Per il Cammino di Benedetto. Da Trevi nel Lazio a Collepardo

Un aspetto che mi incuriosiva di questo viaggio antico, era la possibilità di percorrere tratti di vecchie strade, dogane, solcate dai mercati dell’Europa di ieri e segnate da nomi che ricordano indubbiamente i fasti di Roma. La zona di Trevi è la terra degli Equi, citati in tutti i libri di storia della prima liceo, che popolarono questa terra per secoli, prima di essere assoggettati all’Impero Romano. Treba Augusta, da Treba (trivio): crocevia fra tre importanti vie di comunicazione. Il cammino è – capiremo – anche un continuo crocevia. Come il giorno prima, partiamo per un lungo il sentiero che sale nel bosco per la ‘montagna’ Simbruina, dal latino sub imbribus, sotto le piogge, ma di piogge nel XXI secolo neanche l’ombra. Tutto questo latino ‘da strada’ mi mette di buon umore. Treba in realtà mi riporta alla mente qualcosa, ma sul momento non ricordo: troppo impegno fisico per salire i sassi fra afa e moscerini. Ora ho collegato: tripartizione e latino. Gallia est omnis divisa in partes tres, quarum unam incolunt Belgae, aliam Aquitani, tertiam qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur. E come non rimembrare anche la celebre costruzione del ponte, che mi valse un altro votaccio: Tigna bina sesquipedalia. paulum ab imo praeacuta dimensa ad altitudinem fluminis intervallo pedum duorum inter se iungebat. So che tanti di voi ci sono passati, e il più delle volte è andata male.

Fra prati che costeggiano pascoli, dove i cancelli e le recinzioni continuano ad avere strutture che non ho mai visto, con fragili bastoncini tenuti insieme da filo spinato ciancicato e arrugginito, e fra vecchi silenziosi fontanili, scorgiamo i primi sassi dell’Arco di Trevi: 1000 metri di altitudine, l’antica dogana. È tutto verde d’intorno; vi sono solo un carretto, e più avanti in mezzo a una radura, un paio di persone, un adulto e un regazzì, che lavorano con un trattore. Sono radure operaie, di letame, tubi in ferro e qualche barile lasciati a bordo sentiero. La strada provinciale non è lontana, si sentono passare le poche auto. Palesemente si chiedono che cosa possa spingere due persone a girovagare per quelle zone di nulla, con lo zaino in spalla. Queste non sono zone incontaminate. Anche io talvolta mi trovo a pensarlo degli altri, di quelli che trovo a pedalare fra le aree meno favolose dei nostri paesi «ma se in mezz’ora saresti sul Pelmo, perché perdi tempo su questi sentieri!» Appena mi guizza in testa questo pensiero, già me ne vergogno. Cosa ne so io di cosa vedono gli altri.

Oggi il cammino è lungo, e prima di arrivare a Collepardo, dove ci aspetta Francesca, dobbiamo attraversare Guarcino e Vico nel Lazio. La parte fisicamente più impegnativa è arrivare da Trevi a Guarcino, sempre per il caldo, ma l’avvicinamento è a suo modo particolare, perché prevede di passare per quello che solo alla fine scopriremo essere un santuario en plein air, una via crucis per la precisione, da fare al contrario. Il motivo è semplice: ci si arriva da dietro, per delle carrarecce semi dismesse, passando per il letto morto di un torrente abbandonato. È la prima volta che mi capita di entrare in un luogo sacro dalla porta della serva, e forse è quello il modo più corretto per farlo. Non capiamo – appunto – subito che si tratta di un santuario, anche perché la sua estetica ricorda più quella di una turbina elettrica. Solo avvicinandoci circospetti all’edificio in mattoni rossi e ferrosi leggiamo un Monito su un cartello, sobrio quanto il monito stesso: OGNI OGGETTO HA VALORE ZERO, dice. Ellamadonna, esclamo con il fare colto di Renato Pozzetto. ‘Valore Zero’: anche la grammatica e la sintassi qui sono perfettamente coerenti con la scelta architettonica glabra. Nulla è fuori posto, e il monito si scolpisce nella mente, ma fatico a sentire il Sacro. Non è nelle mie risonanze.

