Il varco è qui?

La sensazione è quella della piccola epifania. A un tratto senti che qualche cosa – un tratto scritto, disegnato, vibrato di suono – esprime il nocciolo della faccenda. Come con I Limoni di Eugenio Montale: Quando un giorno da un malchiuso portone / tra gli alberi di una corte / ci si mostrano i gialli dei limoni; / e il gelo dei cuore si sfa / e in petto ci scrosciano / le loro canzoni / le trombe d’oro della solarità (Ossi di seppia, 1925)

Musicalmente accade qualcosa di simile (almeno ai miei piccoli orecchi) durante l’apertura de La Moldava di Bedřich Smetana, il primo minuto e mezzo, prima della melodia ormai famosa. Si chiudono gli occhi e si vedono uccellini svolazzare, si sente l’acqua della Moldava scorrere imperiosa anche se la luce è ancora debole. È mattina presto e ci sono ancora alcune lucciole, e foglioline che svolazzano al vento prima di posarsi. Chiarissimo.

In questi giorni ho letto un libro illuminante: Akedia. Il male oscuro, scritto da Gabriel Bunge (Qiqajon, 1999), e lascio a chi legge andare a scoprire chi è. L’akedia è l’accidia, il male del nostro tempo, quella che oggi chiamiamo depressione e che gli antichi chiamavano Acedia, appunto, il demone del Mezzogiorno, l’atonia, l’asfissia, il vicolo cieco dell’anima, quella che a lungo andare porta al suicidio, effettivo o no che sia. Bunge descrive nel dettaglio questa condizione moderna ‘utilizzando’ la saggezza di un maestro greco tardoantico, che l’aveva già dipinta perfettamente (per chi è un pochino addentro questi temi, si tratta di Evagrio Pontico), e che offre interessanti rimedi. Rileva Bunge che forse aver smesso di personificare il Male non è stata proprio una grande idea. «Per il male o l’imperfezione non si dà perdono, perché solo una persona può perdonare un’altra persona. Ci sarebbe parecchio da dire sulle ragioni profonde di questa crescente incapacità a riconoscere il male come potenza Personale [ocio: con la P maiuscola! ndr], che tuttavia certi spiriti illuminati ritengono costituisca un grande progresso, anzi un’autentica liberazione.» Lascio a chi avrà voglia di approfondire, il piacere della scoperta di queste pagine.

Ieri sera un caro amico, acquarellista di Carnets de voyage, Fausto Tormen, ha presentato al Museo della Pietra e degli Scalpellini di Castellavazzo, il mio paesello, il suo nuovo libro “Belluno e le sue pietre” (De Bastiani Editore). Il suo viaggio fra la storia delle pietre, appunto, antiche che si incontrano nel centro della nostro Capoluogo Splendente. La provincia di Belluno – che oggi per molti miopi è solo ‘le montagne di Venezia’, auspicando nuove modalità di turismo mordi, inquina e fuggi senza aver visto nulla della storia sopra la quale si cammina – ha invece rappresentato per secoli un punto nevralgico del mercato internazionale, per la pietra (anche di Castellavazzo), così come per le spade. Altro che sauna deluxe di fronte alle Tre Cime.

La delicatezza e la pazienza con cui Fausto traccia le sue storie acquerelliche attraggono. Attrae anche Fausto: un perito, poi bancario, che autonomamente seguendo i suoi Limoni ha coltivato il suo dono in tanti anni, attraversando diverse fasi seguendo ciò che sentiva per esprimersi con spontaneità; e saranno gli altri, semmai, a chiamarmi artista. C’è molto da imparare da persone come Fausto, che ci ricordano che la fretta di definirci che abbiamo oggi non ha molto senso. Mi riferisco all’esigenza di scrivere la nostra “bio” perfetta sui social che ci dipinga completamente, all’ansia che la nostra definizione passi per il fatto di essere pagati per fare proprio quello (aspetto che meriterebbe, invero, una più ampia riflessione, poiché non banale come forse sembra dalle mie parole).

Dopo la presentazione si parlava con un paio di persone del grande dono che è avere dentro qualcosa da esprimere e aver chiaro qual è il proprio strumento maieutico. Viene da invidiare Fausto, il quale ha imparato a disegnare grazie a un corso per corrispondenza (altro che video tutorial!). Senza dubbio si tratta di un dono. Ma, come umilmente e sapientemente ricorda lui stesso – e io l’ho potuto ascoltare in diverse occasioni – bisogna “lavorar”: allenarsi, tanto. Tracciare il solco con pazienza. Mi piace molto questa idea che tutti possano trovare il proprio modo per esprimersi, ma che il punto di partenza sia sempre una spinta intima indescrivibile. Perché una macchina fotografica, perché la scrittura, perché i versi, perché il violino, perché il pianoforte, perché la creta, perché la montagna? Per i Limoni.

