Quattro cose che COVID-19 ha cambiato della medicina (no: non la risposta alle pandemie) 

Il 10 gennaio 2020 veniva pubblicato il sequenziamento del genoma di SARS-CoV-2 e a metà febbraio abbiamo iniziato a chiamare la malattia COVID-19. Era l’11 marzo quando per COVID-19 è stata usata per la prima volta la parola pandemia.

Cinque anni dopo possiamo dire che SARS-CoV-2 è il virus più studiato nella storia della virologia. Con oltre 150.000 articoli pubblicati e 17 milioni di sequenze genomiche analizzate, la ricerca ha fatto passi da gigante, fornendo dati senza precedenti sull’evoluzione virale e sulla risposta immunitaria umana.
In pochi mesi il ritmo di raccolta dati è aumentato esponenzialmente: entro la fine del 2020 erano già disponibili oltre 300.000 sequenze, un numero che ha superato i 17 milioni nei cinque anni successivi. Stati Uniti e Regno Unito hanno fornito più di 8,5 milioni di sequenze (si vedail sito di GISAID)

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Quattro neo-mamme su 10 non lavorano. Chi sono le donne che hanno partorito nel 2023 

Il 40% delle donne che hanno partorito nel 2023 non lavora: di queste oltre la metà è casalinga, mentre il restante 14% è disoccupata o non ha mai lavorato ed è in cerca della prima occupazione. Significia che 6 neomamme su 10 lavorano, una percentuale molto bassa. Il dato non è più di tanto falsato dalla presenza delle straniere: fra le neomamme italiane lavora solo il 67%, contro il 28% circa delle straniere. Siccome le straniere sono molte di meno, la media del totale delle partorienti è del 60%. Il dato non è nemmeno condizionato dalla presenza di studentesse, che rappresentano solo l’1% delle neomamme e il 2% fra le 20-29 enni.
Fra le ventenni che hanno partorito nel 2023 lavora solo il 40%, il 21% è disoccupata, il 35% casalinga, il 2% studentessa. Fra le over 40 la situazione è molto diversa: lavora il 72% delle neomamme, le casalinghe sono il 17%, le disoccupate il 10%. Anche fra le 30-39 enni le occupate sono quasi 7 su 10, le casalinghe 2 su 10 e le disoccupate 1 su 10.

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Non è vero che stiamo vivendo sempre più a lungo 

Che l’aspettativa di via stia crescendo come non mai è un mantra del nostro tempo, ma è sbagliato – direbbe Guzzanti. Nel corso del XX secolo i progressi della medicina e della sanità pubblica hanno permesso un costante aumento della speranza di vita. Tuttavia, questa tendenza si è interrotta nel 2011, con differenze significative tra i diversi Paesi europei.
Fra il 1990 e il 2011 la riduzione della mortalità per malattie cardiovascolari e tumori ha determinato un significativo aumento dell’aspettativa di vita in tutti i paesi analizzati. Tuttavia, tra il 2011 e il 2019, tale miglioramento ha subito un rallentamento, con differenze marcate tra i vari Paesi. Si tratta di una tendenza che mette in discussione l’idea che le nuove generazioni possano vivere più a lungo rispetto a quelle precedenti.
Alcuni Stati, tra cui Norvegia, Islanda, Svezia, Danimarca e Belgio, sono riusciti a mantenere la crescita dell’aspettativa di vita anche dopo il 2011 e non hanno registrato un calo tra il 2019 e il 2021, nonostante l’impatto della pandemia. Tuttavia, in molti Paesi, l’esposizione ai principali fattori di rischio per le malattie cardiovascolari e i tumori – come un alto indice di massa corporea (BMI), elevata pressione arteriosa sistolica e alti livelli di colesterolo LDL – è aumentata o ha smesso di migliorare dopo il 2011.

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Therabot, il primo ‘psicologo’ basato sull’ IA che ha superato un trial clinico

La maggior parte delle app che dicono di migliorare un certo aspetto della nostra salute lo fanno attraverso autoproclami pubblicitari. Sono ben poche le app per smartphone che sono state sottoposte a esperimenti scientifici veri e propri i cui risultati sono stati poi sottoposti a revisione fra pari, cioè ad altri scienziati prima di essere pubblicati.

Un team di ricercatori del Dartmouth ha condotto la prima sperimentazione clinica su un chatbot terapeutico basato su IA generativa,e l’articolo è stato pubblicato nientemeno che all’interno della nuova sezione del New England Journal of Medicine dedicata all’IA. Il trial ha riscontrato miglioramenti significativi nei sintomi dei partecipanti. In altre parole il software, chiamato Therabot, parrebbe offrire un supporto comparabile a quello fornito dai professionisti della salute mentale.

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