La metà degli adulti del Sud non ha il diploma

Ancora oggi 4 italiani su 10 dai 25 ai 64 non posseggono un diploma, al Sud a non avere questo titolo di studio è la metà della popolazione di questa età. Lo stacco rispetto a 14 anni fa è di 10 punti percentuali nel complesso (nel 2007 il 48% degli italiani non era diplomato), ma al sud la crescita è stata ancora una volta più rallentata: +9 punti percentuali dal 2004 al 2016, contro i 13 del nord e i 12 del centro. Vi sono regioni come la Basilicata dove in 14 anni le cose sono migliorate di più (+13% nel numero dei diplomati, allineando la Basilicata alla media nazionale), altre come la Calabria dove si è cresciuti solamente del 6%.

Lo raccontano recenti dati Istat contenuti nel rapporto Bes 2017 – “Misure del benessere equo e sostenibile dei territori”  , pubblicati i giorni scorsi, che racconta le 110 province e città metropolitane italiane.

Oggi la regione con il più basso tasso di diplomati fra i 25 e i 64 anni è la Puglia, dove il 48% dei cittadini adulti ha almeno un titolo di studio superiore.

Andando ancora più nel dettaglio, in fondo alla classifica troviamo le province di Barletta Andria Trani (40% di diplomati), Nuoro (42%), Trapani (43,4%), Foggia (44,3%), Caltanissetta (44%) e Taranto (45,9%). Ma ad avere meno della metà della popolazione adulta diplomata sono anche Olbia, Carbonia e Iglesias, Sassari, Agrigento, Palermo, Ragusa, Crotone, Catania e la provincia di Napoli.

In cima alla classifica invece si collocano le province di Roma (72,1% di adulti diplomati), Trieste (71,6%), Bologna (71,4%) e Milano (69,3%).

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L’ (im)mobilità sociale della scuola italiana: chi parte svantaggiato, ci resta

Di mobilità sociale si parla sempre, da decenni, ma il risultato è che in Italia le condizioni di partenza definiscono ancora gran parte dei percorsi di vita dei giovani. Chi proviene da famiglie più svantaggiate, non solo in termini economici, ma anche di titolo di studio dei genitori, di fatto studia di meno e quando anche arriva a iscriversi all’università, sceglie corsi di laurea più brevi. Come ci raccontano i sociologi, la disequità sociale comincia prima della scuola, anzi, ancora prima della nascita. Possiamo comunque dire che inizia ad acuirsi nel momento della scelta della scuola superiore.
In questi giorni Almalaurea ha pubblicato la sua XX indagine , che traccia un profilo del laureati del 2017, che mostrano un gradiente sociale netto: solo l’1,8% dei laureati nel corso dell’anno appena passato ha un diploma di istituto professionale e il 19% proviene da istituti tecnici.Attualmente il 17,5% di chi nel 2016 è iscritto all’università come studente non lavoratore (fonte Almadiploma 2018 ) proviene da istituti professionali.

L’84% dei diplomati, provenienti da famiglie in cui almeno un genitore è laureato, ha deciso di iscriversi all’università (senza aver mai abbandonato gli studi), quota che scende al 65% tra i giovani i cui genitori sono in possesso di un diploma, al 46% tra quanti hanno padre e madre con un titolo di scuola dell’obbligo e al 41% tra i diplomati con genitori con al massimo licenza elementare.
Viene poi da chiedersi se l’introduzione del 3+2 non abbia finito per aumentare la disuguaglianza sociale. Nel passaggio tra i due livelli di studio si registra un’ulteriore selezione socio-economica: proseguono la formazione più assiduamente i laureati che hanno alle spalle famiglie culturalmente avvantaggiate e più attrezzate a sostenere gli studi dei figli.

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Nativi e non nativi italiani. Gli immigrati non sono troppi ma troppo poveri

Che gli immigrati, intra ed extra UE presentino i medesimi tassi di occupazione degli italiani ma che guadagnino meno a parità di mansione e titolo di studio lo rende noto anche il secondo rapporto annuale “Immigrant Integration in Europe and Italy” dell’Osservatorio sulle Migrazioni Centro Studi Luca d’Agliano di Milano e del Collegio Carlo Alberto di Torino, che utilizza i dati dell’ultima edizione della European Labour Force Survey (2016). Fra la popolazione compresa tra i 25 e i 64 i tassi di occupazione in Italia sono grosso modo gli stessi: nel 2017 è occupato il 65% dei nativi e il 64% degli immigrati. Una situazione tutto sommato positiva rispetto alla media dell’Unione Europea, dove gli immigrati hanno un tasso di occupazione di 7,2 punti percentuali inferiore a quella dei nativi.

