Le persone LGBTQ+ sono più colpite dal cancro. Perché e cosa possiamo fare?

Negli ultimi anni le società scientifiche, statunitensi in primis, hanno iniziato a studiare il rischio di cancro diversificando non più solo tra uomini e donne, ma anche per genere e orientamento sessuale. Ci si è resi conto che le persone che si identificano come lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali o non conformi al genere (LGBTQIA+) affrontano spesso discriminazioni e stress da minoranza, che potrebbero contribuire a un aumento del rischio sia dello sviluppo di un tumore sia della mortalità per cancro.

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Le molecole scoperte dall’IA hanno tassi di successo maggiori delle altre. L’analisi 

Da quando le tecnologie di IA sono state integrate nella scoperta dei farmaci, oltre dieci anni fa, il numero di farmaci e vaccini scoperti con l’ausilio dell’IA è aumentato esponenzialmente. Le aziende focalizzate sulle biotecnologie IA (le cosiddette AI-native Biotech) sono state particolarmente di successo, con numerose molecole che stanno avanzando nei trial clinici.
Sebbene la capacità dell’IA di scoprire nuove molecole stia guadagnando attenzione, la domanda cruciale che rimane è: quanto sono efficaci queste molecole nei trial clinici?

Una recente analisi condotta da Boston Consulting Group e pubblicata a giugno 2024 su Drug Discovery Today affronta proprio questa domanda, offrendo uno sguardo preliminare sui tassi di successo clinico dei farmaci e dei vaccini scoperti grazie all’IA. I risultati sono promettenti, con le molecole scoperte dall’IA che mostrano tassi di successo significativamente più alti nelle fasi iniziali dei trial clinici rispetto alla media storica dell’industria. La scoperta di farmaci è un processo lungo, complesso e costoso, noto per il suo alto tasso di fallimento. Tradizionalmente, ci vogliono anni per scoprire nuove piccole molecole, e solo una frazione di esse riesce a superare le varie fasi dei trial clinici.

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Quattro cose che COVID-19 ha cambiato della medicina (no: non la risposta alle pandemie) 

Il 10 gennaio 2020 veniva pubblicato il sequenziamento del genoma di SARS-CoV-2 e a metà febbraio abbiamo iniziato a chiamare la malattia COVID-19. Era l’11 marzo quando per COVID-19 è stata usata per la prima volta la parola pandemia.

Cinque anni dopo possiamo dire che SARS-CoV-2 è il virus più studiato nella storia della virologia. Con oltre 150.000 articoli pubblicati e 17 milioni di sequenze genomiche analizzate, la ricerca ha fatto passi da gigante, fornendo dati senza precedenti sull’evoluzione virale e sulla risposta immunitaria umana.
In pochi mesi il ritmo di raccolta dati è aumentato esponenzialmente: entro la fine del 2020 erano già disponibili oltre 300.000 sequenze, un numero che ha superato i 17 milioni nei cinque anni successivi. Stati Uniti e Regno Unito hanno fornito più di 8,5 milioni di sequenze (si vedail sito di GISAID)

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Quattro neo-mamme su 10 non lavorano. Chi sono le donne che hanno partorito nel 2023 

Il 40% delle donne che hanno partorito nel 2023 non lavora: di queste oltre la metà è casalinga, mentre il restante 14% è disoccupata o non ha mai lavorato ed è in cerca della prima occupazione. Significia che 6 neomamme su 10 lavorano, una percentuale molto bassa. Il dato non è più di tanto falsato dalla presenza delle straniere: fra le neomamme italiane lavora solo il 67%, contro il 28% circa delle straniere. Siccome le straniere sono molte di meno, la media del totale delle partorienti è del 60%. Il dato non è nemmeno condizionato dalla presenza di studentesse, che rappresentano solo l’1% delle neomamme e il 2% fra le 20-29 enni.
Fra le ventenni che hanno partorito nel 2023 lavora solo il 40%, il 21% è disoccupata, il 35% casalinga, il 2% studentessa. Fra le over 40 la situazione è molto diversa: lavora il 72% delle neomamme, le casalinghe sono il 17%, le disoccupate il 10%. Anche fra le 30-39 enni le occupate sono quasi 7 su 10, le casalinghe 2 su 10 e le disoccupate 1 su 10.

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