#13 – Mamma mia, mamma mia, ci vuol tanta fantasia

Ieri pensavo a un’empasse. Forse forse, sarà la prima volta nella Storia in cui da un evento traumatico non riusciremo a ricavare dei capolavori. Chi vorrà leggere le nostre singole incredibili storie nei prossimi anni? Siamo abituati a cercare le vicende che non abbiamo vissuto, i traumi di paesi lontani, di epoche che non siamo più. Stavolta non c’è nessuno nel mondo che non stia vivendo la stessa Storia, e che non abbia storie travolgenti da raccontare.

Cambiamo pensiero. Questo è uno di quei momenti “storici” in cui non sai se devi prendere quota per guardare gli eventi dall’alto e scorgere la Direzione della Storia, oppure inabissarti negli anfratti degli eventi per portare a galla il dettaglio che sfugge. La sensazione è questa. Cambia un governo, e come il solito io mi sento in imbarazzo anche solo a poter pensare di fare un commento davvero intelligente sulle scelte e sulle loro implicazioni, e nel frattempo viviamo il più intenso dei Deja-vu rispetto alla pandemia. Non so cosa ne pensate, ma leggendo i documenti Ministeriali di questi giorni a me pare che finora abbiamo visto le ondate, cioè abbiamo navigato su una sinusoide, che ci ricorda che i momenti buoni sono solo collinette per intravedere quanto ancora è lunga la curva davanti a noi; mentre adesso, a febbraio 2021, per la prima volta stiamo ripercorrendo gli stessi passi di un anno fa. Sottovalutiamo le varianti rifiutandoci di pensare che davvero questo Gioco dell’Oca ci potrebbe riportare al via. Come un anno fa esatto abbiamo perso un mese a misurare la febbre in qualche aeroporto pensando di non far entrare il virus nel paese. Come ho scritto ieri leggendo questa intervista ad Andrea Crisanti su Open, il Profeta parla al vento. Anzi, controvento. “Sono stati 852 i campioni di Coronavirus arrivati da 16 Regioni italiane e Provincie Autonome nei laboratori di analisi: gli 82 centri al lavoro hanno individuato una media di quasi il 20% di casi di variante inglese.[…] Il 20% ci fa entrare chiaramente in uno stato d’emergenza, basti vedere quello che è successo nel giro di 20 giorni nel Regno Unito: da 6mila a 70mila casi. “Vi consiglio di leggere anche questo articolo di Paolo Giordano sul Corrierone, cristallino. Non sappiamo se i vaccini che abbiamo potranno arrestare l’avanzata delle varianti. I dati che arrivano a proposito del vaccino di AstraZeneca sono sconfortanti, come racconta nientemeno che Science. Il Guardian riporta che AZ stessa ha dichiarato che per “sistemare” il vaccino contro le nuove varianti ci vorranno almeno 6 mesi.

E noi, che stiamo facendo? In questi 12 mesi ho più volte dato la colpa al sistema (in molte forme…) e credo nessuno possa dirmi nulla a tal proposito se ribadisco il ruolo cruciale dei comportamenti individuali. Ma non perché è colpa delle persone se c’è il COVID-19, ma perché di fronte a un Sistema che passa da giallo ad arancione (passaggio decisivo secondo me, perché apre e chiude i locali di ristoro) ogni due settimane, la nostra vera arma come cittadini è l’informazione di qualità, per valutare con la nostra testa. E stare attenti. Tanto. Ieri passavo nella stazione della mia città e vedevo 6 autisti dell’autobus che fumavano insieme in cerchio, chiaramente non distanziati.

No, no è pessimismo, è crudo realismo, ma anche speranza di farcela. Talvolta però, sfiancata dallo sconforto di questa vita per me a metà, ammetto di sprofondare nel pensiero che forse dovremmo vivere come se la pandemia non esistesse e affrontare l’Apocalisse. Per fortuna questo pensiero dura 15 secondi, e mi vengono in soccorso i quasi 30 anni di scuola, di letture, di insegnamenti, e torno in me. In quei momenti anche Dora mi tratta come il Basilisco: mi guarda attraverso lo Specchio.

