Dossier su Le Scienze sulla salute riproduttiva della donna

Morti da parto forse evitabili, basso uso di contraccettivi e disinformazione: in Italia la salute riproduttiva delle donne ha qualche problema
Un recente rapporto ha mostrato che in Italia la mortalità materna è più elevata rispetto a quanto si ritenesse in passato. E che molte di queste morti forse si sarebbero potute evitare se l’assistenza fosse stata più appropriata.

Leggi sul numero 616 de Le Scienze (dicembre 2019)

Stereotipi di genere, ecco dove resistono di più fra le donne

Si è parlato molto nei giorni scorsi del sondaggio di Istat sugli stereotipi di genere sul ruolo sociale della donna e sulle ragioni che “provocano” la violenza, rilevando come questi stereotipi siano ben radicati anche fra la stessa popolazione femminile. Un aspetto che ha colpito molto noi di Infodata è il dettaglio regionale: in molte regioni sono di più le donne concordi con certi stereotipi legati alla violenza o anche solo al ruolo sociale subalterno della donna, rispetto agli uomini. E no: non si tratta di un gradiente nord-sud. In alcune regioni del nord la consapevolezza sulla violenza fra le donne è molto minore che in molte aree del meridione.

L’affermazione che ha fatto più scalpore è quella riguardante la relazione fra ciò che la donna indossa e un conseguente atto di violenza: “le donne possono provocare la violenza con il loro modo di vestire”. Complessivamente la percentuale delle donne che è molto/abbastanza d’accordo con questa affermazione supera (di poco, ma supera) quella degli uomini. Vi sono tuttavia regioni dove gli uomini sono molto più d’accordo con questa affermazione che le donne (Sardegna, Basilicata, Umbria) ma vi sono anche regioni in cui le donne sono molto più d’accordo degli uomini su questa affermazione (Calabria, Veneto e Trentino Alto Adige).

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Al Sud una donna su cinque con almeno un figlio non lavora. La media europea è il 3,7%

Una donna su dieci con almeno un figlio non ha mai lavorato, per dedicarsi completamente alla cura dei figli, la media europea è del 3,7%. Al sud ha fatto questa scelta una donna su cinque con almeno un figlio dichiara di non aver mai lavorato per potersene prendere cura.

Lo raccontano dati Istat pubblicati in questi giorni, relativi alla difficoltà di conciliazione di lavoro e vita personale di 63 mila famiglie e di circa 80 mila persone tra 18 e 64 anni residenti in 1.264 comuni distribuiti in tutte le province italiane.

Avere un figlio cambia molto di più la vita professionale di una donna rispetto a quella di un uomo. Il tasso di occupazione dei padri dai 25 ai 54 anni, classe di età in cui è più alta la presenza in famiglia di figli con meno di 15 anni, è dell’89,3% mentre per gli uomini senza figli coabitanti è pari all’83,6%. Il tasso occupazionale delle mamme che lavorano è invece molto maggiore (seppur del 15% inferiore a quello maschile) delle donne senza figli: il 57% contro il 72%. Se i bambini sono in età pre scolare i tassi di occupazione  femminili sono ancora più bassi: 53% per le donne con figli di 0-2 anni e 55,7% per quelle con figli di 3-5 anni. Nel frattempo la quota di chi resta fuori dal mercato del lavoro è più bassa per i padri rispetto agli uomini senza figli (il tasso di inattività è rispettivamente 5,3% e 9,1%) e più alta invece per le madri (35,7% contro 20,3%).

Per il lavoro delle madri – poi – è cruciale il titolo di studio: il divario con le donne senza figli scende da 21 punti percentuali se il titolo di studio è basso a 3,7 punti se pari o superiore alla laurea. Complessivamente sono occupate otto madri laureate su dieci contro poco più del 34% di quelle con titolo di studio pari o inferiore alla licenza media.

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La violenza di genere è una questione complessa. Ecco i numeri e le parole per raccontarla

Secondo i dati diffusi il 20 novembre 2019 dal rapporto “Femminicidio e violenza di genere in Italia” della La Banca Dati EURES, la violenza di genere non cala. Nel 2018 sono stati 142 i femminicidi (+ 0,7% sull’anno precedente), di cui 78 per mano di partner o ex partner. L’85% dei femminicidi infatti avviene in famiglia, anche se nella metà dei casi a uccidere sono altri familiari. Nel 28% dei casi “noti”, le donne uccise avevano subito precedenti maltrattamenti spesso note a terze persone.

Nel complesso i femminicidi seguono un trend diverso da quello dell’insieme degli omicidi commessi in Italia, che sono in forte calo anno dopo anno. Sono 352 gli omicidi volontari nel 2018, contro i 1219 del 1983 e i 502 del 2013. Le armi da fuoco sono il mezzo più utilizzato (32,4% dei casi), il 23% delle donne è stata uccisa con arma da taglio e un altro 23% a mani nude.

No: non parliamo in generale di omicidi di donne, ma di “femminicidi” nel suo reale significato, quello fissato nel 1992 da Diana Russell nel libro Femicide: The Politics of woman killing, e assunto dalla riflessione femminista successiva: “una violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna proprio perché donna. Quando parliamo di femminicidio quindi non stiamo semplicemente indicando che è morta una donna, ma che quella donna è morta per mano di un uomo in un contesto sociale che permette e avalla la violenza degli uomini contro le donne.” Anche il rapporto “Questo non è amore 2019” pubblicato in questi giorni dalla Polizia di Stato differenzia a pagina 16 fra omicidi volontari di donne e femminicidi, e lo stesso fa il rapporto EURES. Quest’ultimo fa anche di più: evidenza che i femminicidi sono il 38% degli omicidi commessi in Italia nel 2018, che i femminicidi familiari sono l’85% dei femminicidi e che i femminicidi di coppia sono il 75% di quelli familiari.

Come raccontavamo qualche settimana fa sempre su Infodata , secondo recenti dati Istat nel 2017 una donna su mille si è rivolta a un centro antiviolenza (43.467 donne cioè 15,5 ogni 10 mila) e due su tre di loro – 29 mila – sono state prese in carico, cioè hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza. Per essere precisi, però, non si possono mescolare le statistiche sui femminicidi con quelle sulla violenza di genere: in quest’ultimo caso (stalking, violenza sessuale e maltrattamenti in famiglia) si fa riferimento alle denunce, non alle condanne, mentre per il dato sugli omicidi è definitivo.

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