25 aprile. Quale Resistenza ci resta?

Le scorse settimane mi sono fatta stampare qualche nuova maglietta, fra cui questa, con l’immagine di Tina Merlin, prima partigiana e poi “quella del Vajont”. Oggi è il 25 aprile, e la guardo prima di metterla, perché sinceramente sono in imbarazzo. Che significato ha oggi la resistenza nelle nostre vite? Non mi riferisco alla resistenza come momento storico, ma al concetto.

L’ho visto banalizzato nell’ultimo anno, nel non permettere a nessuno di mettermi una mascherina, o di chiudermi in casa, come se si potesse paragonare la resistenza a un’oppressione fascista o legata all’etnia che era in nostro potere abbattere disubbidendo, con la presenza di un virus che non è in nostro potere eliminare con la disubbidienza, anzi.

Comunque non parte da lì il mio imbarazzo, quanto dal fatto che mi turba l’incoerenza, parlo prima di tutto della mia. Mi turba usare un pensiero come uno stendardo, senza che si incarni davvero. Ci ho messo 20 anni a focalizzarlo, ma il pensiero non incarnato mi turba, sì. Oggi, in Italia, dov’è la Resistenza? Chi di noi Resiste, mette in gioco tutto di sé, o quasi? C’è qualcuno, per esempio resistono i disubbidienti in val di Susa, donne e uomini, anche anziani, che si fanno il carcere per non piegarsi. Anche alcuni ambientalisti, ma solo alcuni: la maggior parte condivide post sui social.

E gli altri? E noi? “Ora e sempre Resistenza”, ma de che? Io in che cosa resisto? La risposta che mi sto dando è che forse possiamo “resistere” oggi provando a commisurare quello che diamo in termini di tempo, di aiuto, anche economico, in modo s-bilanciato, cioè senza pretendere che la somma delle forze dia zero. Se voglio aiutare qualcuno, o qualcosa, lo faccio e basta, senza considerare il tornaconto e prima ancora essere “coperto/a delle spese”. Svincolarsi dal dovere di calcolare sempre il “ritorno” nelle proprie scelte. Scegliere focalizzandosi primariamente sul perché di quella direzione. Lasciar andare (tempo, denaro, idee) anche se non conviene. Più ci penso più mi sembra una Liberazione, contraria alle logiche che ci circondano in qualsiasi ambito che si basano sempre sempre sempre sul Ritorno dell’Investimento. Che va bene per molti aspetti per far girare la ruota che ci siamo scelti, ma che non è l’unica logica possibile delle nostre vite.

Io sono stata fortunata: ho avuto 3 anni fa il privilegio enorme di essermi trovata nella condizione mio malgrado di provare questa differenza, e devo dire che mi ha cambiato radicalmente lo sguardo. Ma sono comunque in imbarazzo.

Chiaramente non mi riferisco al lavoro, che va retribuito coerentemente per evitare lo sfruttamento del lavoro povero. (Anche lì: chi si sta battendo concretamente per contrastare il lavoro povero di uomini e donne che è la forma più banale di ingiustizia?)

Questa intuizione non è assolutamente mia, ci sono decenni di riflessioni (per es nell’ambito dell’economia civile) che piano piano sto approfondendo, e che mi sembrano la cosa più vicina a una Resistenza che oggi, così impoveriti nello spirito dalle comodità della vita, siamo in grado di pensare. Per il resto, non vedo oggi altre incarnazioni possibili del concetto di Resistenza.

Non vedo altre similitudini fra il loro mondo e il nostro, né coerenza nell’identificarsi con un “ora e sempre Resistenza”.

Buon 25 aprile

#14 Pianure

Il 20 marzo 1995 ero in prima elementare, e scrivevo questo pensierino: “Il sabato nel mio giardino mi butto sull’erba e mi sento rivivere”. Non so a 6 anni che cosa dovessi rivivere, ma praticamente 26 marzi dopo il pensierino del giorno è il medesimo. Sì, conservo tutte le chincaglierie del passato.