Non ho ancora parlato di Dati. Siccome ne ho parlato parecchio in questi giorni, volevo soprassedere. Ma faccio fatica, e quindi vi condivido questo Thread su twitter che parla da solo. Leggetevi tutti i commenti sotto:

Ho letto tre libri davvero notevoli ultimamente. Il primo è Finitudine di Telmo Pievani (Raffaello Cortina Editore), con cui chiacchiererò peraltro domani alle 12 sul mio canale Instagram. Ho parecchie domande da fare a Telmo. Il secondo è Racconti di un pellegrino russo, di autore ignoto (Bompiani, con introduzione di Cristina Campo), e il terzo è Quando abbiamo smesso di capire il mondo, di Benjamín Labatut edito da Adelphi. Quest’ultimo è una cosa folgorante, dovete leggerlo, sono poco più di 100 pagine. Come descriverlo… avete presente quella sensazione che provaste a scuola quando coglieste, molto grezzamente, che la fisica e la filosofia sono due lettere dello stesso alfabeto, e che studiando la storia con questi occhi tutto appariva incastrato perfettamente? Ecco, è un bagno in quella sensazione lì.

L’inverno è lungo ancora, ma nel cuore appare la speranza
Nei primi giorni di malato sole la primavera danza, la primavera danza

La mia vita scorre piuttosto parallelamente con la canzone di Guccini. Siccome la primavera non danza come accade di solito, sotto tanti punti di vista, mi tiene viva e colorata questo nuovo progetto su Instagram, di chiacchierare live con persone con cui ho voglia di parlare. Come ho spiegato qui, senza alcuna strategia, non ha niente a vedere con il lavoro. Sono contenta perché l’elenco delle prossime chiacchiere si arricchisce giorno dopo giorno, e la Musica la fa da padrona.

In particolare ho scoperto l’account Instagram di @lhacantataunafemmina, con cui faremo una chiacchierata live a marzo. Si chiama Alice (non dice il cognome) e ha aperto questo account (e canale Youtubero) per diffondere la Cultura delle cantautrici donne, nella canzone popolare, partigiana, anarchica. Confesso che una delle cose che mi fa stare meglio quando sono giù di corda sono le canzoni popolari, partigiane e anarchiche, in particolare quando cantate da Milva. Alice ha una voce diversa, più alla Joan Baez, che peraltro canta (trovate Donna Donna per esempio). Ho già comprato su internet Canti della Protesta Femminile, un canzoniere del 1977 che si trova solo usato. Non vedo l’ora! Intanto vi lascio una delle ultime perle di Margot. “Mamma mia, mamma mia, ci vuol tanta fantasia”…

Comunque con fantasia la Primavera danza senza pensieri fuori di noi, e che meraviglia. Qui sono sbocciate le primule (quelle gialle, non quelle fucsia, per fortuna!) e i bucaneve sono ormai ovunque. Ho vangato l’orto, messo lo stallatico da lasciar riposare, ora aspettiamo metà marzo – a essere ottimisti – per i primi semi nel semenzaio.

#12 – Dear Jessica

Per far inquadrare il livello di disagio, stanotte ho sognato che andavo in ospedale a far visita a Jessica Fletcher che aveva il COVID. Di notte, in treno, in un ospedale semideserto. E che quando la trovavo nella sua camera, lei si alzava per fare due passi con me, e io la abbracciavo. “Non va bene esporti così” mi dice lei. Ma a me non importa. Mi disinfetto la bocca e la fronte e le guance col disinfettante del LIDL che trovo all’entrata, e me ne vado.

La ragione – spero – di questo sogno è che ieri mentre mi accingevo a rilassarmi con la mia puntata serale de La Signora in Giallo su Amazon Prime, ho scoperto che la serie era stata cancellata perché Prime non ha rinnovato le licenze. Ho interagito con loro via chat, in una chat di enorme, enorme disagio (penso che il tipo pensasse di avere a che fare con una 80 enne) e la delusione è stata tanta. Ma poi ho scoperto che su Instagram ci sono dei profili fan, e mi sono sentita meno sola.