Sempre ieri sera, prima della presentazione di Fausto, a Longarone è stato presentato Monti di Longarone (Fondazione Angelini, 2021), di Pietro Sommavilla, Giuseppe Nart e Luca Celi, un’opera stupenda che raccoglie tutti i sentieri del comune di Longarone, spiegandone il significato storico, prima di tutto. Sommavilla, oggi 80 enne, figura di primo piano dell’alpinismo bellunese, ha ripercorso davanti ad amici e sconosciuti il suo perché di una vita in cammino per questa montagna, così ‘secondaria’. La risposta è sotto in nostri occhi: perché la geografia da sola senza la storia non ha lo stesso sapore. E allora via con i racconti di come l’orografia di Longarone ha svolto un ruolo predominante nella Storia dell’Austria e della Repubblica Veneta nei secoli passati. Ma il passaggio più interessante è stato quando parlando di un amico particolarmente dotato in montagna l’autore ricordava quando inventava di dover prendere appunti sulle quote per avere una scusa per fermarsi e riprendere fiato. «Lui è una Ferrari, e io una Panda!» Eppure, che cosa importa la prestazione personale, l’essere i primi? Proprio niente signor Pietro, ha ragione. Conta ciò che ci manda avanti, conta ancora il giallo dei Limoni.

Allenarsi per vivere la Bellezza di trovare il proprio Varco, e la bellezza dell’allenamento stesso ad avere i pori belli aperti per captare tracce del proprio strumento espressivo: alla fine credo si tratti di questo. Mi ricorda sempre l’amato Montale:

Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.
Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura.
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.
Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.
Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende …)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

(Le occasioni, 1939)

Torniamo al 2012?

Mi capita di chiedermi – specie quando per colpa del fago-social mi sveglio male come questa mattina – quando è successo che il mondo ha girato l’angolo. Come siamo arrivati, signora mia, a un mondo dove ti svegli al mattino e devi rispondere a gente normale, non i soliti pazzi o troll a cui non presto attenzione, che ti vuole insegnare a fare il tuo lavoro. Quando e come è successo che abbiamo accettato di ricevere e inviare whatsapp che fissano riunioni sul telefono personale alle dieci di sera. Quando e come è successo che ogni volta che bisogna “sentirsi” siamo costretti alla videochiamata, cioè vincolati all’essere davanti al pc a quell’ora, pettinati (o più o meno), vestiti (o più o meno). Io continuo a rispondere agli inviti “ok, chiamami a questo numero” – così, sottinteso, posso essere anche a fare una passeggiata per i fatti miei e ascoltarti – ma non c’è niente da fare.

Al di là di queste ultime facezie, che so bene che abbiamo sdoganato durante i lockdown degli ultimi due anni, e che in qualche modo possono essere reversibili; l’aspetto serio riguarda la prima domanda, ovvero quando abbiamo permesso al mondo di tenerci in pugno in questa maniera alle sette del mattino. Ebbene, io credo sia successo fra il 2012 e il 2014, definitivamente.

Il 2012 per me è stato un anno cruciale: mi sono laureata alla laurea magistrale a Firenze, e la notte stessa, fra l’11 e il 12 ottobre, come Colomba ho preso l’intercity notte da Campo di Marte per Trieste, dove alle 8 del mattino, senza essermi nemmeno lavata i denti e ancora vestita come alla laurea, ho sostenuto l’esame di ammissione al master in giornalismo scientifico digitale della SISSA, a Trieste. Quello che mi ha cambiato la vita. Premesso che non sono mai stata una all’ultima moda quanto a tecnologia, e tendenzialmente giro le spalle alle avanguardie, all’epoca avevo un cellulare di quelli con i tasti e senza internet (ho cercato in rete e l’ho trovato: il mitico Samsung SGH-E251). Gli smartphone c’erano già, lo so, ma non ero anomala a non averlo. Ho comprato il primo qualche mese dopo, per essere più sul pezzo durante le attività del master, per darmi un tono nel controllare la posta, twittare a sbregabalon (l’alternativa bellunese all’ a spron battuto, bello no?). Il 2013 è stato l’anno del vero debutto di Instagram nelle nostre vite. Ricordo il momento in cui ho detto “ma sì, dai”. Ero in salotto al pc a finire qualche grafico per qualche articolo, in orari in cui oggi non lavoro più, mentre guardavo l’Ispettore Barnaby su La7. Avevo qualche foto dei ciottoli de la Piave, con acqua scrosciante, e postai quelli.