Sento che potrei cedere. Rispetto alla vita di restrizioni, intendo. Non significa che non continui a essere ligia e attenta, la paura di COVID non si affievolisce, ma sento che sono più vulnerabile, ho delle crepe. E non quelle di Leonard Cohen, che vi entra la luce. All’inizio di tutto sapevo che non c’erano soluzioni, che si trattava di stringere i denti per un periodo per il bene comune, a tutti i costi, anche di incongruenze inevitabili, come sapere di persone che si trovavano più svantaggiate di altre.

Ora, dopo un anno di vita fondamentalmente reclusa, è più faticoso accettare queste incongruenze. Per me la peggiore è il fatto di non poter fare due chilometri o di non poter vedere la mia famiglia a dieci chilometri di distanza perché in un altro comune, a fronte di orde di cittadini che possono venire serenamente nelle loro seconde case anche da fuori provincia. E non è nulla rispetto ad altre incongruenze, come i viaggi all’estero senza i dovuti controlli, come raccontava la mia amica Roberta Villa. Sono inevitabili quando si fanno dei regolamenti, lo so. E so anche che se siamo in questa situazione dopo un anno non è perché quanto fatto non è servito a niente, ma perché semmai non è bastato. Se non avessimo nemmeno seguito le regole, magari sarebbe stata un’apocalisse ben peggiore. Solo, ultimamente sento che potrei cedere, che devo fare leva su una forza di volontà che di fatto non ho mai dovuto esercitare più di tanto su me stessa, era spontanea.

Mi rendo anche conto che questo è stato un bel banco di prova per capire che non sono un’autentica giornalista, di quelle agganciate alla cronaca, che amano i ritmi concitati della notizia. Ho bisogno di tempi mentali diversi. Così è. Anche da giornalista sanitaria quale sono da quasi dieci anni, non riesco a scrivere continuamente e solo di COVID senza sentire l’impellenza di evadere, di fare altro in autonomia. Scalpito, mi innervosisco, rispondo male. Non ho meno energia, il lavoro come sempre mi distrae. Ma appunto non riesco a seguire con la dedizione di altri colleghi giornalisti che vedo completamente immersi 24/7 sulla questione, e dico giorno e sera. Vi stimo molto, un po’ mi sento in colpa per non riuscire a coprire la cronaca minuto per minuto come forse potrei fare; come mi hanno detto un paio di persone “per diventare un nome ancora più noto nel panorama”. Pazienza, bisogna conoscere il proprio modo per fare bene le cose. Intanto sto lavorando a due nuove cose belline: una nuova consulenza con una Fondazione Scientifica, con cui stiamo progettando una serie di iniziative molto interessanti di cui vi parlerò, e la terza edizione di HealthCom Program, il corso sulla comunicazione sanitaria sui social media che ho creato nel 2019 insieme a Larin Agency, e di cui sono la docente, per il quale abbiamo pensato a fighissime novità per l’edizione giugno-dicembre 2021. Terza cosa: #ThinkTallyTalk, la trasmissione TV, o come dice Luca Tremolada, il “rotocalco” che il nostro gruppo di Infodata Il Sole 24 Ore, tiene su Twitch, dove invitiamo gente interessante a parlare di dati, innovazione, progetti. Comunque, anche se mi sento un po’ smunta dall’interno, diverse persone mi hanno detto di recente, anche ieri, dopo aver partecipato a un evento dove intervenivo come relatrice sui temi del gap di genere, di sentirmi appassionata, anzi ringraziandomi di questa “appassione”. Mi fa piacere, evidentemente mi vedo più smunta di quel che sono.

