Scoperto come eliminare gli effetti collaterali della terapia CAR-T

SALUTE – L’immunoterapia è stata definita come un cavallo di Troia per il trattamento di alcuni tumori: l’idea è quella di non attaccare le cellule tumorali dall’esterno, con radiazioni (radioterapia), o con farmaci (chemioterapia), ma “educare” il sistema immunitario del paziente a riconoscere ed eliminare le cellule malate. Agire quindi dall’interno.

In questi anni sono stati sviluppati diversi approcci che cadono sotto il termine ombrello di immunoterapia, uno dei quali è definito CAR-T. L’idea di fondo della terapia CAR-T è di ingegnerizzare i linfociti T del malato (un sottogruppo di globuli bianchi) per esprimere nuovi recettori in grado di riconoscere le cellule tumorali. In questo modo i linfociti T riprogrammati con recettori per l’antigene CAR-T vengono reinfusi nel paziente in modo che il sistema immunitario di quest’ultimo possa riconoscere le cellule tumorali e di attaccarle.

Uno degli ambiti più promettenti di questo approccio sono i tumori del sangue, come i linfomi e le leucemie. C’è però un problema a monte di questa strategia: il rischio di gravi tossicità per l’organismo: da una parte la frequente sindrome da rilascio di citochine (CRS), molecole ad alto potenziale infiammatorio, e dall’altro – più rara ma talvolta mortale – neurotossicità.

Oggi, un team di ricercatori dell’IRCCS Ospedale San Raffaele è riuscito a descrivere il meccanismo molecolare all’origine di queste tossicità nei tumori del sangue, dimostrando la potenziale efficacia di un farmaco già in uso per l’artrite, nel prevenirle e curarle. Una scoperta che permette di aggirare il principale ostacolo all’utilizzo clinico della tecnologia dei linfociti CAR-T, e che non a caso è valsa agli autori la pubblicazione su Nature Medicine.

“Le tossicità dei linfociti CAR-T, derivanti dal rilascio di citochine, sono di due tipi – spiega a OggiScienza Attilio Bondanza, che ha condotto lo studio come ricercatore dell’Università Vita-Salute San Raffaele – la CRS, che si manifesta in genere entro pochi giorni dall’infusione ed è solitamente controllabile grazie all’impiego di tocilizumab, un farmaco che interferisce con la citochina IL-6; e poi la più pericolosa neurotossicità, che si ha quando le citochine superano la barriera emato-encefalica entrando nel cervello.

Finora si pensava che la citochina IL- 6 fosse responsabile di entrambe le tossicità, anche se si osservava uno scarso funzionamento nella neurotossicità. I ricercatori hanno così provato a utilizzare la citochina IL-1, la prima citochina a essere rilasciata e che questa in seguito innesca una reazione a catena portando al rilascio di IL-6 e quindi all’insorgere della CRS. Il risultato è stato quello sperato: utilizzando farmaci contro la IL-1 si bloccava anche la neurotossicità, e quindi il peggiore fra gli effetti collaterali della terapia CAR-T.

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La cura degli anziani? Esiste una questione Meridionale

Secondo recenti dati Istat  al 31 dicembre 2015 in Italia si contavano 288 mila persone con più di 65 anni ospiti di strutture residenziali socio- assistenziali, di cui 218 mila non autosufficienti. Più della metà – cioè circa 100 mila persone – hanno più di 85 anni e solo il 12% di loro ha meno di 75 anni.

Ciò significa che circa 21 anziani su 1000 sono ospiti delle strutture residenziali socio-assistenziali e sociosanitarie e circa 16 ogni 1000 di loro sono in condizione di non autosufficienza. Mediamente su 1000 donne residenti, 28 vivono nei presidi, contro i 13 uomini per 1000 residenti.

Il punto è che il divario fra nord e sud è immenso. Al nord ci sono in media 30 anziani ospitati ogni 1000 abitanti, di cui 25 su 1000 per non autosufficienti, mentre al sud, isole escluse, ce ne sono 9 per 1000 abitanti, e nelle regioni del centro 15 per 1000.

Dati che riflettono le differenze in termini di posti letto: si passa dai 4200 posti letto per over 65 in Trentino Alto Adige e agli oltre 3000 di Valle D’Aosta, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Veneto ed Emilia Romagna, ai 540 della Campania e ai 930 della Calabria. In generale – come si evince dal grafico sottostante – la divisione fra nord e sud è netta.