Tuttavia, ancora all’epoca non era cambiato granché, ma eravamo sul fil di lama, un barlume che vacilla,
un teso ghiaccio che s’incrina
. La nostra quotidianità si stava inclinando, le oche avevano iniziato a starnazzare.

Nel 2016 la situazione era già compromessa. L’idolo del tuo pubblico era già assiso sul suo trono, e noi sudditi beoti, come scimmie ammaestrate, a convincerci che la vera rivoluzione della comunicazione era parlare con il tuo pubblico. Conosco persone la cui vita personale ruota intorno ai desideri del pubblico di ricevere un video o di vedere un Reel secondo una frequenza dettata proprio da chi ne è alla fine schiavo! I nostri discendenti nel 2222 scriveranno, probabilmente su tavolette d’argilla, che “era un’epoca di transizione”, che “era l’infanzia della rete, mentre loro pensavano di essere già adolescenti”. Con il fare saccente di noi che oggi parliamo di “secolo breve”. Una ruota che gira.

Nel 2006 l’idea di Internet 2.0 era rivoluzionaria: interagire, non solo leggere. Wow. In effetti lo era. L’apoteosi si è avuta nel periodo intorno al 2012, exploit del live tweeting (io c’ero, ho iniziato a lavorare così). Poi a forza di condividere, i social hanno iniziato a usarli davvero tutti, come speravamo, e il risultato è che il 31 marzo 2022 mi trovo a scrivere un pessimo diario sul blog dopo l’ennesima “conversazione” con gente a caso che non ha idea di chi io sia, del mio percorso professionale, delle riflessioni alla base di quanto scrivo, e che mi dice cose tipo “spero che lei abbia scritto il pezzo consultando varie fonti!”.

In particolare c’è una cosa che mi fa infuriare più di tutte, e non è chi mette in dubbio la mia serietà professionale: l’illazione “tu non difendi tuttə/3/* noi”. Non essere abbastanza “inclusiva”, “femminista”. Praticamente la scena di Mario Brega in Un sacco bello.

Al di là dei piccoli sfoghi, il discorso su a che cosa permettiamo di raggiungerci, va seriamente affrontato. Tendo a ripetermi, lo so, ma oggi è urgente mettere sul tavolo due punti. Anzitutto, lo spazio lavoro/non lavoro, che rientra nel più generale problema ENORME del gestire se e quando vogliamo essere raggiunti da input di vario genere, cioè dalle persone, dato che gli input non ci raggiungono da soli.

Contemporaneamente, credo sia tempo di iniziare a riflettere seriamente sul senso di una comunicazione/marketing impostata sul far contento il proprio pubblico o comunque un qualche interlocutore. Ora, è ben chiaro che se vendiamo scarpe dovremo ascoltare le esigenze del pubblico a cui vogliamo venderle. Non sto parlando di questo. Mi riferisco al fatto che da almeno 10 anni, da che io ricordo, pontifichiamo in master e corsi di quanto sia importante andare incontro al pubblico, farlo parlare con noi, altrimenti se non dialoghi sei fascio come Mario Brega. Ma siamo davvero davvero sicuri? Io ho iniziato per esempio a impostare alcuni tweet senza possibilità di risposta, per provare ad abbassare i toni ed eliminare le perdite di tempo di chi vuol giocare all’aula di tribunale, altro che dialogo. Chi vuole scrivere qualcosa lo può fare in messaggio privato. Mi sono imposta di non usare Slack e di telefonare invece di impostare call. Non rispondo su Facebook se non in casi particolari, e se mi viene richiesto in quanto “parte del lavoro giornalistico” affronto il problema con chi me lo chiede. Comunque non basta. Non sono l’unica, e sicuramente non invento nulla: parecchie persone hanno scelto questa strada, ma nel complesso stiamo pontificando diversamente. Non si tratta solo di gestire meglio l’aggressività delle discussioni, ma di riflettere su come tutto questo sta cambiando la nostra vita quotidiana, anche in termini di umore. Dopo aver scritto l’ultimo post la scorsa settimana, parecchie persone privatamente mi hanno scritto che non ce la fanno più a gestire tutto il bombardamento dei commenti in ogni dove, delle email professionali e dei whatsapp a qualsiasi ora. Il filo rosso era l’impossibilità di non essere raggiungibili. Non so voi, ma io vedo tanta sofferenza su questo aspetto, espressa e non, anche in persone che mai avrei detto. Ma chi ha deciso che è normale? Nessuno, e insieme centomila. Lo decidiamo tutti noi ogni giorno, quando lasciamo fare.