Questo santuario dà sulla strada statale e dopo venti minuti di cammino entriamo a Guarcino. Non avevamo mangiato dalla mattina perché sono terre aspre senza negozi, ed è lunedì. L’unico luogo aperto è una pasticceria, e scopriamo che Guarcino è il paese degli amaretti… Rifocillati a dovere e cambiate le scarpe, il gestore ci dice che esiste anche una cripta dedicata a Benedetto, dove si dice che lui sia passato. «Bussate alla signora Cesarina, e lei vi darà la chiave». E allora suono a Cesarina, che mi apre non proprio gioiosa, dato l’orario e che prende questa enorme vecchia chiave e ci apre. Benedetto o non Benedetto, la cripta di fatto è sua, dato che lo stabile era della sua famiglia, e quindi siccome è sua, apre lei. Cesarina indossa il vestito delle anziane donne di tutti i paesi d’Italia da nord a sud: al travesòn. Mi diverte immaginare una Cesarina del 500 d.C. che si scoccia allo stesso modo per questo Benedetto che viene a bussare alla sua cripta alle quattro del pomeriggio. Ma lei gli fa strada, sempre col Travesòn.

Ci incamminiamo verso Vico, con una biscia che serenamente mi striscia fra i piedi che quasi dalla fatica della salita nella boscaglia non me ne accorgo, e raggiuntolo ci perdiamo fra le poesie. Letteralmente: il paesino è pieno di poesie su lastre di ceramica decorate. Ci sono gatti, persone che giocano a carte e che ci salutano, in questo piccolo borgo dalle 25 torri (!) e 5 porte d’accesso. Anticamente devono aver fatto più fatica di noi a farsi aprire. Una poesia di Clemente Rebora in particolare mi colpisce:

Qualunque cosa tu dica o faccia c’è un grido dentro: non è per questo, non è per questo! E così tutto rimanda a una segreta domanda e l’atto è un pretesto… Nell’imminenza di Dio la vita fa man bassa sulle riserve caduche, mentre ciascuno si afferra a un suo bene che gli grida: addio!

E così tutto rimanda a una segreta domanda e l’atto è un pretesto. Siamo ormai quasi a Collepardo, da Francesca. Abbiamo scelto due modi di vivere questo cammino: soggiornare, ove possibile, presso le antiche abbazie e i monasteri, oppure farci ospitare dalle famiglie. Gli antichi ‘ospitalieri’, insomma. Ad Arpino, Roberto ci terrà molto a questo appellativo, e lo incarnerà perfettamente. L’associazione che si prende cura del Cammino propone in ogni paese alcune famiglie che ospitano i pellegrini ‘a donativo’ cioè senza chiedere nulla, se non un’offerta.

Sedersi al tavolo della cucina di qualcuno è una modalità speciale di incontrare un luogo; forse – mi chiedo – è l’unica speranza. Essere davvero attesi in un posto ha qualcosa di particolare. Ci diamo appuntamento con Francesca davanti alla chiesa di Collepardo, che come suggerisce il nome sta su un colle. Un altro borgo di pietra pieno di archi e anfratti per scorgere i monti che lo circondano. È l’ultima salita della giornata, e Francesca mi appare come mi immagino essere l’ospitaliera di una novella di Boccaccio: sorridente, piena di premure, con una cucina piena di ciotole, barattoli e verdure con un caminetto rosso. Siamo già in sintonia al primo sguardo…poi quando entriamo nella sua casetta, che era dei suoi nonni e decidiamo di mangiare a casa, è fatta. Asparagi selvatici, uova della vicina, un bel formaggio locale, e le storie della casa e della famiglia di Francesca diventano ombre vive.

Scopro una Collepardo tutt’altro che ferma. Un po’ come i paesini, anche dalle mie parti: piccoli formicai che brulicano… e che di notte donano un senso di pace. Solo visti da fuori non ci si crede. Sento quella sensazione non sempre comune nei viaggi, di essere in un posto giusto con persone giuste.