E poi ci sono le Perle di Vetro… forse la cosa più bella che sto facendo nell’ultimo mese, credo proprio perché mi porta altrove. (Sai, Flavio, che forse me lo devo fare io, non tu, il tatuaggio “altrove”?). Stasera ho come ospite Marco Belpoliti, lo scrittore, e parleremo del suo ultimo libro Pianura (Einaudi), una delle cose più belle lette negli ultimi anni. (Aggiornamento: si può rivedere la chiacchierata qui). Le Perle di Vetro, per chi non lo sapesse, sono una serie di chiacchierate in diretta che faccio sul mio profilo Instagram @thedatagap con persone che mi ispirano. Persone molto diverse per professione, età, interessi, percorsi. Prossimamente avrò Chiara Bertoglio, pianista e teologa per parlare di Bach, il rabbino e violinista Haim Fabrizio Cipriani, la liutaia Adele Sbernini, Chiara Alessi a parlarmi di design…

Avevano fatto tanta strada venendo da lontano in cerca di qualcosa che non fosse noioso, ma senza mai trovar niente, e adesso per giunta chissà quanto tempo ancora avrebbero dovuto restare nella nebbia, col freddo e la malinconia, prima di poter tornare dai loro genitori. Allora è venuto loro il sospetto che la vita potesse essere tutta così.

[Pianura, Marco Belpoliti]

Già. In ogni modo, per chi legge qui sul blog, e non segue sui social, o segue poco, segnalo comunque delle cose da leggere rispetto al tema pandemia/AstraZeneca. Questo post di Marco Cattaneo, questo articolo su Saluteinternazionale.info, e questo scritto da Luca De Fiore e Antonio Addis nientemeno che su BMJ. Riporto anche qui la sintesi che traggo dalla faccenda: “finché i dati sulle sperimentazioni cliniche ottenuti durante le ricerche sono chiusi e non aperti, li possono vedere solo le agenzie regolatorie, e non può esserci nessun vero onesto dibattito pubblico basato su evidenze.” Per capire meglio come viene approvato un farmaco o un vaccino, rimando alla chiacchierata che ho fatto con l’amico Antonio Clavenna del Mario Negri di Milano. Avrei anche scritto una cosa lungona ma approfondita sempre su 24+ del Sole 24 Ore, con intervista a Nicoletta Dentico sulla geopolitica del vaccino, ma non è ancora uscita. Appena esce ve la linko.

Passiamo alle letture, come sempre. Stamane leggevo per caso su Instagram una frase di Karen Blixen molto giusta. Dice: “Tutti i dolori sono sopportabili se li si fa entrare in una storia, o se si può raccontare una storia su di essi“. Sempre stamane, leggevo questa riflessione dello scrittore Paolo Nori (che probabilmente sarà a breve anche lui una perla di vetro), dal titolo puntuale: Paura. Dice Nori “A pensarci, non so se era depressione, forse era paura. Ho sofferto tanto di paura, nella mia vita.”

In questi giorni mi sono fatta accompagnare da un po’ di bella poesia, in particolare dai versi liberi di Franco Arminio, che su Instagram fa una cosa interessante, il baratto. Baratto di versi, intendo: ci sono dei giorni in cui manda poesie alle persone a cui stai pensando.

Anche Jordi Savall qui è poesia.

E anche questa di Wislawa:

Quattro miliardi di uomini su questa terra,
ma la mia immaginazione è uguale a prima.
Se la cava male con i grandi numeri.
Continua a commuoverla la singolarità.
Svolazza nel buio come la luce di una pila,
illumina solo i primi visi che capitano,
mentre il resto se ne va nel non visto,
nel non pensato, nel non rimpianto.
Ma questo neanche Dante potrebbe impedirlo.
E figuriamoci quando non lo si è.
Anche se tutte le Muse venissero a me.
Non omnis moriar – un cruccio precoce.
Ma vivo intera? E questo può bastare?
Non è mai bastato, e tanto meno adesso.
Scelgo scartando, perché non c’è altro modo,
ma quello che scarto è più numeroso,
è più denso, più esigente che mai.
A costo di perdite indicibili – una poesiola,
un sospiro.
Alla chiamata sonante rispondo con un sussurro.
Non dirò di quante cose taccio.
Un topo ai piedi della montagna materna.
La vita dura qualche segno d’artiglio sulla sabbia.
Neppure i miei sogni sono popolati come
dovrebbero.
C’è più solitudine che folle e schiamazzo.
Vi capita a volte qualcuno morto da tempo.
Una singola mano scuote la maniglia.
La casa vuota si amplia di annessi dell’eco.
Dalla soglia corro giù nella valle
silenziosa, come di nessuno, già anacronistica.
Da dove venga ancora questo spazio in me –
non so.

