Tutte le opportunità, poco conosciute, della terapia occupazionale

Trovarsi a casa dopo una dimissione ospedaliera importante con una nuova disabilità, anche solo temporanea. Sapere di quella vicina di casa anziana con i figli lontani, che giorno dopo giorno deperisce e si spegne, anche se non ha apparentemente alcun problema fisiologico di salute e per ora sembra in grado di badare a se stessa. O ancora avere un figlio con delle difficoltà e per questo preso in carico dal servizio sociale che offre lo psicologo e il sostegno a scuola, ma al tempo stesso sentire che non basta, perché nella gestione di tutto il resto della propria giornata è solo e con lui i suoi genitori. O ancora sapere di quella persona che vive un momento di forte difficoltà dopo un lutto e che non riesce a rientrare al lavoro.

Questo lavoro si accompagna a un lungo articolo uscito su Le Scienze di giugno 2024 dal titolo Risorse per rallentare il declino.

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Se il cibo sano costasse meno compreremmo meno cibo spazzatura? 

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(mio) Una revisione pubblicata nientemeno che su The Lancet Planetary Health, ci dice che se prolungate, le riduzioni dei prezzi mirate a frutta e verdura (e potenzialmente ad altri alimenti più sani) potrebbero portare a cambiamenti significativi negli acquisti e nei consumi di questi prodotti, sufficientemente sostanziali da produrre benefici per la salute. Ma al tempo stesso non è chiaro se comprando più frutta e verdura smetteremmo sul serio di mangiare cibo meno sano. Al momento infatti non vi sono prove convincenti di eventuali effetti negativi su altri acquisti o consumi derivanti dalla riduzione dei prezzi di frutta e verdura o di altri alimenti considerati “sani”. In ogni caso la domanda che resta aperta è su chi deve ricadere il costo dell’abbassamento del prezzo di frutta e verdura: non certo sui produttori, molti dei quali specie chi lavora nel biologico, faticano a stare a galla.

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Una nuova, grave malattia legata al COVID? Le statistiche ridimensionano l’allarme

In questi giorni molti giornali italiani hanno pubblicato articoli che titolavano tutti più o meno come segue: “Scoperta una nuova malattia legata al COVID: è potenzialmente mortale”, citando un articolo scientifico apparso l’8 maggio scorso sulla prestigiosa rivista medica “eBioMedicine”, che fa parte di “The Lancet Discovery Science”.

In sostanza, grazie a un network di raccolta dati britannico, un gruppo di ricercatori è stato in grado di quantificare un aumento nel numero di diagnosi di una sindrome simile alla dermatomiosite anti-MDA5 positiva, una malattia autoimmune rara che può essere caratterizzata da una grave malattia interstiziale polmonare che spesso è a rapida progressione. Questa “simil-dermatomiosite” è stata definita dagli autori MIP-C.

Attenzione però: stiamo parlando di 25 casi di persone con malattia polmonare interstiziale in quattro anni. Più dei numeri pre-pandemia, ma sempre nell’ordine della rarità.

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Intelligenza artificiale: che cosa sta facendo l’Europa per regolamentarne l’uso

Un anno fa di intelligenza artificiale in sanità praticamente non si parlava, se non fra addetti ai lavori appassionati. L’introduzione di sistemi come GPT-4 nella nostra vita quotidiana nella seconda metà del 2023 ha spalancato la porta delle persone verso una Narnia in realtà già fiorita. Siamo in un momento storico molto delicato: il 2024 è l’anno in cui stiamo andando verso una regolamentazione dei sistemi di Intelligenza Artificiale (IA), non solo in sanità. Le forze in gioco a livello globale sono da una parte i Big del Tech che hanno abbattuto un muro, quello dell’introduzione di questi sistemi nella nostra quotidianità – che ne siamo o meno pienamente consapevoli – e dall’altra i governi e le realtà sovranazionali che stanno capendo come tenere le redini di questa rete di complessi processi.

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