Social freezing, la possibilità di preservare la fertilità della donna

Qualche anno fa aveva fatto discutere la scelta di colossi statunitensi come Apple e Facebook di offrire gratuitamente alle giovani dipendenti la possibilità di congelare parte dei propri ovuli, in modo che qualora decidessero di avere un figlio più avanti con l’età, e fosse sopraggiunta una qualche difficoltà, sarebbe stato possibile per loro utilizzare gli ovociti di quando erano più giovani.
Da una parte c’è stato chi ha accolto con entusiasmo l’idea, dall’altra in molti hanno obiettato che si tratta di uno specchietto per le allodole per l’emancipazione femminile, che avalla la procrastinazione della maternità spingendo le donne almeno a un momentaneo aut-aut. Il supporto alla maternità deve passare per l’opportunità di avere dei figli mentre si cerca una carriera, iniziando davvero a modellare i modelli lavorativi e le professioni su misura della giovane.

Forse non tutti sanno che anche in Italia la preservazione della fertilità è possibile da pochi anni per tutte le donne che lo desiderano. Si chiama “social freezing” ed è appunto la pratica di mettere da parte un proprio “tesoretto” di ovociti quando la nostra fertilità è ottimale, solitamente dall’adolescenza fino ai 30-35 anni, per poterli utilizzare – eventualmente – successivamente. Una donna sana di 42 anni che “utilizza” i propri ovociti prelevati quando ne aveva 30 avrà statisticamente le stesse probabilità di una gravidanza regolare di quando lei stessa ne aveva 30. Al netto di eventuali patologie concomitanti insorte con l’età che possono rendere più complessa una gravidanza.

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[video] Dati su Donne, lavoro e pandemia

Ecco la registrazione del webinar che ho tenuto per Confartigianato Imprese Belluno e Donne Impresa Belluno il 24 giugno 2021.

Il webinar non riguarda Belluno, ma è la summa di tutto ciò che ho raccolto sull’argomento in questi anni principalmente su Info Data – Il Sole 24 Ore, chiaramente in divenire.

(No, non parlo del mondo delle imprenditrici, o per lo meno, lo faccio poco. Parlo fondamentalmente del lavoro povero).

L’impatto di Covid-19 sul lavoro delle donne in cinque punti

Le categorie più colpite dall’emergenza sanitaria sono state quelle che già erano lavorativamente più svantaggiate: le donne, i giovani e gli stranieri. Le donne che hanno perso il lavoro nel 2020 sono il doppio rispetto ai colleghi uomini. Questo da un lato perché occupano più spesso posizioni lavorative meno tutelate, ma dall’altro perché sono impiegati nei settori che sono stati più colpiti della crisi. Quest’ultimo è un aspetto su cui dovremo riflettere.

Iniziamo ad avere i primi dati solidi sull’impatto della pandemia sul mercato del lavoro, o meglio sulle categorie più fragili, quindi della crisi in termini di disuguaglianze. Molto è stato detto, diversi numeri provvisori sono stati diffusi negli scorsi mesi, che provavano a fare sintesi, ma la sintesi ha bisogno di analisi, prima. E di dati “granulari” come si dice, cioè dettagliati. Parlare di “impatto di COVID-19 sul mercato del lavoro” in termini generali di “lavoratori” non permette di capire la cosa fondamentale: chi è rimasto davvero indietro.

Il rapporto appena pubblicato da Istat in collaborazione con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, Inps, Inail e Anpal dal titolo Il mercato del lavoro 2020. Una lettura integrata, cerca di andare in questa direzione.

Dal documento emergono 5 elementi che riguardano l’occupazione femminile.

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Il senso dell’istruzione per la salute mentale. Nuovi risultati da Whitehall II

Aver avuto la possibilità di studiare da giovani pare correlato con la prevalenza di demenze in età avanzata. Sia negli uomini che nelle donne, ma il dato è che le donne oggi anziane hanno studiato molto meno da giovani.Lo dice Whitehall 2 uno studio serio (nel pezzo spieghiamo che cos’è Whitehall 2, perché è importante saperlo, e in che senso uno studio è più serio di altri).

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