Migranti e salute mentale: quando al clinico si affianca l’antropologo

Molto viene detto e scritto sulle condizioni di salute mentale delle persone migranti che arrivano nel nostro paese, il più delle volte banalizzando questioni complesse. Riconducendo i problemi di salute fisica o mentale solo al fatto di aver subito tortura o violenze. “Siamo abituati ad approcciare il problema tramite il nostro sguardo clinico occidentale che considera una certa serie di cause per la malattia mentale e ne lascia fuori altre. Spesso invece i problemi fisici o mentali che le persone migranti si trovano ad affrontare sono legati a fatti o fenomeni appartenuti al contesto di origine, che solo un approccio etnografico può indagare” racconta a OggiScienza Maria Concetta Segneri, antropologa presso l’INMP di Roma, l’unico centro italiano che prevede il supporto antropologico a fianco di quello clinico nell’aiuto alle persone migranti. L’Istituto offre uno sportello dedicato ai richiedenti asilo.

La presa d’atto che la comprensione di un’altra cultura inizia assumendo il punto di vista di chi la vive è stato un processo lento, iniziato a metà del XIX secolo con personaggi come Edward Tylor, che inizia a parlare di etnocentrismo dell’evoluzione culturale, di James Frazer che introduce un primo metodo comparativo nell’analisi di alcune culture primitive, o Bronislaw Malinovski che comincia a parlare di funzionalismo, cioè di come i bisogni biologici orientino la cultura delle popolazioni. Ci vorrà però oltre un secolo per arrivare a elaborare un approccio alle altre culture davvero svincolato dalla nostra visione del mondo.

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Ecco chi è il nuovo consulente scientifico di Donald Trump

Il Senato americano ha confermato il 3 gennaio scorso che sarà il il meteorologo sessantenne Kelvin Droegemeier il nuovo Consulente scientifico della Casa Bianca dell’Amministrazione Trump, carica istituita nel 1976 per consigliare il Presidente su tutto quello che ha a che vedere con il mondo della scienza e delle sue conseguenze: disastri nucleari, epidemie, tecnologie emergenti, cambiamenti climatici e altro ancora. La conferma arriva a 5 mesi dall’annuncio dello stesso Trump di voler proporre proprio Droegmeier.

La nomina ha sicuramente sorpreso. Dal 2009 fino all’agosto 2018, Droegemeier è stato vicepresidente per la ricerca presso l’Università dell’Oklahoma in Norman. Ha anche lavorato brevemente come segretario della scienza e della tecnologia dell’Oklahoma ed è stato membro del National Science Board, che sovrintende alla National Science Foundation, durante le amministrazioni dei presidenti George W. Bush e Barack Obama. Insomma, certamente non si tratta di un negazionista dei cambiamenti climatici.

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Come stanno davvero di salute i migranti irregolari?

Come stanno davvero di salute i migranti irregolari? Anche un recente rapporto sulle persone che vivono in Lombardia a cura dell’Associazione di volontariato NAGA ha mostrato che non dobbiamo avere paura di chissà quale contagio: la vulnerabilità reale non riguarda noi ma loro, che vivono in condizioni di sempre maggiore indigenza. Nel complesso il rapporto ha rilevato l’estrema rarità di malattie infettive: appena 29 casi su oltre 2000 persone: 21 casi di scabbia, 6 di epatite, 1 caso di morbillo e 1 caso di sifilide.
Nel 2017, 62 individui (il 3% del campione) sono stati inviati all’ospedale per sospetta tubercolosi ma soltanto 3 di questi, su oltre 200 persone, sono risultati positivi alle successive analisi.
Le diagnosi più comuni sono quelle relative alle malattie del sistema muscoloscheletrico (12,1%), in particolare dolori articolari e lombosciatalgia; seguite da quelle del sistema respiratorio (11,4%), come farigite e sindrome influenzale; della cute e del tessuto sottocutaneo (10,8%) e infine dell’apparato genitale, comprese contraccezione e gravidanza (10%). Il 7,4% delle donne e il 5,8% degli uomini ha mostrato invece disturbi psichici e comportamentali, come d’ansia e disturbo post-traumatico da stress, con percentuali più elevate fra i maschi provenienti dall’Africa Sub-Sahariana.
Il rapporto ha analizzato quasi 8000 persone che si sono recate al Naga in tre anni, 2044 solo nel 2017. Si tratta della più vasta banca dati sulle condizioni mediche dei cittadini stranieri irregolari non ospedalizzati in Italia. In questo caso inoltre Tutti i nuovi utenti del Naga vengono sottoposti ad uno screening per la possibile presenza di tubercolosi, che verrà poi ripetuto annualmente.

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L’aborto spontaneo è più comune di quanto si pensa

SALUTE – L’aborto nelle prime settimane di gravidanza è molto più comune di quanto si pensi. Si stima che una donna sotto i 30 anni abbia fino al 15% di probabilità che la prima gravidanza non vada a buon fine. Un caso su sei, una percentuale che cresce con l’età raggiungendo una media del 45% di rischio di aborto a 44 anni. E non dimentichiamo che negli stessi anni si somma anche un’altra difficoltà crescente: quella di riuscire a rimanere incinte.
Purtroppo però, anche a causa del fatto che per pudore o per imbarazzo se ne parla poco, anche fra donne, il più delle volte le persone a cui capita pensano di essere pecore nere, rarità malfunzionanti, specie in giovane età.

“Il primo mito da sfatare è che oggi le donne hanno tempo fino ai quarant’anni per scegliere di diventare mamme. Certo, si può, tutte conosciamo il caso dell’amica di una nostra amica che ha avuto due bambini sani e senza intoppi dopo i quarant’anni, ma statisticamente non è la prassi. Già dopo i 35 anni il rischio che le cose non filino tutte lisce è abbastanza elevato e cresce anno dopo anno – racconta a OggiScienza Maria Elisabetta Coccia, direttore della Struttura di procreazione medicalmente assistita dell’Azienda Universitaria di Careggi, a Firenze, e direttrice dell’Ambulatorio per la Poliabortività.
“A questo si aggiunge la possibilità di poliabortività, cioè l’aver avuto due o più aborti, condizione che riguarda circa il 3% delle coppie, percentuale anch’essa che

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