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I cinesi vivranno più a lungo degli americani. Il mondo è cambiato?

n questi giorni i media di stato cinesi hanno annunciato in pompa magna di aver superato per la prima volta nel 2016 gli Stati Uniti quanto ad aspettativa di vita in salute: 68,7 anni per i cinesi e 68,5 per gli americani . Questo a fronte di un’aspettativa di vita nel complesso, quindi considerati anche gli anni in cattiva salute, leggermente superiore negli Stati Uniti: 76 anni per gli uomini e 81 per le donne, contro rispettivamente i 75 e i 78 in Cina. Insomma, secondo la narrazione di regime, questo starebbe a significare che i cinesi stanno un pochino meglio degli americani.

Andando a vedere qualche dato però emergono alcuni aspetti che aiutano a inquadrare l’estrema complessità della questione provando a gettare lo sguardo in avanti. Il primo aspetto è che aver raggiunto e appena superato gli Stati Uniti è un ben magro trofeo dal punto di vista della salute, dal momento che gli USA non sono certo uno dei paesi con i migliori output sanitari al mondo.  In Italia per esempio l’aspettativa di vita media in salute è di 73,2 anni, in Francia di 73,4, in Giappone 74,8 e a Singapore – paese addirittura 76 anni. Secondo recenti studi, la probabilità che un 15 enne americano raggiunga il sessantesimo compleanno è inferiore a quella di altri 49 paesi al mondo. Questo nonostante negli Stati Uniti si spenda il 17,1% del PIL per la sanità (contro il 5,5% della Cina) e 9,4 mila dollari pro capita (dato 2014) di spesa sanitaria, contro i 731 dollari per persona della Cina.

Un secondo aspetto da sottolineare è che in realtà la cronicità impatta sulla popolazione cinese allo stesso modo di quanto impatta negli Stati Uniti: l’87% delle morti in Cina e l’88% di quelle in America sono causate da malattie croniche. C’è solo un unica differenza: le morti per malattie cardiovascolari in Cina sono il 45% sul totale delle morti per malattie croniche, negli Stati Uniti il 31%. In Italia – per fare un paragone – esse impattano sul 37% delle morti per cronicità. Inoltre, si muore di cancro esattamente tanto in Cina quanto negli Stati Uniti. In generale in Cina c’è il 19% di probabilità di morire per una delle quattro principali malattie croniche dai 30 ai 70 anni. In USA questa probabilità è del 14%, in Italia del 10%.

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Antibiotico-resistenza: un problema anche climatico

I batteri sviluppano resistenza agli antibiotici in gran parte a causa dell’esposizione ripetuta dovuta a una prescrizione eccessiva. Ma potrebbero esserci in gioco anche pressioni ambientali molto più grandi?
Cercando di comprendere meglio la distribuzione della resistenza agli antibiotici in tutti gli Stati Uniti, un team multidisciplinare di epidemiologi del Boston Children’s Hospital e dell’Università di Toronto ha scoperto che temperature locali e densità di popolazione più elevate sono correlate a un più alto grado di resistenza agli antibiotici nei più comuni ceppi batterici. I risultati sono stati pubblicati su Nature Climate Change
“Gli effetti del clima sono sempre più riconosciuti in una varietà di malattie infettive, ma per quanto sappiamo questa è la prima volta che i cambiamenti climatici sono implicati nella distribuzione della resistenza agli antibiotici sulle aree geografiche”, spiega Derek MacFadden, primo autore dello studio, “Abbiamo addirittura trovato un segnale del fatto che le associazioni tra resistenza agli antibiotici e la temperatura potrebbero aumentare nel tempo”.
Il team ha assemblato un ampio database di informazioni sulla resistenza agli antibiotici negli Stati Uniti relative a Escherichiacoli, Klebsiella pneumoniaee Staphylococcus aureus, utilizzando dati sulla sorveglianza ospedaliera, dati di laboratorio, raccolti tra il 2013 e il 2015. Complessivamente, il loro database comprendeva oltre 1,6 milioni di patogeni batterici da 602 record unici in 223 stabilimenti e in 41 stati.
Confrontando il database con le coordinate di latitudine e con le temperature medie locali, i ricercatori hanno scoperto che temperature locali minime più elevate erano maggiormente correlate con una più alta resistenza agli antibiotici. In particolare, un aumento della temperatura minima media di 10 gradi Celsius era associato ad aumenti rispettivamente del 4,2% 2,2% e 3,6% dei ceppi resistenti agli antibiotici di Escherichiacoli, Klebsiella pneumoniaee Staphylococcus aureus.Un dato ancora più inquietante emerge osservando il legame fra farmaco-resistenza e la densità della popolazione: un aumento di 10.000 persone per miglio quadrato era associato a un aumento della resistenza del 3% per l’Escherichia coli e del 6% per la Klebsiella pneumoniae, che sono entrambe specie Gram-negative.

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