La città vecchia. Quanti anziani ci saranno nel 2031 nella tua città? 

Un anziano residente in Italia su tre vive in una qualche città metropolitana, che significa che quasi una persona su quattro che risiede nelle città metropolitane ha almeno 65 anni, con un picco del 28% di popolazione over 65 a Genova mentre Napoli detiene il record opposto con il 22%. Di questo 35% di over 65 che vive nelle aree metropolitane, quasi la metò (il 45%) risiede proprio nei comuni capoluogo, quasi un terzo è distribuito tra prima e seconda cintura urbana e il restante 24% nelle periferie più lontane dai centri. In trent’anni il numero dei centenari nelle città è quintuplicato: erano 3,4 per 10 mila over 65 all’inizio degli anni Novanta, contro i 15,2 per 10mila anziani di oggi. Il valore più elevato si registra nella città metropolitana di Bologna, dove si contano addirittura 22 centenari per 10mila anziani, mentre quello più basso si riscontra nella città metropolitana di Napoli (10 ogni 10mila).

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Gli scienziati non madrelingua inglese sono penalizzati 

Monsignore, mi permetta, lei dovrebbe curare un po’ di più il suo inglese, è essenziale.
Non credo! Non mi pare che Gesù Cristo sapesse l’inglese!
Mi perdoni la libertà monsignore… ma lei non è nostro Signore Gesù Cristo.
No, su questo siamo d’accordo. Ma allora, figliolo, perché lei insiste a mettermi in croce di continuo con i suoi rimproveri?

Epica scena di Don Camillo, monsignore ma non troppo, ma c’è poco da riderne oggi. Uno studio pubblicato su Plos Biology e condotto da un team dell’Università del Queensland e dell’Università della California su circa novecento ricercatori di diversa nazionalità ha evidenziato che gli scienziati non madrelingua inglese vivono o hanno vissuto, degli svantaggi tangibili durante la loro carriera. I loro articoli scientifici vengono rifiutati più di frequente dalle riviste importanti e che spesso questi ricercatori non partecipano o non fanno presentazioni orali a conferenze internazionali condotte in inglese proprio per un tema di lingua.

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Ecco quanto variano le liste d’attesa per interventi oncologici da regione a regione 

Gli interventi chirurgici non prorogabili sono stati grosso modo garantiti durante la pandemia, in tutte le regioni italiane. O meglio: in quasi tutte le regioni non si sono registrate variazioni significative fra il numero di interventi urgenti da fare ed effettivamente eseguiti, dal 2019 al 2021. Questo non significa che le regioni sono in grado di effettuare entro 30 giorni tutti gli interventi che dovrebbero essere garantiti, anzi le differenze regionali sono enormi. Diciamo solo che su questo aspetto non possiamo dare la colpa alla pandemia.

Agenas, l’agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, ci ha inviato i dati presenti come grafici nel proprio portale statistico riguardanti l’impatto che la pandemia ha avuto sulle liste d’attesa per interventi oncologici e di area cardio-vascolare di classe di priorità A, che stando al Piano nazionale di governo delle liste di attesa (PNGLA) 2019-2021, prevedono un ricovero entro 30 giorni per i casi clinici che potenzialmente possono aggravarsi rapidamente al punto da diventare emergenti o, comunque da recare grave pregiudizio alla prognosi.

Abbiamo elaborato questi dati relativi al 2019, 2020 e 2021.

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