Oggi come non mai grazie agli sviluppi accelerati dell’IA, i bigtech si stanno interessando di ricerca scientifica, in primis contro il cancro. Un risultato da maneggiare con attenzione è il proliferare di annunci a vele spiegate prima ancora che i risultati appaiano in riviste peer reviewed, ossia che siano esaminati dalla comunità scientifica.
Anche in questo caso, l’annuncio del CEO di Google e Alphabet su X si basa su un lavoro apparso sul sito BioRxiv, quindi non ancora pubblicato su una rivista scientifica, ed è la doverosa premessa.
Fibrosi polmonare idiopatica: una nuova classificazione delle interstiziopatie polmonari
La fibrosi polmonare idiopatica (IPF) è una malattia rara, cronica e progressiva che colpisce soprattutto le persone sopra i 60 anni, più spesso fumatori o ex fumatori, ma non esclusivamente. È una pneumopatia interstiziale caratterizzata da un ispessimento e irrigidimento del tessuto polmonare che compromette la capacità respiratoria. Nella IPF la causa rimane, per definizione, sconosciuta (da qui il termine idiopatica), mentre le forme con causa ben identificabile (farmaci, esposizioni ambientali, malattie sistemiche) rientrano invece nelle interstiziopatie “secondarie”.
In Italia esistono centri specializzati in ogni regione, molti dei quali fanno parte di ERN-LUNG, la Rete di Riferimento Europea (ERN) per le malattie rare dell’apparato respiratorio. Tuttavia, la diagnosi resta spesso tardiva, con un ritardo medio di uno o due anni dall’esordio dei sintomi. “Fare una diagnosi precoce fa tutta la differenza: permette di iniziare il trattamento in una fase in cui la malattia può ancora essere rallentata”, spiega la dott.ssa Claudia Ravaglia, dell’U.O. di Pneumologia dell’Ospedale Morgagni-Pierantoni di Forlì (FC).
Fondamentale per la diagnosi precoce è una corretta classificazione delle forme della malattia. Un panel internazionale di esperti europei ed extraeuropei, di cui la stessa Ravaglia fa parte, ha recentemente proposto una nuova classificazione delle malattie polmonari interstiziali.
Cluely: l’intelligenza artificiale invisibile che pensa per te (e ti fa barare ai colloqui)
È proprio questo lo slogan che si legge a lettere cubitali sul sito di Cluely: un’IA che pensa per te. Non con te, per te.
Un’app desktop invisibile che ti fornisce le risposte che non hai studiato in ogni riunione, in una conversazione, a un colloquio di lavoro.
Cluely segna un punto di svolta nell’evoluzione dell’intelligenza artificiale applicata alla produttività, perché non è un semplice strumento organizzativo ma un assistente che si insinua silenziosamente nelle riunioni osserva lo schermo ascolta le conversazioni e suggerisce in tempo reale come migliorare la propria performance senza che nessun altro se ne accorga promette di renderti più lucido più efficace più pronto senza dover passare ore a prepararti. È proprio questo che la rende interessante ma anche controversa.
Big data e intelligenza artificiale aiutano a capire meglio l’endometriosi
Uno studio condotto dai ricercatori dell’Università della California di San Francisco (UCSF) segna un passo importante nella comprensione dell’endometriosi, una delle patologie ginecologiche croniche più diffuse e, al contempo, meno comprese. Grazie all’analisi di milioni di cartelle cliniche anonime, provenienti dai sei centri sanitari della stessa Università della California, gli scienziati hanno mappato centinaia di correlazioni tra l’endometriosi e altre malattie, delineando un quadro più nitido di una condizione che colpisce circa il 10% delle donne nel mondo, spesso senza essere diagnosticata.
L’endometriosi è una patologia cronica in cui il tessuto che normalmente riveste l’interno dell’utero, ovvero l’endometrio, si sviluppa in sedi anomale, causando dolore persistente, infiammazione e, in casi non rari, infertilità. L’unico modo certo per diagnosticarla in via definitiva resta ancora oggi l’intervento chirurgico, e i trattamenti disponibili, prevalentemente ormonali o chirurgici, non sempre risultano efficaci e possono avere effetti collaterali importanti.
Lo studio dell’Università della California è stato pubblicato sulla rivista Cell Reports Medicine e si inserisce in un filone di ricerca che sta contribuendo a ridefinire l’endometriosi come una patologia sistemica, che coinvolge più apparati dell’organismo, e non solo l’apparato riproduttivo. Un cambio di paradigma oggi possibile grazie alla disponibilità di grandi volumi di dati clinici digitali e alle tecnologie computazionali avanzate.