Fertilità: sì, l’inquinamento incide sul ciclo mestruale. Il primo grande studio. 

Il ciclo mestruale nonostante siano una componente fondamentale della salute e della vita di miliardi di persone, resta ancora oggi un tema spesso trascurato nella ricerca scientifica. È raro che le mestruazioni vengano considerate nella ricerca epidemiologica ambientale, e ancora più raro che si indaghino i potenziali effetti di inquinanti atmosferici sulla salute del ciclo mestruale. In questo contesto, uno studio recentepubblicato nientemeno che su The Lancet Planetary Health e condotto su una vasta coorte internazionale di utenti dell’app Clue – una piattaforma digitale per il monitoraggio mestruale – ha esaminato, per la prima volta, l’associazione tra l’esposizione al particolato fine (PM2.5) e la regolarità del ciclo mestruale.

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Un caldo sempre più caldo, ma con meno morti? Il caso italiano e i limiti dei modelli predittivi 

Nei primi giorni di luglio 2025, una notizia pubblicata dal prestigioso Grantham Institute dell’Imperial College di Londra ha suscitato scalpore: durante la prima ondata di caldo dell’estate (23 giugno – 2 luglio), in alcune grandi città europee si sarebbe registrato un numero di decessi triplo rispetto a quanto ci si aspetterebbe in assenza dei cambiamenti climatici. Tra le città osservate, Milano risultava al primo posto in Europa per frazione di decessi attribuibili ai cambiamenti climatici di origine antropica.

La notizia è stata rilanciata da numerosi media internazionali, ma una lettera pubblicata da Paola Michelozzi e colleghi su Epidemiologia e Prevenzione, la rivista dell’Associazione Italiana di Epidemiologia ha riportato alcune incongruenze: i dati delle anagrafi italiane e del sistema di sorveglianza nazionale non riportavano, per lo stesso periodo, aumenti significativi della mortalità. 

Perché?

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Virus West Nile in Italia: sorveglianza sì, ma senza panico

Nel Lazio sta crescendo fra le persone la paura per il virus West Nile e i titoli di giornale contribuiscono a un clima di panico. Ma non c’è nessun allarme. “Per il Lazio è una novità solo perché è la prima volta che la regione si trova a gestire questa situazione, ma da quando il virus West Nile è arrivato in Italia, ben 18 anni fa, abbiamo registrato casi ben più a sud del Lazio” spiega Fabrizio Montarsi, studioso di malattie da vettori dell’Istituto Zooprofilattico delle Venezie. «In genere i virus, quando arrivano in un ambiente nuovo, tendono a diffondersi un po’ di più: tutto qua. Quest’anno nel complesso non c’è nulla di eccezionale: dal 2008 osserviamo andamenti che si ripetono, con una maggiore circolazione ogni 4-5 anni e un picco importante nel 2022.

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