Appena tornata, fatalità, trovo nel mirabile blog Monachesimo 2.0, una storia ambientata proprio a Collepardo. Tra luglio e settembre del 1929 Scipione, sempre malato, passa una breve estate felice in Ciociaria («Io sto alla “Trattoria della stella d’Italia a Collepardo [Frosinone]») e, raggiunto da Mario Mafai, va a visitare la Certosa di Trisulti, dove, salutato l’amico, rimane per qualche tempo: un soggiorno che lascerà una traccia non labile nei suoi ricordi e qualche testimonianza nei suoi olii e nei disegni.

Ahi, Trisulti! Che storia abbiamo da raccontare anche noi! La prossima puntata.

Le altre tappe del Cammino sono qui.

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Per il Cammino di Benedetto. Da Subiaco a Trevi nel Lazio

«Quando ti sembrerà di andare troppo piano, rallenta». Con questo saggio consiglio, Flavio, alpinista e ormai esperto di cammini, mi aveva ammonita poco prima della partenza. Se non è stato sempre possibile rallentare il passo della gamba, date le distanze non banali in alcuni tratti montani da coprire in un certo tempo sotto un sole afoso, è stato quasi sempre possibile rallentare il passo del pensiero, che è il tipo di fretta che più ci affossa.

Questi sette giorni di cammino a piedi da Subiaco a Montecassino, passando per alcune delle Abbazie e Certose più antiche e custodenti del medioevo italico, sono stati per me un’esperienza diversa dal genere di percorsi – c’è chi li chiama Trekking, ma a me questa parola non piace – che sono solita fare in montagna, anche per più giorni, fra i rifugi delle mie Dolomiti. 

Scopro che i paesaggi naturali centro-meridionali sono da un lato tutto sommato vicini ai paesi che attraversano, e alle cittadine – spesso affatto piccole, più grandi dei nostri paesini montani – ma al contempo possono essere molto ‘lontani’ dal nostro tempo. O forse sono io che ho vissuto una settimana con il telefono per lo più in modalità aereo, donando a me stessa il ritmo di una vita lontana…

Abbiamo riso parecchio i primi giorni di cammino, fra sentieri antichi, prati, pascoli e boscaglia, per l’affinità di sentirci dentro le scene di Non ci resta che piangere, il famoso film di Roberto Benigni e Massimo Troisi, del 1984. Tutti ricorderanno la famosa scena in cui dopo un temporale in cui si erano riparati sotto una quercia in mezzo alla campagna, Saverio e Mario si ritrovano persi, e chiedono aiuto a un passante. La faccia dei due Grandi è indimenticabile, quando questo contadino dice candidamente loro che si trovano a Frittole, nel 1400 «Anzi, quasi 1500». Quante volte abbiamo immaginato camminando in mezzo ai pascoli senza anima viva, superando cancelli che potevano benissimo risalire a secoli fa, di bussare alla porta di una cascina e sentirci rispondere «Eh, Frittole, quasi 1500! E la macelleria?!?». Questa sensazione di spaesamento è stata diversa dallo spaesamento che provo quando vado in montagna sulle Dolomiti. Piano piano capirò il perché, credo.

I monasteri benedettini di Subiaco sono luoghi dall’umile potenza. Si respira il silenzio delle pietre e dei colori, ed è come se ancora prima di iniziare a camminare, solo stando lì, in realtà avessi già camminato. Sei un ‘pellegrino’ prima ancora di cominciare. I tanti libri letti, la storia studiata all’università e anche dopo, e soprattutto i romanzi storici ambientati nel Medioevo e nella prima età Moderna, hanno delineato in me un immaginario relativo al pellegrino, che fatico a tenere a bada. Eppure mi rendo conto che dovrei liberarmi da questa tara. Il cammino, mi spiegano, è fatto anche per scaricare i fardelli e per procedere con meno aspettative possibile. Non siamo pellegrini del 1.100, proverò a ricordare a me stessa in varie occasioni in questi giorni; siamo tuttavia pellegrini oggi: bisogna solo capire che cosa significa.

