Perché #BoycottManels

Prima di mettermi al lavoro volevo condividere un’esperienza recente, nella speranza che muova qualche considerazione e qualche azione. Non si parla di COVID ma di partecipazione femminile.Da qualche mese è attivo questo gruppo Facebook #Boycottmanels, che identifica le persone che a loro volta si identificano nell’istanza di cominciare a boicottare i panel solo o a elevata prevalenza maschili in tavole rotonde, festival, convegni, congressi, ecc. Sono iscritta, anche se personalmente trovo una community di questo tipo, seppure interessante perché fa sentire di non essere sol*, portatrice di un forte bias di conferma: ci leggiamo fra noi e ci autoalimentiamo.

Non sono d’accordo al 100% su tutte le sottoistanze: non penso cioè che dobbiamo boicottare, quindi agire alzando altri muri e nutrendo il bipolarismo, ma piuttosto che dobbiamo chiedere rompere le scatole imparando a porre la domanda quando si viene invitat*. Sono sempre ottimista. Tutto questo premesso: per la prima volta l’ho fatto anch’io, davanti alla proposta di moderare 4 uomini, separatamente, senza vedere un programma complessivo (ovvio eh, ancora si stava formando). Nella fattispecie non serviva, e io lo sapevo, perché il contesto dove sono stata invitata è attento a questi temi, e – per dire – c’è un altro moderatore che modera 4 donne. So che chi mi ha invitata leggerà questo post, e capirà la mia esigenza di raccontarlo.

L’ho fatto perché qualche anno fa ero io dall’altra parte nell’organizzare un grande convegno, e qualcuno me lo fece notare: avevamo 9 maschi su 10. A me, femminista dichiarata, che va in piazza, vieni a dire una cosa del genere? Certo, hai fatto bene, amica mia.Al tempo risposi ciò che molti mi rispondono, cioè che la vera parità è non badare nemmeno al sesso, invitare il migliore.Già, sarebbe così, ma non è ancora così. Non ricordo dove, ma qualche giorno fa sentivo un video (o in radio) qualcuno dire che forse fra 1500 anni avremo nella testa e quindi nella società la questo genere di parità. Che non significa, nella mia visione, che tutte le donne nasconderanno le tette perché costrutto patriarcale, per capirci. E soprattutto, nessun* dice che le donne sono migliori degli uomini. Per carità, stiamo parlando di ben altro.

“Meglio un super professionista uomo che una professionista meno brillante donna”. Anni fa avrei risposto di sì, ora dico di no. Oggi osservare quanta presenza femminile c’è nei panel è prima di tutto un atto simbolico, che va fatto per un fine, con uno sguardo a lungo termine, per imparare a vedere donne e uomini (non in termini di peni e vagine, ma di ruolo sociale e di potere) ben equilibrat* quando si tratta di sedersi a tavoli decisionali.Vi confesso che però nel chiedere “prima di accettare vorrei capire se c’è un buon bilanciamento di genere perché ho aderito a #BoycottManels” mi sono sentita in imbarazzo.Già. E a questo punto l’ho visto come un ulteriore segno di quanto sia importante farlo.

Un esempio: prendiamo atto del fatto che ci sono poche donne giornaliste che si occupano di economia e di politica. Provate a fare una ricerca.

Ho capito che il femminismo è un percorso, come la coscienza di genere, di classe, e come l’amore.

Murgia, al solito:

Perché la violenza non viene denunciata? Cinque dati per rispondere davvero

Nella scorsa puntata  vi avevamo raccontato che durante il lockdown è raddoppiato il numero di persone che ha chiamato il numero antiviolenza 1522, e abbiamo mostrato che tipo di violenza è stata denunciata.
Eppure, su circa 6000 telefonate, solo 695 (una su dieci) si sono trasformate in denunce vere e proprie, 4738 persone non hanno denunciato e 164 lo hanno fatto ma poi hanno ritirato la denuncia. 263 persone che hanno telefonato nei quattro mesi da marzo a giugno 2020 e che non hanno denunciato sono tornate a vivere sotto lo stesso tetto della persona violenta, così come 65 fra le persone che hanno ritirato la denuncia.

La sempiterna domanda da leone da tastiera è lei: “che senso ha telefonare se poi non denunci?”, accompagnata da “se non denunci significa che tanto grave non era”.

Ecco 5 dati utili per rispondere con cognizione di causa a queste affermazioni. La fonte è il rapporto di Istat pubblicato il 13 agosto 2020che ha analizzato le telefonate giunte al 1522 da marzo a giugno 2020, confrontandole con quelle raccolte negli anni precedenti.

