Immaginate una manager che deve convincere un gruppo di investitori a finanziare un progetto milionario. Prima del grande giorno, carica una prova del suo discorso su un innovativo sistema basato sull’intelligenza artificiale. Il software analizza voce, postura, gestualità, contatto visivo, ritmo e coerenza tra parole e linguaggio del corpo. In pochi minuti, la dirigente ottiene un “trust score” — un punteggio che misura quanta fiducia riesce a trasmettere — e una serie di suggerimenti mirati per migliorare. Dopo qualche sessione di training personalizzato, entra nella sala riunioni con maggiore sicurezza e porta a casa il risultato: ottiene i fondi.
Autore: Cristina Da Rold
L’AI batte l’uomo nei dibattiti online: ecco perché è un problema
Uno studio mostra come l’intelligenza artificiale superi l’uomo nella persuasione online, sollevando preoccupazioni per l’influenza dei modelli linguistici avanzati, soprattutto in ambito medico
Ne parliamo sul magazine della Fondazione Veronesi
Alzheimer: dalla ricerca nuove prospettive per migliorare la conoscenza della patologia
Due recenti studi puntano sull’analisi delle proteine implicate nel deterioramento cerebrale e sulla creazione di nuovi modelli neuronali
Due diversi studi da poco pubblicati su Science, condotti da due centri di ricerca di primo piano a livello mondiale, segnano importanti passi avanti nella comprensione dell’Alzheimer. Da un lato, i ricercatori della prestigiosa Johns Hopkins University statunitense hanno identificato oltre 200 nuove proteine mal ripiegate associate al declino cognitivo, suggerendo che i noti fattori considerati cause della malattia di Alzheimer, ossia gli aggregati di beta-amiloide e tau, potrebbero in realtà essere solo la punta dell’iceberg. Dall’altro, un team dell’ETH di Zurigo ha prodotto in laboratorio più di 400 tipi diversi di cellule nervose a partire da cellule staminali, un salto tecnologico che apre la strada a modelli cellulari molto più precisi per lo studio di patologie cerebrali complesse.
Un caldo sempre più caldo, ma con meno morti? Il caso italiano e i limiti dei modelli predittivi
Nei primi giorni di luglio 2025, una notizia pubblicata dal prestigioso Grantham Institute dell’Imperial College di Londra ha suscitato scalpore: durante la prima ondata di caldo dell’estate (23 giugno – 2 luglio), in alcune grandi città europee si sarebbe registrato un numero di decessi triplo rispetto a quanto ci si aspetterebbe in assenza dei cambiamenti climatici. Tra le città osservate, Milano risultava al primo posto in Europa per frazione di decessi attribuibili ai cambiamenti climatici di origine antropica.

La notizia è stata rilanciata da numerosi media internazionali, ma una lettera pubblicata da Paola Michelozzi e colleghi su Epidemiologia e Prevenzione, la rivista dell’Associazione Italiana di Epidemiologia ha riportato alcune incongruenze: i dati delle anagrafi italiane e del sistema di sorveglianza nazionale non riportavano, per lo stesso periodo, aumenti significativi della mortalità.
Perché?