Dopo una serata rifocillante con la pastasciuttona dei monaci, la mattina presto arrivo al Sacro Speco con un ricordo familiare. Abbiamo una fotografia a casa, risalente all’estate del 1971, con mia mamma bambina in posa davanti alla porta del Santuario e mia nonna accanto incinta di mio zio. Appena arrivo mi faccio una foto esattamente nello stesso punto con la medesima posa, e gliela mando.

Un cammino per i luoghi Benedettini non può non passare da qui (il Cammino inizierebbe a Norcia, ma noi non potevamo prenderci due settimane). È il luogo in cui il giovane Benedetto (480 circa – 547), trascorse un periodo di eremitaggio, prima di dedicarsi alla vita cenobitica e fondare la Regola che disegnerà l’Europa, per citare Paolo Rumiz. Il santuario, già di per sé un luogo incredibile costruito nella e sulla roccia, pieno di affreschi antichi e casa di alcuni fra i manoscritti più significativi della storia dei Benedettini, custodisce la grotta in cui Benedetto visse nell’anonimato per tre anni. Mi ritrovo a pensare, come mi capita spesso, a quante cose hanno visto quelle pietre e quegli affreschi. Mi colpiscono i ‘graffiti’ lasciati sulle pitture antiche dai ‘ragazzacci’ di duecento anni fa: giovani in visita allo Speco che – come oggi i nostri writers – vollero lasciare la loro firma accanto all’anno in cui avevano messo piede in quel luogo sacro. Sinceramente non mi viene di arrabbiarmi con questi nostri predecessori, sebbene per noi oggi rappresenti uno dei più scandalosi e impensabili vandalismi. Scoprire le loro allegre firme e note ottocentesche sui mantelli di Benedetto dipinti centinaia di anni prima, è vertigine nella vertigine.

Partiamo per la prima meta – Trevi nel Lazio – immersi in una natura verde e morbida, con il rumore dell’acqua che ci accompagna, tipico della Valle del fiume Aniene. In 140 chilometri di cammino che faremo, incontreremo paesaggi molto diversi, e la lentezza con cui si procede a piedi – che mi ritrovo a pensare sia la vera distanza, e i piedi la vera misura delle cose – permette di dilatare l’esperienza in modo inatteso. In treno, tornando a casa sette giorni dopo, mi sembrerà di essere stata via non sette giorni, ma sette mesi. 

È la tappa tutto sommato più semplice e rilassante del cammino: i segnali sono facili da trovare, il dislivello è tranquillo, e ci sono ancora pochi animali in giro. Si è poi freschi: la difficoltà di camminare molti giorni – e vale anche in montagna – è l’accumulo di stanchezza, di eventuali dolori alle gambe o alle spalle per il peso dello zaino… Non ci si improvvisa camminatori: quanto ho imparato io le prime volte che iniziavo ad andare in montagna, su come si prepara uno zaino! Questa esperienza mi ha ribadito l’importanza delle tre accortezze che ho appreso nel tempo: scarpa di ricambio degli scarponi per i tratti asfaltati o o sentieri semplici, per rilassare la schiena e i piedi, Camel bag, e bastonicini. Oltre a uno zaino che non pesi più del 10% del nostro peso. Questi tre elementi, (chiaramente uniti all’essere allenati a percorrere 25 km al giorno con dislivelli positivi di almeno 700 metri) hanno fatto sì che non abbia mai sofferto durante il cammino, se non il caldo dovuto agli oltre 30 gradi anomali a quelle altitudini per maggio, e sia tornata a casa senza dolori o affaticamenti.