Nel 2012, prima di fare questo lavoro, non avevo nessun social, non avevo l’email nel telefono, non c’era whatsapp. Avevo il cellulare, quindi l’opportunità di parlare o organizzare incontri con chi volevo vedere o sentire, di mandare messaggi a qualsiasi ora, avevo le email nel pc e bastava un wifi o un cavo (ho comprato l’ultimo nel 2011). Un compromesso felice. Oggi quando penso a quegli anni sento una grande spensieratezza e leggerezza umana: non ero bombardata da niente.

È ben evidente che non è possibile tornare al 2012 con un colpo di accetta. Anche perché parallelamente c’è il fatto di aver scoperto la possibilità di fare smartworking (che è per la maggior parte ancora telelavoro, ma è un primo passo), e che richiede gli strumenti del 2022. Inoltre, per iniziare la professione che amo e che mi ha dato tanto, anche io avevo abbandonato il mio Samsung SGH-E251. Ma non basta. Come il “secolo breve” ci ha insegnato, senza una seria riflessione antropologica prima ancora che sociologica, sulla tecnologia e su regole pratiche per non permettere a chiunque di dominarci, non possiamo che essere scimmie infelici, nonché mortali.

Il nostro tempo e il lavoro

In questi ultimi anni più che mai, mi capita – e immagino succeda lo stesso a tanti altri come me – di essere invitata a intervenire a molti eventi per portare la mia esperienza professionale. Non certo perché io sia diventata più interessante negli ultimi tempi, ma perché è così semplice organizzare un evento, specie online, e porta così tanti “vantaggi” (dicono…) in termini di “rete e visibilità”, che non si può essere da meno. Il più delle volte si tratta di eventi, non di incontri veri e propri, ma non è su questo che vorrei focalizzarmi.

Proprio in questi giorni ho ricevuto un invito per un evento interessante, ma che ho declinato, accennando al fatto che da qui a giugno avevo già preso un numero congruo di eventi/corsi di formazione a cui partecipare, rispetto al tempo che avevo pianificato di avere libero per fare altre cose. Chiaramente non mi sono messa a spiegare a uno sconosciuto il perché di questa scelta, mi bastava capisse che non ce l’avevo con lui. La persona in questione tuttavia continuava a insistere, come spesso accade. Sembrava una fuga barocca: io che dicevo che nei prossimi mesi il tempo che volevo dedicare a queste cose era già “pieno” e che la mia vita è fatta anche di altro, e come libera professionista devo pormi io dei paletti; e lui che rispondeva in modo completamente dissonante rispetto a quanto dicevo io, usando l’argomento del “ma sei perfetta per questo evento” (cosa che mi fa ridere, peraltro, come se potessi essere davvero essenziale, suvvia!).

Faccio sempre molta fatica a spiegare che il lavoro è una parte della mia vita, una parte soltanto, e non la più importante. Che ho scelto la libera professione proprio per questo motivo: non tanto perché mi posso organizzare il lavoro, ma perché mi posso organizzare il non- lavoro!

“Che cosa ti ha insegnato questa pandemia?” mi si chiede spesso a questi eventi. Ebbene: mi ha rafforzato l’idea, imparata non tanto dalla storia studiata, quanto dalla poesia letta, che il giorno della fine non ti servirà l’inglese… Vivere la vita è un impegno a darsi il tempo di guardare le cose, di pensarle, di essere il più possibile dove si vuole essere e con le persone importanti. Il resto sono bugie. Gli “step” tutto sommato sono bugie. Investire le proprie giornate per progettare la propria immagine sui social per far divertire gli altri… forse qualche ora al mese, ma onestamente non vale di più, anche se ha un buon ritorno dell’investimento. Curioso quanto siamo attaccati ai piccoli ritorni di investimento, ma l’unico Ritorno di Investimento di cui non ci curiamo granché è quello complessivo! Lo so che per lavoro mi occupo di consulenze per strategie di comunicazione, ma preferisco lo scandalo di insegnare a riflettere sul senso di quel che si fa, prima di tutto. Non divulgo a braccia incrociate e in camicia come essere i robottini vestiti meglio. Dico sostanzialmente questo ai corsi universitari dove vengo invitata a intervenire e che accetto sempre volentieri. E i ragazzi mi sembrano sempre attenti e pronti a riflettere su queste cose forse più dei grandi.