Il divario occupazionale rispetto ai nativi è specialmente ampio nei paesi del nord e del centro Europa, come Olanda e Svezia (-17 punti percentuali), Germania (-16 p.p) o Francia (-15 p.p.), mentre tende a essere inferiore nei paesi del sud d’Europa come l’Italia (-0.7 p.p.).
Vanno precisati tuttavia due aspetti: primo, che l’Italia ha uno dei tassi di occupazione dei nativi più bassi all’interno dei paesi UE, per cui gli immigrati non hanno una probabilità di occupazione elevata in termini assoluti, ma solo rispetto ai nativi. Secondo, che tra il 2009 e il 2017, la probabilità di occupazione dei nativi è cresciuta di 1.5 punti percentuali, mente è diminuita di circa quattro punti percentuali per gli immigrati.
Complessivamente in Italia fra il 2009 e il 2017, il numero di immigrati residenti è passato da 4,5 a 5,9 milioni, cioè un aumento del 30.9% e la grande maggioranza degli immigrati è residente in Italia più di cinque anni. Oggi i nati all’estero rappresentano quasi il 10% della popolazione italiana, contro il 13,3% di Italia e Regno Unito e l’11,3% della Francia. Più della metà di loro proviene da un altro paese Europeo (EU e non) e il 21% da paesi europei fuori dall’UE.
Ovviamente, non si può parlare genericamente di “immigrati”, ma è necessario distinguere le diverse situazioni. Il rapporto separa per esempio gli immigrati provenienti dall’Unione Europea, da quelli provenienti dai paesi europei non UE (per esempio l’Albania, la Serbia, la Bielorussia e l’Ucraina) e da quelli fuori Europa. Ebbene, a ben vedere sono gli immigrati dei paesi UE-15 a mostrare il tasso di occupazione più basso, mentre gli immigrati dei paesi dell’est Europa (UE) hanno quello più alto.

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Più di tre quarti dei musei non fa più di 10 mila visitatori all’anno

L’ultimo rapporto nazionale di Istat, nel capitolo riguardante i musei, fa un’affermazione piuttosto secca: “Diversamente dalle biblioteche, i musei italiani, pur distribuiti in tutto il Paese (più o meno in un comune su tre), non presentano ancora caratteristiche di sistema e non possono essere considerati ancora una rete nazionale matura.”

La ragione di questa diagnosi così dura in un paese come il nostro ricco di storia e cultura, sembra stare nel fatto che solo poco meno della metà delle 5 mila istituzioni museali aperte al pubblico (il 46% circa) fa parte di reti o sistemi organizzati con lo scopo di condividere risorse umane, tecnologiche o finanziarie. Solo il 57,2% dei musei ha inoltre rapporti formali di collaborazione e partenariato con altre istituzioni culturali del territorio, come progetti di ricerca e iniziative comuni con biblioteche, università, centri culturali, il 45% è inserito in accordi interistituzionali per la valorizzazione del territorio, e il 52% ha aderito, negli ultimi cinque anni, a reti o sistemi museali del proprio territorio.

Inoltre, se è vero che la cultura italiana (non i musei) attraggono i turisti da tutto il mondo, gli italiani ci mettono piede ben poco.

Il turismo culturale in Italia va poi a più velocità. In generale al sud i musei sono meno, più piccoli e meno in rete. Il nord conta 2303 fra musei, gallerie, aree archeologiche e reti museali, il centro 1418 e il sud 1255. Il Meridione si porta a casa il 20% dei visitatori annui a livello nazionale, poco più della metà rispetto al nord, mentre il centro da solo (si conti che ci sono Roma e Firenze) ospita la metà dei turisti annui. Infine, se nelle città del Centro-nord il 64,4% delle strutture ha dato vita a collaborazioni e partenariati formali con altre organizzazioni culturali nei centri urbani meridionali, meno del 27% delle istituzioni fanno parte di reti e meno del 33% dei musei e delle altre istituzioni espositive sono inseriti in sistemi museali locali.

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