[ da «Grande numero», traduzione di Pietro Marchesani]

Rimane invece ancora da leggere Il Prigioniero libero di Giuseppe Trautteur (Adelphi).

Per il resto, questo è tempo di risvegli, naturalmente. Gironzolo molto in montagna, o meglio nei boschi, perché a star nel mio comune non c’è alta montagna. E seguo persone interessanti su Instagram, fra cui CapraeCavoli, una donna (medica di formazione) che sa TUTTO, e vi dico TUTTO, sulle erbe prealpine e alpine, e che tramite il suo profilo insegna a riconoscere che cosa cogliere e che cosa no, e perché. Una miniera competente.

Per il resto, come ogni anno al mio risveglio primaverile, sogno che l’anno che comincia (perché si sa che l’anno inizia in primavera), porti finalmente con sé anche il modo di avere un gallinaio da compagnia.

#13 – Mamma mia, mamma mia, ci vuol tanta fantasia

Ieri pensavo a un’empasse. Forse forse, sarà la prima volta nella Storia in cui da un evento traumatico non riusciremo a ricavare dei capolavori. Chi vorrà leggere le nostre singole incredibili storie nei prossimi anni? Siamo abituati a cercare le vicende che non abbiamo vissuto, i traumi di paesi lontani, di epoche che non siamo più. Stavolta non c’è nessuno nel mondo che non stia vivendo la stessa Storia, e che non abbia storie travolgenti da raccontare.

Cambiamo pensiero. Questo è uno di quei momenti “storici” in cui non sai se devi prendere quota per guardare gli eventi dall’alto e scorgere la Direzione della Storia, oppure inabissarti negli anfratti degli eventi per portare a galla il dettaglio che sfugge. La sensazione è questa. Cambia un governo, e come il solito io mi sento in imbarazzo anche solo a poter pensare di fare un commento davvero intelligente sulle scelte e sulle loro implicazioni, e nel frattempo viviamo il più intenso dei Deja-vu rispetto alla pandemia. Non so cosa ne pensate, ma leggendo i documenti Ministeriali di questi giorni a me pare che finora abbiamo visto le ondate, cioè abbiamo navigato su una sinusoide, che ci ricorda che i momenti buoni sono solo collinette per intravedere quanto ancora è lunga la curva davanti a noi; mentre adesso, a febbraio 2021, per la prima volta stiamo ripercorrendo gli stessi passi di un anno fa. Sottovalutiamo le varianti rifiutandoci di pensare che davvero questo Gioco dell’Oca ci potrebbe riportare al via. Come un anno fa esatto abbiamo perso un mese a misurare la febbre in qualche aeroporto pensando di non far entrare il virus nel paese. Come ho scritto ieri leggendo questa intervista ad Andrea Crisanti su Open, il Profeta parla al vento. Anzi, controvento. “Sono stati 852 i campioni di Coronavirus arrivati da 16 Regioni italiane e Provincie Autonome nei laboratori di analisi: gli 82 centri al lavoro hanno individuato una media di quasi il 20% di casi di variante inglese.[…] Il 20% ci fa entrare chiaramente in uno stato d’emergenza, basti vedere quello che è successo nel giro di 20 giorni nel Regno Unito: da 6mila a 70mila casi. “Vi consiglio di leggere anche questo articolo di Paolo Giordano sul Corrierone, cristallino. Non sappiamo se i vaccini che abbiamo potranno arrestare l’avanzata delle varianti. I dati che arrivano a proposito del vaccino di AstraZeneca sono sconfortanti, come racconta nientemeno che Science. Il Guardian riporta che AZ stessa ha dichiarato che per “sistemare” il vaccino contro le nuove varianti ci vorranno almeno 6 mesi.

