Boomers, Millennials, GenZ. Come si misurano le generazioni? Parte 1 

Boomers, Millennials, Gen Z… tutti termini ormai entrati nel nostro linguaggio comune, per indicare in modo più o meno condiviso delle caratteristiche “tipiche” di una generazione, rispetto alle abitudini professionali, abitative, all’uso della tecnologia, e via dicendo.
La suddivisione della popolazione secondo queste categorie, che vengono sempre più utilizzate anche in statistica, è tutt’altro che banale. Decidere quali anni di nascita facciano iniziare o chiudano una generazione implica complesse valutazioni sociologiche, e infatti ad esempio secondo alcuni la generazione dei Millennials inizia con i nati nel 1985 e si chiude con i nati nel 1995, per altri inizia con i nati nel 1980 e si chiude con i nati nel 1997. Lo stesso vale per i Baby Boomers: una persona nata nel 1968 è un boomer oppure no?
Una domanda da porsi è per esempio se invecchiando i Gen Z (i nati circa dal 1997 al 2010) o i Millennial muteranno le loro opinioni sulle varie questioni – politica, cambiamento climatico, abitudini – oppure no. In altre parole: gli atteggiamenti che oggi ci sembrano contraddistinguere una generazione sono un tratto duraturo specifico proprio di quella generazione o riflettono semplicemente una fase della vita?

(Su Il Sole 24 Ore)

PARTE I

PARTE 2

Abbiamo chiesto a 10 medici di interrogare ChatGPT. Ecco quello che è emerso 

Ecco che cosa succede quando poni domande mediche a #ChatGPT.

Ho chiamato 10 medici, in 10 specialità diverse, chiedendo loro di fare questo esperimento e commentarmi il risultato.

PS. In realtà l’articolo l’abbiamo fatto quasi un mese fa, ma il giorno in cui era pronto il Garante della privacy ha bloccato ChatGPT in Italia… insomma sono sempre la giornalista più tempestiva ever (ironic)…

In questi giorni è tornata operativa.

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È vero che i giovani italiani vanno meno all’università dei coetanei europei?

Un dato emergerebbe dall’ultima rilevazione di Eurostat: in Italia si laurerebbero pochissimi ragazzi rispetto al resto d’Europa. Nel complesso sembra vero. Se mettiamo tutti i livelli di istruzione post diploma in un unico mastello (quello della Tertiary Education) in Italia nel 2021, i 30-34enni in possesso di un titolo di studio terziario sono il 26,8%, una percentuale nettamente inferiore alla media UE, che raggiunge il 41,6%. Parliamo di una quota che, negli ultimi anni, è rimasta pressoché invariata, quando invece l’obiettivo europeo è raggiungere il 45% entro il 2030 nella classe 25-34 anni, come definito nella risoluzione del Consiglio sul “Quadro strategico per la cooperazione europea nel settore dell’istruzione e della formazione”.

Eppure, se andiamo a vedere i dati precisi degli studenti attualmente iscritti emerge una situazione diversa. Che cosa significa “laureati”?

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Ci sposiamo di meno. E quindi? Serve ancora contare i matrimoni?

In Italia ci teniamo sempre molto a contare i matrimoni “persi”, e nel post pandemia anche quelli “recuperati”, dando per scontato che il matrimonio sia sempre stato un indicatore di qualche cosa, che sia la fiducia nel futuro, negli altri, nella fedeltà, nel “per sempre”. La conclusione sottesa, spesso ancora prima di cominciare, è che oggi i giovani credono di meno in tutto questo. Semplicemente contando i matrimoni ci si aspetta di inquadrare i contorni di una presunta “instabilità” dell’interiorità dei giovani, come se si potessero desumere conclusioni su un tema antropologico così grande da qualche dato scarno. Al massimo, se si vuol parlare di instabilità, che sia instabilità delle tradizionali strutture sociali.

L’ultima nota Istat riporta che nel 2021 abbiamo avuto 180.416 matrimoni, il 2% in meno rispetto al 2019. Sottolineiamo sempre anche che i matrimoni religiosi sono in calo (-5,1%) rispetto al periodo pre-pandemico. Chissà che le ultime parole di Papa Francesco sulla non contraddizione per un sacerdote nel potersi sposare (“Il celibato nella Chiesa occidentale è una prescrizione temporanea. Non è eterna come l’ordinazione sacerdotale, che è per sempre, che piaccia o no. Il celibato, invece, è una disciplina.”) non contribuiscano a recuperare il “perduto”.
Un matrimonio su due è oggi infatti celebrato con rito civile e in 3 casi su 4, inclusi i matrimoni religiosi, si sceglie il regime patrimoniale di separazione dei beni (era il 40,9% nel 1995).
Poi ci sono le unioni civili fra persone dello stesso sesso, legali dal 2016, che vengono sempre conteggiate a parte rispetto ai matrimoni. Nel 2021 si sono costituite 2.148 famiglie da unioni civili tra coppie dello stesso sesso presso gli Uffici di Stato Civile dei Comuni italiani, in linea con il pre-pandemia.

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