Dopo pascoli e ampi prati ricchi di fiori coloratissimi, rifocillati da un super panino alla porchetta alle erbe fatta in casa, superando indenni cancelli con il filo spinato, che scopriremo essere la norma in questa zona – arriviamo a Trevi da monte, in una vecchia mulattiera. Intravediamo il paese fra le foglie come deve essere capitato a tanti nostri predecessori. Da lontano non si vedono auto, o antenne. Sono le cinque, e suonano le campane proprio mentre entriamo in città. Una bella casetta in pietra al Colle Mordani e una birra fresca “battezzano” il nostro Cammino; c’è una partita di calcio, e molti sono accorsi a tifare.

La contemporaneità non la puoi lasciare fuori, ed è una delle prime aspettative da eliminare. Mi trovo a pensare che forse il gioco è proprio il continuo viaggio ‘nel tempo’ fra ciò che era, ciò che è e ciò che è sempre. 

Questi pensieri non hanno certo l’obiettivo di essere una guida al Cammino. Noi ci siamo affidati alla guida ufficiale di Simone Frignani. La trovate qui. Questo invece il sito web del Cammino di Benedetto con tutte le informazioni.

Le altre tappe sono qui.

Il varco è qui?

La sensazione è quella della piccola epifania. A un tratto senti che qualche cosa – un tratto scritto, disegnato, vibrato di suono – esprime il nocciolo della faccenda. Come con I Limoni di Eugenio Montale: Quando un giorno da un malchiuso portone / tra gli alberi di una corte / ci si mostrano i gialli dei limoni; / e il gelo dei cuore si sfa / e in petto ci scrosciano / le loro canzoni / le trombe d’oro della solarità (Ossi di seppia, 1925)

Musicalmente accade qualcosa di simile (almeno ai miei piccoli orecchi) durante l’apertura de La Moldava di Bedřich Smetana, il primo minuto e mezzo, prima della melodia ormai famosa. Si chiudono gli occhi e si vedono uccellini svolazzare, si sente l’acqua della Moldava scorrere imperiosa anche se la luce è ancora debole. È mattina presto e ci sono ancora alcune lucciole, e foglioline che svolazzano al vento prima di posarsi. Chiarissimo.

In questi giorni ho letto un libro illuminante: Akedia. Il male oscuro, scritto da Gabriel Bunge (Qiqajon, 1999), e lascio a chi legge andare a scoprire chi è. L’akedia è l’accidia, il male del nostro tempo, quella che oggi chiamiamo depressione e che gli antichi chiamavano Acedia, appunto, il demone del Mezzogiorno, l’atonia, l’asfissia, il vicolo cieco dell’anima, quella che a lungo andare porta al suicidio, effettivo o no che sia. Bunge descrive nel dettaglio questa condizione moderna ‘utilizzando’ la saggezza di un maestro greco tardoantico, che l’aveva già dipinta perfettamente (per chi è un pochino addentro questi temi, si tratta di Evagrio Pontico), e che offre interessanti rimedi. Rileva Bunge che forse aver smesso di personificare il Male non è stata proprio una grande idea. «Per il male o l’imperfezione non si dà perdono, perché solo una persona può perdonare un’altra persona. Ci sarebbe parecchio da dire sulle ragioni profonde di questa crescente incapacità a riconoscere il male come potenza Personale [ocio: con la P maiuscola! ndr], che tuttavia certi spiriti illuminati ritengono costituisca un grande progresso, anzi un’autentica liberazione.» Lascio a chi avrà voglia di approfondire, il piacere della scoperta di queste pagine.

Ieri sera un caro amico, acquarellista di Carnets de voyage, Fausto Tormen, ha presentato al Museo della Pietra e degli Scalpellini di Castellavazzo, il mio paesello, il suo nuovo libro “Belluno e le sue pietre” (De Bastiani Editore). Il suo viaggio fra la storia delle pietre, appunto, antiche che si incontrano nel centro della nostro Capoluogo Splendente. La provincia di Belluno – che oggi per molti miopi è solo ‘le montagne di Venezia’, auspicando nuove modalità di turismo mordi, inquina e fuggi senza aver visto nulla della storia sopra la quale si cammina – ha invece rappresentato per secoli un punto nevralgico del mercato internazionale, per la pietra (anche di Castellavazzo), così come per le spade. Altro che sauna deluxe di fronte alle Tre Cime.

