Contrasto dell’Antimicrobico Resistenza (PNCAR) 2022-2025 che era quello di ridurre del 10% il consumo di antibiotici sistemici entro il 2025.