I sette fatti sul divario retributivo di genere in sanità 

Il 13 luglio l’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) e l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) hanno pubblicato il primo rapporto mondiale sul divario retributivo fra uomini e donne che lavorano in sanità, che raccoglie dati da 54 paesi, che insieme rappresentano circa il 40% dei dipendenti salariati del settore in tutto il mondo. L’Italia trova ampio spazio, non certo per i suoi meriti in materia di equità salariale fra generi.
Vediamo uno per uno gli otto punti dai quali ripartire.

1. Il settore sanitario rappresenta una parte consistente del mondo del lavoro, ed è prevalentemente femminile. Si stima che la forza lavoro sanitaria e assistenziale rappresenti addirittura il 10% dell’occupazione complessiva nei paesi ad alto reddito. Le donne rappresentano circa il 67% dell’occupazione, il 73% nei paesi ricchi. Eppure, i paesi con una quota maggiore di donne che lavorano nel settore non mostrano necessariamente una spesa sanitaria e assistenziale più elevata.

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Le famiglie preferiscono le badanti alle case di riposo. Ma la metà è pagata ancora in nero 

Stando a quanto emerge dalla seconda indagine Censis sulle famiglie associate ad Assindatcolf, il 58,5% di esse preferisce assumere una badante per assistere un parente anziano piuttosto che ricorrere a una RSA (Residenza sanitaria assistenziale). Solo il 41,5% delle famiglie prende infatti in considerazione quest’ultima opzione, e di queste, il 21,3% si rivolgerebbe a una struttura convenzionata, il 14,2% a una privata, mentre solo il 6% al pubblico.
I motivi sono semplici: il 60% dei rispondenti ha l’idea che con una persona in casa l’anziano sia meglio curato e ascoltato, e un altro 20% ritiene che il distacco dalla propria abitazione produrrebbe effetti negativi sul familiare da assistere. La questione delle spese da affrontare sembra invece avere molta meno importanza.

Durante la pandemia, il numero di lavoratori domestici regolarmente assunti – prevalentemente lavoratrici – è cresciuto, sia nel 2020 che nel 2021. Nel 2021, i lavoratori domestici contribuenti all’Inps sono stati 961.358, con un incremento rispetto al 2020 pari a +1,9% (cioè 18.273 assunti in più): per la metà colf e per la metà badanti. Queste ultime dieci anni fa erano 300 mila, mentre oggi sono 450 mila. Le colf invece nell’ultimo decennio sono diminuite, passando da 600 mila nel 2011 a 500 mila nel 2021. Per fare un paragone, solo i lavoratori del terziario e i meccanici sono numericamente di più – rispettivamente con 4,1 e 2,3 milioni di persone. I lavoratori domestici sono più dei docenti e di chi lavora nei trasporti. In particolare, le assunzioni hanno registrato un primo picco nel mese di marzo 2020 (durante il primo lockdown), e un altro nei mesi di ottobre e novembre (in conseguenza delle nuove restrizioni anti-Covid e dei primi effetti della regolarizzazione dei lavoratori stranieri), presumibilmente riconducibili alla regolarizzazione di lavoratori domestici, altrimenti impossibilitati a proseguire l’attività a causa delle misure restrittive. Le chiusure dovute alla pandemia hanno influito sulle scelte delle famiglie, che hanno preferito avviare nuovi contratti di lavoro per avere la certezza della presenza del lavoratore. A questo si è aggiunta la “sanatoria” (inserita nel decreto “Rilancio” 34/2020), che in un anno ha già prodotto 125 mila emersioni.
Fra gli assunti, il 21%, cioè una persona su cinque, lavora oltre 40 ore settimanali, il 12% dalle 30 alle 39 ore, il 32,7% dalle 20-29 ore, il 16,6% dalle 10 alle 19 ore alla settimana e solo il 16%, una persona su otto, meno di 9 ore settimanali.
Lo racconta il Rapporto annuale 2021 dell’Osservatorio Lavoro Domestico.

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Meno della metà delle donne che ha abortito nel 2020, è regolarmente occupata 

Meno della metà delle donne che ha abortito volontariamente nel 2020 è regolarmente occupata, una su cinque è una casalinga, un’altra è disoccupata, con un gap nord-sud palese: il 30% delle donne delle regioni del sud è occupata, dal 21 al 25% è disoccupata ma lavorerebbe, il 30% è casalinga. Il 36% delle donne che ha abortito volontariamente sono sposate, oltre il 40% al sud. Il fenomeno delle IVG fra studentesse è tutto sommato marginale: non si supera il 10%, e in generale il 6,5% delle IVG oggi avviene fra minorenni; il 43% ha meno di 30 anni, il 12% più di 40 anni, dove statisticamente sono più alte le probabilità di IVG per ragioni di salute.

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Le giovani libere professioniste italiane guadagnano ancora molto meno dei colleghi uomini 

Secondo l’ultimo rapporto di Adepp, nel 2020 la differenza di reddito fra professionisti e professionisti è stata pari a circa il 55%, che significa che fatto 100 il reddito degli uomini, quello delle donne è stato di 45. Una differenza di reddito persistente per tutte le fasce d’età incluse le giovanissime. Fra i 20-30 enni le donne hanno dichiarato 13.074 euro annui, gli uomini 15.278 euro, in media: differenze minime e che più di tutto ci dicono che i giovani anche professionisti faticano molto a crearsi un reddito che permetta loro di essere indipendenti. Ben più interessante è il gap fra professioniste e professionisti in età “da famiglia”: fra i 30 e i 40 anni le donne dichiarano 18 mila euro annui, gli uomini 28 mila. Fra i 40 e i 50 anni le donne 26 mila e gli uomini 44 mila. Fra i 50 e i 60 anni le donne 34 mila e gli uomini 58 mila.

Un dettaglio non secondario è il seguente: nonostante il reddito medio delle libere professioniste sia circa 24 mila euro, la metà di loro ha un reddito inferiore ai 16.500 euro. Per contro la metà degli uomini ha un reddito inferiore ai 26.000 euro. Fra 16 mila e 26 mila euro annui la differenza è la possibilità di essere indipendenti. Per contro, la fascia d’età con reddito massimo risulta essere quella dei professionisti uomini con età compresa tra i 50 ed i 60 anni e i professionisti sotto i 30 anni dichiarano circa un quarto dei loro colleghi con età compresa tra i 50 ed i 60 anni.

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