Lo smart working fa bene alla salute mentale. Il primo studio ventennale (che non considera gli anni di pandemia) 

Uno studio condotto su oltre 16.000 lavoratori australiani fornisce nuove evidenze sui benefici dello smart working, rivelando un effetto particolarmente positivo per le donne (meno per gli uomini), soprattutto per chi parte da condizioni di salute mentale più fragili. L’analisi è basata su dati ventennali della Household, Income and Labour Dynamics in Australia Survey (HILDA).
Un elemento fondamentale è che i ricercatori hanno escluso dall’analisi i due anni iniziali della pandemia di COVID-19 per evitare che fattori straordinari influenzassero i risultati. Grazie all’uso di modelli panel con “home-job fixed effects”, sono stati isolati gli effetti dello smart working e del pendolarismo da altri shock personali, come cambi di lavoro o trasferimenti, permettendo di osservare come la salute mentale evolvesse in relazione alle modalità di lavoro. L’analisi ha evidenziato ad esempio che il tempo di pendolarismo non ha effetti significativi sulla salute mentale delle donne, mentre per gli uomini con fragilità psicologica un aumento del tragitto giornaliero può ridurre il benessere mentale, seppure in maniera quantitativamente modesta.

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C’è chi prova a immaginare gli Usa con molte meno armi entro il 2040. In 5 punti 

Secondo uno studio pubblicato nel 2025 su PNAS, in media le famiglie americana sarebbero disposte a pagare 744 dollari l’anno per ottenere una riduzione del 20% del tasso statale di violenza da armi da fuoco — una misura tangibile del costo sociale e psicologico di un problema che rimane una delle più gravi emergenze di salute pubblica negli Stati Uniti. La disponibilità a pagare da parte delle famiglie cresceva con l’aumentare del reddito familiare, con la valutazione del rispondente sulla gravità della violenza armata nella propria comunità ed era maggiore più alta era la probabilità di diventarne vittima. Le politiche statali variano ampiamente, e laddove vi sono leggi più permissive sull’acquisto e il porto d’armi troviamo tassi di mortalità più elevati.

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Le guerre portano più cancro

Tra il 1949 e il 1989, l’Unione Sovietica ha condotto oltre 450 test nucleari – atmosferici, al suolo e sotterranei – in vaste aree del Kazakhstan, allora una delle repubbliche federate a Mosca. La popolazione locale, tenuta completamente all’oscuro di quanto stesse avvenendo, venne successivamente tenuta in osservazione in uno studio, il cui scopo dichiarato, ma falso, era il monitoraggio della brucellosi, una malattia infettiva. Si stima che fino a 1,5 milioni di persone siano state esposte alle radiazioni emesse nel corso di tal test, con effetti anche cancerogeni, osservati per decenni. Oggi la regione è ancora fortemente radioattiva, a più di trent’anni dall’ultimo test.

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La metà degli infermieri ha più di 50 anni, ma all’Università il numero rimane chiuso. Come faremo fra 20 anni? 

Mancano infermieri (e medici), ma anche per il prossimo anno accademico – 2025-26 – non se ne fa nulla: il numero resta chiuso per gli infermieri e per tutte le professioni infermieristiche. Non che per l’accesso al corso di laurea in Medicina e Chirurgia si passi al numero aperto: il test d’ingresso sarà solamente sostituito da tre esami di profitto a conclusione del primo semestre, che sarà aperto a tutti. Chi non supererà questi tre test non potrà passare al secondo semestre.
In sintesi, nonostante i posti siano stati leggermente aumentati negli anni sia per le professioni sanitarie che per Medicina, secondo le previsioni delle varie associazioni di categoria e osservatori, restano sempre troppo pochi rispetto al fabbisogno futuro stimato.

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