Insomma, è dura pet tutti in questa terza ondata. Sì, dico terza ondata, anche se questa cosa delle ondate non mi piace molto. Sarebbe terza ondata se le misure messe in campo nella seconda (zone a colori e 21 indicatori) avessero funzionato, o meglio: se avessimo gli strumenti per misurare il loro funzionamento. In realtà, da quanto mi par di capire leggendo documenti, guardando dati e parlando con la gente, non sappiamo misurare granché. Eppure, i nuovissimi DPCM 2021 (11 gennaio, 13 gennaio e il prossimo) ritornano a dividere per colori, anche se – dicono – la scelta dei colori sarà basata su meno indicatori. La cosa non bella è che i colori sono stati decisi ma a oggi io i documenti dove si spiegano le scelte non li ho ancora visti. Ma mi dice un amico ben informato che arriveranno presto. Sono comunque sempre persuasa, come lo ero a inizio novembre qui, che i diagrammi a 21 indicatori, per calibrare cosa tenere aperto e cosa chiuso rispetto all’andamento dei contagi di due settimane prima, di fatto, servano a poco. La Società Italiana di Epidemiologia è stata chiara su Scienza in Rete: “Covid-19 nelle regioni italiane: solo il rosso funziona (se dato in tempo)”. Ha messo a confronto e analizzato i tassi di incidenza settimanale di infezione registrati in regioni in zone gialle, arancioni e rosse: solo queste ultime hanno avuto un declino importante e omogeneo dell’incidenza di Covid-19, di gran lunga superiore a quanto riscontrato nelle regioni in arancione e in giallo. Per me basta questo per dire “Sipario”, e invece sono ancora qua il 16 gennaio a spulciare il sito del Ministero per capire il senso di una mappa a colori sapendo che – per dirla con Vasco – “Sai che cosa penso, Che se non ha un senso, Domani arriverà… Domani arriverà lo stesso”.

Quello di cui non riusciamo a venire a capo è il tema di come contare il tasso di positività sui tamponi effettuati. Mentre le televisioni sputano verità “oggi meglio”, “oggi peggio” sulla base di questo indicatore, la verità dei dati è che non sono numeri che possiamo prendere come bussola. Non possiamo paragonare i tamponi molecolari agli antigenici (i “rapidi), sia per efficacia, che per diffusione quantitativa, che qualitativa (dove vengono offerti: gratis, a pagamento?). La mia impressione dopo 11 mesi di osservazione è che in primavera avevamo dati non attendibili perché facevamo pochi tamponi, ma oggi abbiamo più numeri ma meno dati paragonabili fra loro. L’unica cosa che possiamo paragonare sono le ospedalizzazioni. I grafici (in foto) mostrano che da un mese quanto a ospedalizzati, in TI e non, non scendiamo.

Non dico nulla sul tema vaccini perché quello che avevo da dire, specie sul tema “sesta dose” lo ho scritto in pezzi che ho già condiviso e spiegato su Instagram.

Arriviamo appunto a Instagram. Sono stata meno attiva del solito in questi giorni su Facebook e twitter, perché mi sono spostata su Instagram, avendo aperto un nuovo profilo, solo di lavoro, che si chiama @TheDataGap, dove racconto i dati che incontro, che studio e di cui scrivo. Le storie sono uno strumento che si presta bene a questo tipo di narrazione, anche se per carattere farò poche storie con la mia faccia che parla. In sintesi: se vi interessa seguitemi di là più che di qua. In appena 10 giorni siete già quasi 2000 di là, e la cosa mi ha davvero stupita. Grazie.

Passiamo ai consigli di lettura EP. Ne ho parecchi stavolta ma farò sintesi. Anzitutto la puntata di Radio3Scienza che parla di Long Covid, cioè del senso di spossatezza che tante persone si portano dietro. Non sei sol*, insomma. Poi suggerisco questo articolo su Gli operatori sanitari nella seconda ondata su SaluteInternazionale.info. Segnalo anche A che cosa serve un piano pandemico? su Scienza in Rete (sempre scritto dalla Società Italiana di Epidemiologia). Sul Lancet invece è uscito il primo lungo pezzo sulle conseguenze a 6 mesi per gli ospedalizzati COVID. Per tenere monitorata la situazione vaccinale nel MONDO, suggerisco questa piattaforma e questo articolo uscito ieri sul Guardian, dal titolo “Global immunisation: low-income countries rush to access Covid vaccine supply. Despite efforts to procure Covid vaccine, some nations will only vaccinate 20% of population”.

