Intelligenza artificiale e calcolo quantistico sono il futuro della scienza medica?

Un’esplorazione nel mondo della ricerca di ultimissima generazione, applicata anche alle malattie rare

A ottobre 2023 la startup danese Kvantify e il Dipartimento di Chimica del King’s College di Londra hanno annunciato una collaborazione per esplorare le applicazioni dell’informatica quantistica nella scoperta di farmaci nell’ambito delle malattie neurodegenerative.

Il 29 aprile 2024 la prima pubblicazione su Nano Letters, la rivista dell’American Chemical Society,: per sondare l’efficacia del peptide antitumorale EEK, una serie di amminoacidi con proprietà antitumorali, il team ha utilizzato simulazioni di queste molecole (simulazione molecolare) e l’apprendimento automatico per studiare la distribuzione di EEK all’interno di una nanoparticella polimerica. Chris Lorenz, del Dipartimento di Fisica del King’s College, ha commentato che questi modelli conformazionali nella nanoparticella potrebbero offrire un altro approccio per migliorare l’efficacia dei farmaci. “Se si riescono a individuare modelli in cui i farmaci con particolari caratteristiche chimiche hanno maggiori probabilità di essere immagazzinati all’interno di una nanoparticella, è possibile progettare formulazioni di farmaci che ottimizzino l’assorbimento degli agenti attivi.”

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Ecco dove esiste la presa in carico territoriale delle demenze e dove no

In Italia abbiamo un problema rilevante di copertura sul territorio di servizi dedicati alle persone con demenza: tre quarti dei pazienti con demenza non hanno possibilità di usufruire di un Percorso diagnostico terapeutico assistenziale (PDTA) sul proprio territorio di residenza. Analogamente, su oltre 900.000 persone con decadimento cognitivo lieve (mild cognitive impairment, MCI), solo poco più di 256.000 possono usufruire di un Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA) per le demenze sul proprio territorio, il 27 per cento.

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10 anni di partita IVA

10 anni di partita iva. Bellissimi, devo dire.
Alla fine che cosa ho capito? Ho confermato l’idea anno dopo anno che il lavoro è una compensazione, anche quando va bene, che serve per vivere e in alcuni casi anche per dare qualcosa a qualcun altro, direttamente o indirettamente.
Ma che c’è una differenza sostanziale fra soddisfazione per il lavoro svolto e la sensazione di pienezza. Sul lavoro si può ottenere, bene che vada, la prima delle due. Salvo in rari casi, ma quei casi lì sono missioni, non lavori.

La partita iva mi ha dato tanta libertà in questi anni, libertà di prendermi i miei tempi per pensare, fare altre cose, nei tempi canonici solitamente occupati dal lavoro. Incontrare, anche virtualmente, dei Maestri: poeti, persone che vivono più lentamente.
Mi fa sempre specie quando incontro persone che mi conoscono solo online e che come prima cosa mi dicono “certo che tu lavori tantissimo!” perché chi vive con me su questo tema si fa invece una grande risata, sapendo quante cose vengono prima, e conoscendo la mia profonda cazzonaggine.

Ho lavorato molto e continuo a lavorare intensamente, certo, e per grossa parte del tempo lo faccio volentieri, ma in me vi è una spia rossa che inizia a suonarmi dentro nei momenti in cui inizio a percepire che quella stupidaggine di lavoro mi obbligherebbe a sacrificare momenti fondamentali di relazioni. Chiaramente non significa che lavoro ogni tanto, solo quando mi va… magari! Non sto neanche lì a spiegarmi, so che si capisce ciò che intendo dire.
Ho avuto la fortuna di aver incontrato tante persone, molte delle quali super, in questi 10 anni. Ho beccato anche diversi matti eh, ma se ne incontrano sempre… Non dimentichiamoci della Fortuna, che ci governa tutti: “se vuoi far ridere gli dei, racconta loro i tuoi progetti”.

La partita iva mi ha permesso questo respiro, che invece è praticamente precluso a tanti amici a cui voglio bene, che non possono “dire di no” al capo che lavora nel weekend o alle nove di sera e che pretende che lo faccia anche tu.

Mi sono dilungata su questo aspetto, e probabilmente ne è venuto un post banalotto, perché ieri come oggi vedo intorno a me, nella vita e sui social, persone che investono il 100% delle loro energie sul lavoro in primis, e che subordinano il resto al lavoro, magari proprio in nome della partita iva. Orari folli, vite-lavatrice… e per il resto rimangono gli scampoli e una bella auto, e tristezza. Più sei impegnato quantitativamente sul lavoro = più ci tieni. Meno tempo libero ti resta = più ci tieni. Vero, ma il punto è proprio che non dobbiamo tenerci troppo a quella targhetta sul tavolo. Conta in primis chi ti aspetta a casa.
Come dice sempre mia nonna: “na patata in doi, ma insieme”.
Certo, investire sul lavoro è paradossalmente più “semplice” che investire su altre cose, perché ci si mette molto meno in gioco nella propria intimità.

Ecco, brindo a questi primi 10 anni di attività libero-professionale ricordandomi questo: usiamola bene questa partita iva, per darci i quattro solidi che ci servono e la libertà di coltivare noi stessi e le nostre relazioni prima di tutto il resto.

Fine

Il 14% delle morti per diabete in Italia è correlato all’inquinamento. Come stiamo reagendo? 

Chi si occupa di inquinamento, clima e impatto sulla salute sa bene che è uno dei settori dove è più complesso avere delle risposte. Un po’ come accade con la valutazione dell’impatto di certi alimenti sulla salute: non è facile isolare la responsabilità di un singolo fattore nell’eziogenesi di una malattia. Per questo a seconda di come è disegnato lo studio le stime più dettagliate cercano di essere, più differiscono fra loro. Ciò che invece è chiaro da una letteratura scientifica oramai copiosa è che l’inquinamento dell’aria ha un impatto negativo sulla salute. Non sappiamo con certezza quante morti sono attribuibili all’inquinamento atmosferico, ma sappiamo che una parte dei decessi e del cosiddetto “burden” di malattia, cioè del numero di diagnosi di malattie croniche o infettive è correlato con l’inquinamento.

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