La delicatezza e la pazienza con cui Fausto traccia le sue storie acquerelliche attraggono. Attrae anche Fausto: un perito, poi bancario, che autonomamente seguendo i suoi Limoni ha coltivato il suo dono in tanti anni, attraversando diverse fasi seguendo ciò che sentiva per esprimersi con spontaneità; e saranno gli altri, semmai, a chiamarmi artista. C’è molto da imparare da persone come Fausto, che ci ricordano che la fretta di definirci che abbiamo oggi non ha molto senso. Mi riferisco all’esigenza di scrivere la nostra “bio” perfetta sui social che ci dipinga completamente, all’ansia che la nostra definizione passi per il fatto di essere pagati per fare proprio quello (aspetto che meriterebbe, invero, una più ampia riflessione, poiché non banale come forse sembra dalle mie parole).

Dopo la presentazione si parlava con un paio di persone del grande dono che è avere dentro qualcosa da esprimere e aver chiaro qual è il proprio strumento maieutico. Viene da invidiare Fausto, il quale ha imparato a disegnare grazie a un corso per corrispondenza (altro che video tutorial!). Senza dubbio si tratta di un dono. Ma, come umilmente e sapientemente ricorda lui stesso – e io l’ho potuto ascoltare in diverse occasioni – bisogna “lavorar”: allenarsi, tanto. Tracciare il solco con pazienza. Mi piace molto questa idea che tutti possano trovare il proprio modo per esprimersi, ma che il punto di partenza sia sempre una spinta intima indescrivibile. Perché una macchina fotografica, perché la scrittura, perché i versi, perché il violino, perché il pianoforte, perché la creta, perché la montagna? Per i Limoni.

Sempre ieri sera, prima della presentazione di Fausto, a Longarone è stato presentato Monti di Longarone (Fondazione Angelini, 2021), di Pietro Sommavilla, Giuseppe Nart e Luca Celi, un’opera stupenda che raccoglie tutti i sentieri del comune di Longarone, spiegandone il significato storico, prima di tutto. Sommavilla, oggi 80 enne, figura di primo piano dell’alpinismo bellunese, ha ripercorso davanti ad amici e sconosciuti il suo perché di una vita in cammino per questa montagna, così ‘secondaria’. La risposta è sotto in nostri occhi: perché la geografia da sola senza la storia non ha lo stesso sapore. E allora via con i racconti di come l’orografia di Longarone ha svolto un ruolo predominante nella Storia dell’Austria e della Repubblica Veneta nei secoli passati. Ma il passaggio più interessante è stato quando parlando di un amico particolarmente dotato in montagna l’autore ricordava quando inventava di dover prendere appunti sulle quote per avere una scusa per fermarsi e riprendere fiato. «Lui è una Ferrari, e io una Panda!» Eppure, che cosa importa la prestazione personale, l’essere i primi? Proprio niente signor Pietro, ha ragione. Conta ciò che ci manda avanti, conta ancora il giallo dei Limoni.

Allenarsi per vivere la Bellezza di trovare il proprio Varco, e la bellezza dell’allenamento stesso ad avere i pori belli aperti per captare tracce del proprio strumento espressivo: alla fine credo si tratti di questo. Mi ricorda sempre l’amato Montale:

Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.
Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura.
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.
Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.
Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende …)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

(Le occasioni, 1939)

Torniamo al 2012?

Mi capita di chiedermi – specie quando per colpa del fago-social mi sveglio male come questa mattina – quando è successo che il mondo ha girato l’angolo. Come siamo arrivati, signora mia, a un mondo dove ti svegli al mattino e devi rispondere a gente normale, non i soliti pazzi o troll a cui non presto attenzione, che ti vuole insegnare a fare il tuo lavoro. Quando e come è successo che abbiamo accettato di ricevere e inviare whatsapp che fissano riunioni sul telefono personale alle dieci di sera. Quando e come è successo che ogni volta che bisogna “sentirsi” siamo costretti alla videochiamata, cioè vincolati all’essere davanti al pc a quell’ora, pettinati (o più o meno), vestiti (o più o meno). Io continuo a rispondere agli inviti “ok, chiamami a questo numero” – così, sottinteso, posso essere anche a fare una passeggiata per i fatti miei e ascoltarti – ma non c’è niente da fare.