Riguardo ai libri, ho letto diverse cose belle durante le vacanze di Natale immersa nella neve. Consiglio prima di tutto Viandanza. Il cammino come educazione sentimentale, di Luigi Nacci, regalatomi da una persona speciale. E vi consiglio di seguirlo qui su Facebook. Ho raccolto qualche citazione qui, fra cui questa: “Eri un uomo in rivolta, colui che è in grado di affermare, come dice Camus, si e no allo stesso tempo. Stabilire una linea di demarcazione, un confine che non si è disposti a superare, a dire sì a tutto ciò che sta prima di esso.”

E soprattutto questa: “Non mi devo chiedere a che punto sono della mia vita, ma di che colore è quel punto. Oggi sapresti rispondere?”

Poi suggerisco il librettino di Balzac “Il capolavoro sconosciuto”, che in francese ha un titolo più bello “Le Chef-d’œuvre inconnu”. Non penso di averlo capito, e per questo ancora mi affascina.

Cito da un tweet che mi sono salvata: “Il saggio si raccoglie ogni giorno nella cella del suo cuore. Dubita, mette in discussione, contempla e medita. Accoglie e custodisce. Pronuncia le parole di Qohelet: «io cerco ancora». E così di giorno in giorno avanza nella ricerca senza adagiarsi mai.” Di questi tempi Qohelet è una gran lettura.

#11 – Il gallo e la neve

Nessun bilancio per carità, non mi fanno mai bene, sono solo di moda per illuderci di aver fatto dei passi nella giusta direzione, “concluso qualcosa”. C’è un’espressione in inglese che rende bene l’idea, secondo me: be on track, (letteralmente “essere in pista”) che esprime l’idea di camminare alla velocità giusta, aver espletato nei tempi prestabiliti ciò che dovevamo fare, che sia chiudere una serie di progetti lavorativi, o raggiungere scopi personali. Alla fine dei bilanci però ti trovi in mano solo una serie di colpe da distribuire come caramelle. Mi è capitata per caso sotto gli occhi la poesia “Disattenzione” dell’amata Wislawa. Lo so, la cito spesso, ma la rileggo spesso. Scrive:

Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare
domande,

senza stupirmi di niente.

Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.

È strano voler rileggere e rileggere questa poesia, in un anno che per me, è stato uno shock sotto diversi aspetti, che di fatto ancora non ha provocato una reazione. Ho fatto talmente tante domande, e mi riferisco ai tanti articoli e non solo, sulla pandemia, sui dati, sull’incertezza, che non si sono sedimentate le risposte. E sebbene sotto shock non mi sono ancora stupita di niente. In questi giorni di neve, per me stupendi, anche se appesantiti, sto pensando al tema del vaccino per il COVID19, seguendo un po’, ma non tanto. Sono immersa nelle letture, nella musica, nella neve. Sono sempre pessimista nella ragione e ottimista nella volontà, continuando a dire, come facciamo dall’estate, che se ne uscirà ben che vada a settembre 2021. Mi sono un pochino emozionata il 27 dicembre nel vedere le prime persone vaccinate, ma meno di quanto avrei pensato. Mi sono chiesta il motivo, e vedo due ordini di ragioni: il primo è di pancia, sono così carica di emozioni che forse al momento non c’è più spazio. Ma soprattutto, non trovo che stiamo dando il meglio di noi nella narrazione sui vaccini. Si discute di obbligo vaccinale come se stessimo scegliendo il colore di una casa. Io mi vaccinerei immediatamente, se fosse possibile, ma al momento non ho una risposta da abbracciare al 100% se sia giusto o meno introdurre l’obbligo vaccinale in questo caso specifico. Non riesco a comprendere le ragioni scientifiche di chi non vuole vaccinarsi: il vaccino è un farmaco come un’altro, con possibili effetti collaterali, rarissimi e per la maggior parte lievissimi, così come qualsiasi farmaco si assuma. Così come la puntura di un’ape, di una zecca, il morso di una vipera. Niente nella vita è davvero a rischio zero, mentre il COVID19 è un problema sociale enorme e che se lo prendi male, non solo muori, ma muori male, soffocato. O puoi vivere con la consapevolezza che hai contagiato un tuo caro che è morto male, e forse questo è peggio. Inoltre, chi non si fida di un vaccino può potenzialmente farne “verificare” il contenuto da un laboratorio di fiducia.