Non è mica il lavoro a costituire il problema: a essere problematizzato è il senso. Francesca Mannocchi lavora 15 ore al giorno dal fronte ucraino, facendoci il dono del suo tempo e della sua fatica per farci sapere che cosa sta accadendo in quell’inferno. I tanti cooperanti, i tanti sanitari che nel mondo aiutano a tenere insieme le fragilità, non stanno lavorando, e non a caso quando vengono interpellati hanno tanto, tanto da dire sull’umano, ben oltre il proprio lavoro. E noi? Noi “comunicatori”, che ci facciamo belli di stare 10 ore al giorno a parlare e promuoverci, a girare da un evento all’altro, il più delle volte diciamo cose molto scarse. Me per prima, si intende. Personalmente mi serve il tempo per camminare, per andare in montagna, per leggere, per sistemare il giardino, per ascoltare la musica con altre persone e per farmi trasformare da tutto questo.

Concludo con il momento dolente, consueto, del “eh ma puoi permettertelo!” Sinceramente più che altro me lo permetto. Lavoro sodo quel che devo, ma sodo veramente… ma se nel mio piccolo riesco a distillare qualcosa che vale la pena di dire agli occhi di chi legge, non è perché lavoro sodo, ma grazie a tutto il resto. Ci sono settimane in cui devo lavorare cinque giorni su cinque 8-9 ore al giorno per chiudere un progetto o perché voglio scrivere di qualcosa che penso meriti, altre che rallento. Se lasciassi fare al vortice di eventi, sarei una burattina col sorriso intagliato pronta a ballare per il pubblico che passa, “mi raccomando non più di 20 minuti però!” con i fili tutti attorcigliati…

L’aria che tira sui social

Di questi tempi l’aria si è fatta decisamente irrespirabile. Mi riferisco all’aggressività che vedo sui social media, acuitasi in questi ultimissimi mesi di campagna vaccinale e soprattutto di Green pass da una parte o dall’altra (o dall’altra ancora). In quasi dieci anni di vita passati anche sui social media, personalmente non ho mai respirato tanta violenza allo stato brado rivolta a tutti, ovunque. Quasi non vi è un commento che non sia aggressivo, in qualche modo violento, anche laddove non lo è propriamente il contenuto.

Per fortuna c’è qualcuno che mi fa anche delle critiche costruttive come quella qui sotto, arrivata ieri. Quelle migliori, me le salvo.

Sono balzate alla cronaca di recente le chat Telegram dove orde (davvero, le chat le ho lette personalmente) di persone ne aizzavano altre affinché chiunque fosse in possesso di numeri di telefono, indirizzi di abitazioni, di giornalisti, politici, medici, influencers, li condividesse nel gruppo, per organizzare pedinamenti, bombardamenti di telefonate con insulti, “ronde” per fare paura a queste persone sotto casa. Alcune di queste persone sono state denunciate, a quanto leggo dai giornali e si sta indagando per capire chi ci possa essere dietro queste chat, a mettere carbone sul fuoco. Dal punto di vista operativo, la “rivoluzione” presso le stazioni ferroviarie annunciata da qualche profilo (blocco dei treni, ecc) si è rivelata un flop. Non c’era nessuno, segno che come ha scritto qualcuno “i leoni da tastiera fanno rivoluzioni da tastiera”. Quindi, a posto così?

Personalmente trovo questa violenza online non meno reale, e non meno preoccupante, e non solo perché qualcuno come il dottor Matteo Bassetti si è trovato effettivamente minacciato per strada sotto casa sua. Ma perché l’aggressività così diffusa non è mai un buon segno per la comunità. Anche un’aggressività che si esprime ancora in tante piccole gocce, non necessariamente organizzate in un’onda coordinata, non va sottovalutata.