Al di là di queste ultime facezie, che so bene che abbiamo sdoganato durante i lockdown degli ultimi due anni, e che in qualche modo possono essere reversibili; l’aspetto serio riguarda la prima domanda, ovvero quando abbiamo permesso al mondo di tenerci in pugno in questa maniera alle sette del mattino. Ebbene, io credo sia successo fra il 2012 e il 2014, definitivamente.

Il 2012 per me è stato un anno cruciale: mi sono laureata alla laurea magistrale a Firenze, e la notte stessa, fra l’11 e il 12 ottobre, come Colomba ho preso l’intercity notte da Campo di Marte per Trieste, dove alle 8 del mattino, senza essermi nemmeno lavata i denti e ancora vestita come alla laurea, ho sostenuto l’esame di ammissione al master in giornalismo scientifico digitale della SISSA, a Trieste. Quello che mi ha cambiato la vita. Premesso che non sono mai stata una all’ultima moda quanto a tecnologia, e tendenzialmente giro le spalle alle avanguardie, all’epoca avevo un cellulare di quelli con i tasti e senza internet (ho cercato in rete e l’ho trovato: il mitico Samsung SGH-E251). Gli smartphone c’erano già, lo so, ma non ero anomala a non averlo. Ho comprato il primo qualche mese dopo, per essere più sul pezzo durante le attività del master, per darmi un tono nel controllare la posta, twittare a sbregabalon (l’alternativa bellunese all’ a spron battuto, bello no?). Il 2013 è stato l’anno del vero debutto di Instagram nelle nostre vite. Ricordo il momento in cui ho detto “ma sì, dai”. Ero in salotto al pc a finire qualche grafico per qualche articolo, in orari in cui oggi non lavoro più, mentre guardavo l’Ispettore Barnaby su La7. Avevo qualche foto dei ciottoli de la Piave, con acqua scrosciante, e postai quelli.

Tuttavia, ancora all’epoca non era cambiato granché, ma eravamo sul fil di lama, un barlume che vacilla,
un teso ghiaccio che s’incrina
. La nostra quotidianità si stava inclinando, le oche avevano iniziato a starnazzare.

Nel 2016 la situazione era già compromessa. L’idolo del tuo pubblico era già assiso sul suo trono, e noi sudditi beoti, come scimmie ammaestrate, a convincerci che la vera rivoluzione della comunicazione era parlare con il tuo pubblico. Conosco persone la cui vita personale ruota intorno ai desideri del pubblico di ricevere un video o di vedere un Reel secondo una frequenza dettata proprio da chi ne è alla fine schiavo! I nostri discendenti nel 2222 scriveranno, probabilmente su tavolette d’argilla, che “era un’epoca di transizione”, che “era l’infanzia della rete, mentre loro pensavano di essere già adolescenti”. Con il fare saccente di noi che oggi parliamo di “secolo breve”. Una ruota che gira.

Nel 2006 l’idea di Internet 2.0 era rivoluzionaria: interagire, non solo leggere. Wow. In effetti lo era. L’apoteosi si è avuta nel periodo intorno al 2012, exploit del live tweeting (io c’ero, ho iniziato a lavorare così). Poi a forza di condividere, i social hanno iniziato a usarli davvero tutti, come speravamo, e il risultato è che il 31 marzo 2022 mi trovo a scrivere un pessimo diario sul blog dopo l’ennesima “conversazione” con gente a caso che non ha idea di chi io sia, del mio percorso professionale, delle riflessioni alla base di quanto scrivo, e che mi dice cose tipo “spero che lei abbia scritto il pezzo consultando varie fonti!”.