Al tempo stesso non mi piace la presa in giro dell’interlocutore, perché penso che queste cose si possano spiegare, anche se non su Facebook. A tu per tu, ognuno nella sua cerchia, e chi rimane della sua idea, lo farà per ragioni non “scientifiche” (per es non mi vaccino per non darla vinta al sistema, per principio, per affermare la mia libertà di scelta”), ma di altro tipo, e pazienza. Questo “e pazienza” ha un peso notevole per me, ci ho messo anni ad accettare che è forse la cosa migliore. Credo dobbiamo lavorare per dare gli strumenti per capire, ma di fronte a visioni tanto diverse dalle nostre, proprio sul senso della vita, della morte, non si può fare nulla. Credo che le grandi Svolte della vita, le cose che ci fanno completamente cambiare idea su qualcosa, i punti di non ritorno, non sorgano dalle spiegazioni a tavolino, ma dagli shock che subiamo a livello molto intimo. Per questo sto trovando molto volgare questo litigare su “io posso importi il vaccino”- “no non puoi impormi niente”. L’importante è parlarci il più possibile, cogliere tutte le occasioni per raccontare i pro e i contro della vaccinazione, e viene da sé che i pro, sia per noi che per le nostre comunità, siano molti di più dei contro. Non ci si vaccina perché qualcuno te lo ha imposto, né per “la politica”, ma perché c’è troppa sofferenza intorno a noi, malati, morti, operatori sanitari allo stremo, che possiamo evitare. Ho detto una serie di cose ovvie, già dette molto meglio di me da altri.

“Eh ma ci guadagnano le case farmaceutiche”. Già. Come ho scritto i giorni scorsi, il più bel giorno sarebbe un mondo dove non c’è un brevetto per un vaccino contro una pandemia. Nella mia Utòpia (lo è, lo so) ad aprile le aziende farmaceutiche avrebbero studiato insieme, con il contributo di enti pubblici e privati, per trovare il vaccino migliore, che avrebbero prodotto tutte insieme, mettendo a disposizione tutti gli stabilimenti del mondo, producendo tante più dosi da distribuire subito a tutti i paesi secondo la popolazione. Vabbè, ciaone, forse dovrei cambiare mestiere. Però sul brevetto ci sono diverse riflessioni su SaluteInternazionale.info. Anche su Infodata abbiamo scritto una cosa sulla differenza fra filantropia e bene comune, con un’intervista a Gavino Maciocco.

Mentre concludo questo lungo paragrafo penso che sono fortunata: non rischio – spero – la galera per aver espresso le mie opinioni. In Cina qualche giorno fa hanno condannato a 4 anni di prigione una giornalista che aveva fatto reporting nelle prime fasi della pandemia a Wuhan perché aveva “diffuso ansia e tensione sociale”. Io le avrei fatto compagnia mi sa. Però come cambiano le cose anche le piccole persone, anche se il più delle volte quando lo fai ti trovi solo. Come sapete sto vivendo da vicino una vicenda sui generis, nel panorama sanitario mondiale. Proprio oggi è uscita questa intervista a Francesco Zambon su AGI, dove riflette proprio su questo triste aspetto: la solitudine quando affronti qualcosa di grande, quando si chiede di rischiare qualcosa. C’è un brano perfetto che mi sono andata a rileggere, lo conosciamo tutti:

69 Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una serva gli si avvicinò e disse: «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!». 70 Ed egli negò davanti a tutti: «Non capisco che cosa tu voglia dire». 71 Mentre usciva verso l’atrio, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno». 72 Ma egli negò di nuovo giurando: «Non conosco quell’uomo». 73 Dopo un poco, i presenti gli si accostarono e dissero a Pietro: «Certo anche tu sei di quelli; la tua parlata ti tradisce!». 74 Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo!». E subito un gallo cantò. 75 E Pietro si ricordò delle parole dette da Gesù: «Prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte». E uscito all’aperto, pianse amaramente.

(Matteo 26,69-75. Ho scelto Matteo perché mi piace più degli altri.