1. Dove vado? 6 persone su 100 che hanno telefonato al 1522 ma non hanno denunciato (274 utenti), non avrebbero avuto un altro posto sicuro dove andare, un numero che nei primi mesi del 2020 è cresciuto enormemente rispetto agli anni precedenti. (Per visualizzare il singolo dato nei grafici dovete cliccare sui pallini corrispondenti alle altre voci che desiderate eliminare dal grafico. Per farle ricomparire è sufficiente ricliccarci sopra).

2. Come farò? Una persona vittima di violenza su quattro afferma di avere troppa paura, della persona violenta ma anche in generale, davanti alla possibilità di affrontare l’iter di una denuncia e le conseguenze pratiche.

3. Cosa diranno? Una vittima su quattro non vuole compromettere la famiglia, e 65 persone vittime di violenza hanno affermato che pensano che la propria famiglia le giudicherebbe male e non offrirebbe alcun supporto qualora lo facessero.

4. Mi aiutate? 166 persone sono state invitate dalle Forze dell’Ordine a non denunciare o a ritirare la denuncia, un numero in crescita rispetto agli ultimi anni.

5. Mi posso fidare? 61 persone che non hanno denunciato hanno dichiarato di non aver fiducia nelle Forze dell’Ordine per poter vivere in sicurezza una volta fatta la denuncia.

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Violenza domestica e lockdown: +119% di chiamate al numero verde 1522 da marzo a giugno

Si è parlato molto del problema dell’acuirsi della violenza domestica nei mesi di lockdown, ma finalmente abbiamo dei dati. Da marzo a giugno 2020 il numero di richieste di aiuto per sé o per altri, arrivate al numero verde 1522 per la violenza e lo stalking sono raddoppiate rispetto allo stesso periodo del 2019 (+119%). Gli operatori hanno ricevuto 15.280 fra telefonate e messaggi validi, e quasi 5000 delle quali erano richieste di aiuto per violenza (4.899 chiamate pari al 32,1% del totale delle chiamate valide).

Molto interessante osservare che hanno anche telefonato al numero 766 molestatori, per denigrare il lavoro degli operatori, mentre 3.585 persone hanno fatto scherzi telefonici. Tranquill*: non si tratta di un lieto fenomeno dovuto alla pandemia. 697 molestatori avevano chiamato il 1522 anche nel 2019, e gli scherzi telefonici erano stati anche di più.

Certo, per amore di statistica dobbiamo dire che l’aumento delle telefonate non significa necessariamente l’aumento della violenza, ma sicuramente indica un incremento delle persone che hanno sentito la spinta e la forza di alzare un telefono o di usare un servizio come la messaggistica. La crescita delle richieste di aiuto tramite chat è quintuplicata passando da 417 a 2.666 messaggi totali. I dati mostrano infatti che la maggior parte delle chiamate giunte in questi mesi di pandemia non ha riguardato episodi nuovi, inediti. 4.236 chiamate hanno raccolto i racconti di persone che da anni vivono violenza in casa. Si tratta del doppio delle chiamate ricevute per lo stesso motivo nel 2019.

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South working, l’esercito delle neoingegnere e una idea “pazza” per il Sud d’Italia

Questa pandemia sta senza dubbio portando in prima pagina il dibattito sulla de-urbanizzazione. L’opportunità di riabitare le province, i paesi (parola più onesta di “borghi”, termine turistico per eccellenza) investendo finalmente in banda larga, nella pianificazione dello smartworking che non sia semplicemente telelavoro, ma reale empowerment del lavoratore. Parallelamente a questi aspetti è necessario investire per far sì che vivere in provincia sia un’opportunità anche per chi desidera fare carriera. Ma non si può fare se non sappiamo esattamente su quali risorse le periferie d’Italia, quelle svuotatasi negli ultimi decenni, possono contare.

Ebbene, nel 2018 tutte le province italiane, tranne sei (Bolzano, Isernia, Vibo Valentia, Gorizia, Aosta e Imperia), hanno visto per esempio donne laureate in ingegneria. E soprattutto, il sud non è da meno rispetto al nord, se consideriamo le province di residenza. 3.674 neolaureate in ingegneria su 9.525 (molte laureate non hanno indicato la provincia di residenza) vengono dal sud, 4.074 dalle province settentrionali, e 1.777 dalle 4 regioni centrali. Napoli è la seconda città dopo Roma per numero di neoingegnere (triennali e magistrali), staccando Milano di oltre 300 unità e presentando un numero di laureate doppio rispetto al Torino. Seguono Bari e Salerno. Fra le prime 20 province italiane per numero di neolaureate in ingegneria, 8 risiedono al sud.

Ma quante di queste ragazze rimarranno al Sud, o comunque nella propria provincia, per lavorare e vivere?

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