Credo che si facciano due errori di valutazione: il primo è pensare che si tratti di “no vax”. A me pare, dai profili che mi prendo il tempo di guardare, che si tratti di no-x, no qualsiasi cosa che sia istituzione/politica. Come è sempre stato e oso dire: anche indipendentemente dalla parte politica. Sarò curiosa di leggere eventuali analisi scientifiche in merito, ma mi limito a dire che nella mia esigua quotidianità di violenti online, vedo profili di persone molto diverse, sia come livello di istruzione, che come sentimento politico (se esistono ancora i sentimenti politici). Quello che accomuna questa aggressività è il bisogno di urlare quanto l’istituzione e la politica facciano schifo. Urlarlo da un palcoscenico, e non a caso non vedo su Instagram la stessa quantità di aggressività che c’è su Facebook, su Twitter, su Telegram, laddove si commenta con il branco, per il branco. In molti casi si aizzano i followers contro un bersaglio, magari non molto grande, come un giornalista non mainstream.

C’è chi parla di squadrismo, e secondo me è un termine azzeccato, anche se credo sia bene slegarlo dal suo significato storico, in primo luogo perché mi sembra che ci sia molta confusione su che cosa sia stato il Fascismo come movimento e partito storicamente collocato, e su che cosa sia il fascismo come concetto. In un convegno possiamo decidere che cosa intendiamo quando usiamo un certo termine, e quindi discutere “ad armi pari”, un po’ come quando nella comunità scientifica i ricercatori parlano di “rischio” sapendo benissimo a che cosa si stanno riferendo. Ma lì fuori è pericoloso. C’è un librettino di Umberto Eco intitolato Il fascismo eterno (edito da La Nave di Teseo), che estrapola una definizione di Ur-fascismo, che tuttavia non è patrimonio comune (e non dico né sia un bene né sia un male, intendiamoci). Semplicemente penso oggi quello che pensavo all’università quando studiavo filosofia analitica: non ci sono concetti davvero condivisi da tutti, a tutti i livelli e contesti. Le persone colgono parole, ma da qui a cogliere lo stesso concetto, ce ne passa. (E dopo questa sintesi malandata Wittgenstein mi sta guardando sicuramente male).

L’esempio per me più lampante di questo aspetto è il concetto di Pace. L’idea comune fra chi studia la comunicazione oggi, specie sui social media, è di non alimentare le polarizzazioni, le fazioni, l’aggressività. E non posso che essere d’accordo. Se mai ho dialogato con qualcuno con idee diverse dalle mie, e l’ho fatto, anche con amiche no vax, è stato grazie alla gentilezza che ci siamo rivolte e che ci ha permesso di capirci. E non serve essere Buddha.

Ma portare pace significa essere pacifisti? Sono termini sinonimi? Porto sempre con me una considerazione che sentii anni fa, se non ricordo male dello storico Franco Cardini a proposito di Francesco d’Assisi (io la sentii a un concerto di Branduardi). Diceva: Francesco era un uomo di pace, ma non era un pacifista, che sono due cose diverse. Sono effettivamente categorie diverse, anche senza cadere nell’adagio antico che lì deve rimanere Si vis pacem para bellum. Noi 800 anni dopo, che viviamo sui social non meno realmente, che categorie possiamo usare per agire il mondo? Chiaro che l’inferenza antica è una forzatura; non serve farsi la guerra, appunto. Tuttavia, per cercare di portare la pace nel dibattito, nello scontro, per abbassare il livello di aggressività circolante è necessario opporsi con fermezza all’eccesso di aggressività, anche a costo di essere a tratti propriamente divisivi. Denunciare alla polizia postale, segnalare l’incitamento alla violenza, e soprattutto parlarne, parlarne, parlarne. Credo sia un errore derubricare tanto odio in forme di “Presenza” infantile, come se le tante persone che vomitano astio e violenza dalle loro tastiere fossero bambini inconsapevoli che noi guardiamo dall’alto del nostro studio clinico con un sorriso. Eppure, leggo spesso riflessioni di questo tipo: ma sì, sono degli sciocchi, non sono in grado di far nulla…ci sono sempre dei minus habentes nella società umana, tolleriamoli con un sorriso e non consideriamoli come nemici.” Non sono pochi, nella realtà online, e anche nella realtà offline, al di là della capacità di assaltare stazioni ferroviarie.

Ovviamente ho buttato lì concetti che meriterebbero ben altro spazio, e una ben altra analista.

Ma trovo sia un aspetto davvero importante su cui riflettere. Per me, nel mio piccolo, questa aggressività sempre più sdoganata a tutti i livelli è un pericoloso segno dei tempi.