Questa vicenda mi fa riflettere una volta di più sul fatto che siamo sempre uguali agli uomini dei secoli e dei millenni passati. E con questa cosa dobbiamo fare i conti, specie noi “comunicatori” che abbiamo talvolta la vista accecata dalla luce di lampadina. Quando abbiamo paura, quando soffriamo, non siamo diversi dal pastore che guarda la luna di Leopardi, o dall’umanità di Omero, di Dante. Altra cosa banalissima, ma che più cresco più mi par chiara.

Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai,
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
la vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
move la greggia oltre pel campo, e vede
greggi, fontane ed erbe;
poi stanco si riposa in su la sera:
altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi? Dimmi: ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale?

Gläserkorb und Pastete, Sebastian Stosskopf. Elab Paolo Spinicci

Oggi nessun consiglio di lettura EP sui temi giornalistici perché come dicevo sono in riposo, leggo tanto, ma non i giornali. Ma condivido questa immagine che mi ha inviato un amico di penna, musicista e filosofo, con questo augurio: “E’ un’immagine bella della fragilità dell’umano. Quei bicchieri erano in ordine prima che succedesse qualcosa. Forse scritto nella lettera, che ha creato un disordine per cui i bicchieri sono, nella loro bella fragilità, in disordine. È una bella immagine dell’umano, della sua fragile bellezza che permane anche nel decadere delle cose.”

Concludo con questa che è la chiusa di un libro che ho letto in questi giorni e che vi consiglio “Mendel dei Libri” di Stefan Zweig (Adelphi). Sono 32 pagine preziose:

«Perché lei, l’ignorante, aveva almeno conservato un libro, per ricordarsi meglio di lui, mentre io, io per anni avevo dimenticato Mendel dei libri, proprio io che avrei dovuto sapere che i libri si fanno solo per legarsi agli uomini a di là del nostro breve respiro e difendersi così dall’inesorabile avversario di ogni vita: la caducità e l’oblio.»

E detto questo, vado a spalare la neve.

#10 – Cachi al sole

Cachi nel cielo, Dolomiti dicembre 2020

Sinceramente non avevo lo spirito di scrivere le mie scarse quattro chiacchiere periodiche, ma poi stamane ho letto nuovamente su Facebook la testimonianza di una collega sul tentativo di trovare una bombola di ossigeno per il padre malato di COVID a Milano, e credo meriti una riflessione. La collega in questione è riuscita, per fortuna, a trovare la bombola per l’anziano padre, ma – lo scrive lei, non io – solo grazie al passaparola, agli amici, ai contatti che una persona che lavora nel mondo sanitario può avere. A dicembre 2020, a 9 mesi dalla presa di coscienza politica del problema, non siamo ancora preparati, la Regione Lombardia (ma chissà quante altre) non ha una pianificazione tale da garantire a tutti una bombola di ossigeno. È difficile trovarle, perché ne servono tante più del solito, e perché chi ce l’ha se la tiene a casa per future emergenze invece di restituirla. E io non credo sia una colpa. Il primo pensiero per me è che per ogni padre fortunato ce ne è uno sfortunato. Una persona che non ha una famiglia, o una famiglia con gli agganci giusti. “Ma può andare all’ospedale”. No, l’ospedale per primo, leggo, ha chiesto di non portare un altro anziano in multicronicità nella loro struttura, che a casa sarebbe stato meglio. Nel motore pulsante d’Italia non ci sono le bombole di ossigeno per tutti, ragazzi. Non parliamo di tecnologia, ma di bombole con dell’aria dentro.

Storie come questa mi fanno insistere ancora una volta su ciò che andiamo dicendo da mesi, su Infodata ma non solo: non sappiamo quante persone stanno morendo perché manca l’assistenza. Abbiamo i morti totali ogni giorno ma non sappiamo dove muoiono: abbiamo i pazienti che entrano in terapia intensiva ma non quelli che escono vivi e morti. Abbiamo i ricoverati nei reparti non critici, ma non sappiamo quante persone ci muoiono e quante muoiono a casa. Un fraintendimento che vedo spesso è che passa l’idea che ci siano degli step di gravità: prima si va in una reparto non critico, e poi quando si sta malissimo in terapia intensiva, dove si può morire. Non è così: sono moltissimi i morti in area non critica, cioè in pneumologia o in geriatria, o in malattie infettive. La ULSS 1 Dolomiti, dove vivo io, pubblica ogni giorno su Facebook i dati su quanti morti ci sono stati in ogni reparto ospedaliero e l’età dei deceduti e questa cosa è estremamente evidente, e per me una chiave per capire se funziona l’assistenza ospedaliera e territoriale. Ma a livello regionale o nazionale questo dato non c’è.