In particolare c’è una cosa che mi fa infuriare più di tutte, e non è chi mette in dubbio la mia serietà professionale: l’illazione “tu non difendi tuttə/3/* noi”. Non essere abbastanza “inclusiva”, “femminista”. Praticamente la scena di Mario Brega in Un sacco bello.

Al di là dei piccoli sfoghi, il discorso su a che cosa permettiamo di raggiungerci, va seriamente affrontato. Tendo a ripetermi, lo so, ma oggi è urgente mettere sul tavolo due punti. Anzitutto, lo spazio lavoro/non lavoro, che rientra nel più generale problema ENORME del gestire se e quando vogliamo essere raggiunti da input di vario genere, cioè dalle persone, dato che gli input non ci raggiungono da soli.

Contemporaneamente, credo sia tempo di iniziare a riflettere seriamente sul senso di una comunicazione/marketing impostata sul far contento il proprio pubblico o comunque un qualche interlocutore. Ora, è ben chiaro che se vendiamo scarpe dovremo ascoltare le esigenze del pubblico a cui vogliamo venderle. Non sto parlando di questo. Mi riferisco al fatto che da almeno 10 anni, da che io ricordo, pontifichiamo in master e corsi di quanto sia importante andare incontro al pubblico, farlo parlare con noi, altrimenti se non dialoghi sei fascio come Mario Brega. Ma siamo davvero davvero sicuri? Io ho iniziato per esempio a impostare alcuni tweet senza possibilità di risposta, per provare ad abbassare i toni ed eliminare le perdite di tempo di chi vuol giocare all’aula di tribunale, altro che dialogo. Chi vuole scrivere qualcosa lo può fare in messaggio privato. Mi sono imposta di non usare Slack e di telefonare invece di impostare call. Non rispondo su Facebook se non in casi particolari, e se mi viene richiesto in quanto “parte del lavoro giornalistico” affronto il problema con chi me lo chiede. Comunque non basta. Non sono l’unica, e sicuramente non invento nulla: parecchie persone hanno scelto questa strada, ma nel complesso stiamo pontificando diversamente. Non si tratta solo di gestire meglio l’aggressività delle discussioni, ma di riflettere su come tutto questo sta cambiando la nostra vita quotidiana, anche in termini di umore. Dopo aver scritto l’ultimo post la scorsa settimana, parecchie persone privatamente mi hanno scritto che non ce la fanno più a gestire tutto il bombardamento dei commenti in ogni dove, delle email professionali e dei whatsapp a qualsiasi ora. Il filo rosso era l’impossibilità di non essere raggiungibili. Non so voi, ma io vedo tanta sofferenza su questo aspetto, espressa e non, anche in persone che mai avrei detto. Ma chi ha deciso che è normale? Nessuno, e insieme centomila. Lo decidiamo tutti noi ogni giorno, quando lasciamo fare.

Nel 2012, prima di fare questo lavoro, non avevo nessun social, non avevo l’email nel telefono, non c’era whatsapp. Avevo il cellulare, quindi l’opportunità di parlare o organizzare incontri con chi volevo vedere o sentire, di mandare messaggi a qualsiasi ora, avevo le email nel pc e bastava un wifi o un cavo (ho comprato l’ultimo nel 2011). Un compromesso felice. Oggi quando penso a quegli anni sento una grande spensieratezza e leggerezza umana: non ero bombardata da niente.

È ben evidente che non è possibile tornare al 2012 con un colpo di accetta. Anche perché parallelamente c’è il fatto di aver scoperto la possibilità di fare smartworking (che è per la maggior parte ancora telelavoro, ma è un primo passo), e che richiede gli strumenti del 2022. Inoltre, per iniziare la professione che amo e che mi ha dato tanto, anche io avevo abbandonato il mio Samsung SGH-E251. Ma non basta. Come il “secolo breve” ci ha insegnato, senza una seria riflessione antropologica prima ancora che sociologica, sulla tecnologia e su regole pratiche per non permettere a chiunque di dominarci, non possiamo che essere scimmie infelici, nonché mortali.