Come possiamo dire di aver capito? Come possiamo dire di aver saputo e fatto abbastanza?

In questi giorni è uscita una nuova Marmot Review, The COVID-19 Marmot Review (scritta dal super Michael Marmot, Institute of Heath Equity, un punto di riferimento mondiale in salute pubblica), che ha come primo obiettivo “To examine inequalities in COVID-19 mortality”, cioè analizzare le disuguaglianze nella mortalità COVID, nel Regno Unito. Devo ancora studiarlo, e penso che lo far nei prossimi giorni, e magari ne scriverò qualcosa di più compiuto. Intanto per dire che spero che anche in Italia iniziamo a ragionare in questi termini.

Invece siamo nella Terra dei Cachi, sì quella di Elio.

Siamo qui che ci trastulliamo nell’illogicità. Ci ho “ragionato sopra” come dice il nostro Doge, ma continuo a non vedere il senso delle regole di ieri sul Natale: in sostanza una famiglia di quattro persone non può andare dai nonni, ma i due nonni possono andare dalla famiglia di quattro persone. Poi tutte le restrizioni “necessarie” inizieranno il 24 dicembre, fra una settimana con calma. Il Veneto nel frattempo ha chiuso da oggi. Ah no: ha solo imposto di non spostarsi di comune dopo le 14, ma questa restrizione vale solo all’andata, perché se metti piedi in un altro comune per qualsiasi ragione, entro le 14, poi puoi tornare quando vuoi entro le 22. Per me basta questo per cantare con Elio:

Quanti problemi irrisolti
Ma un cuore grande così
Italia sì, Italia no, Italia gnamme, se famo du spaghi
Italia sob, Italia prot, la terra dei cachi
Una pizza in compagnia, una pizza da solo
Un totale di due pizze e l’Italia è questa qua

Descent of Christ into Limbo, Bartolomé Bermejo
Córdoba, circa 1440 – Barcelona, circa 1501

Passiamo ai consigli di lettura EP. Giusto due cose perché non ho studiato molto in settimana. Consiglio questo articolo del Lancet sulla trasmissione del COVID in aria e questo articolo del Guardian su cosa abbiamo perso in questi mesi. Da ascoltare anche Paolo Vineis sul programma La Cura di Radio3.

Mentre scrivo sto ascoltando sempre su Radio3, le Lezioni di Musica con Giovanni Bietti, in particolare La Missa Fortuna desperata  di Josquin Desprez. Stupenda, non la conoscevo e non conoscevo lui. Siamo fra 1400 e 1500, cioè ben prima di Bach, per capirci, è un canto polifonico a quattro voci (Soprano, Alto, Tenore e Basso), senza strumenti. Essendo una messa cantata troviamo il Kyrie, il Gloria, il Credo, il Sanctus e l’Agnus Dei.

Come ne abbiamo bisogno!

Una nota finale. Ieri, 18 dicembre 2020, è “andato avanti” Pietro Greco, a soli 65 anni. Pietro era ed è il più nobile giornalista scientifico italiano, che ha contribuito a far capire a generazioni di giornalisti scientifici qual è il vero compito di un giornalista scientifico: non educare, ma neanche intrattenere. Il nostro lavoro è raccontare, informare, con serietà e sobrietà, ma studiando, e spiegando perché bisogna studiare per capire. Ma soprattutto il nostro lavoro è provare a cambiare le cose, raccontandole nel modo giusto. Ho un bellissimo ricordo con Pietro, nel 2017 a Potenza al Festival della Divulgazione. Due giorni di scambi che mi rimarranno nel cuore, insieme a tutte le lezioni, gli articoli, le puntate di Radio3 Scienza, e i racconti dei tanti che gli hanno voluto bene.