E noi, che stiamo facendo? In questi 12 mesi ho più volte dato la colpa al sistema (in molte forme…) e credo nessuno possa dirmi nulla a tal proposito se ribadisco il ruolo cruciale dei comportamenti individuali. Ma non perché è colpa delle persone se c’è il COVID-19, ma perché di fronte a un Sistema che passa da giallo ad arancione (passaggio decisivo secondo me, perché apre e chiude i locali di ristoro) ogni due settimane, la nostra vera arma come cittadini è l’informazione di qualità, per valutare con la nostra testa. E stare attenti. Tanto. Ieri passavo nella stazione della mia città e vedevo 6 autisti dell’autobus che fumavano insieme in cerchio, chiaramente non distanziati.

No, no è pessimismo, è crudo realismo, ma anche speranza di farcela. Talvolta però, sfiancata dallo sconforto di questa vita per me a metà, ammetto di sprofondare nel pensiero che forse dovremmo vivere come se la pandemia non esistesse e affrontare l’Apocalisse. Per fortuna questo pensiero dura 15 secondi, e mi vengono in soccorso i quasi 30 anni di scuola, di letture, di insegnamenti, e torno in me. In quei momenti anche Dora mi tratta come il Basilisco: mi guarda attraverso lo Specchio.

Non ho ancora parlato di Dati. Siccome ne ho parlato parecchio in questi giorni, volevo soprassedere. Ma faccio fatica, e quindi vi condivido questo Thread su twitter che parla da solo. Leggetevi tutti i commenti sotto:

Ho letto tre libri davvero notevoli ultimamente. Il primo è Finitudine di Telmo Pievani (Raffaello Cortina Editore), con cui chiacchiererò peraltro domani alle 12 sul mio canale Instagram. Ho parecchie domande da fare a Telmo. Il secondo è Racconti di un pellegrino russo, di autore ignoto (Bompiani, con introduzione di Cristina Campo), e il terzo è Quando abbiamo smesso di capire il mondo, di Benjamín Labatut edito da Adelphi. Quest’ultimo è una cosa folgorante, dovete leggerlo, sono poco più di 100 pagine. Come descriverlo… avete presente quella sensazione che provaste a scuola quando coglieste, molto grezzamente, che la fisica e la filosofia sono due lettere dello stesso alfabeto, e che studiando la storia con questi occhi tutto appariva incastrato perfettamente? Ecco, è un bagno in quella sensazione lì.

L’inverno è lungo ancora, ma nel cuore appare la speranza
Nei primi giorni di malato sole la primavera danza, la primavera danza

La mia vita scorre piuttosto parallelamente con la canzone di Guccini. Siccome la primavera non danza come accade di solito, sotto tanti punti di vista, mi tiene viva e colorata questo nuovo progetto su Instagram, di chiacchierare live con persone con cui ho voglia di parlare. Come ho spiegato qui, senza alcuna strategia, non ha niente a vedere con il lavoro. Sono contenta perché l’elenco delle prossime chiacchiere si arricchisce giorno dopo giorno, e la Musica la fa da padrona.

In particolare ho scoperto l’account Instagram di @lhacantataunafemmina, con cui faremo una chiacchierata live a marzo. Si chiama Alice (non dice il cognome) e ha aperto questo account (e canale Youtubero) per diffondere la Cultura delle cantautrici donne, nella canzone popolare, partigiana, anarchica. Confesso che una delle cose che mi fa stare meglio quando sono giù di corda sono le canzoni popolari, partigiane e anarchiche, in particolare quando cantate da Milva. Alice ha una voce diversa, più alla Joan Baez, che peraltro canta (trovate Donna Donna per esempio). Ho già comprato su internet Canti della Protesta Femminile, un canzoniere del 1977 che si trova solo usato. Non vedo l’ora! Intanto vi lascio una delle ultime perle di Margot. “Mamma mia, mamma mia, ci vuol tanta fantasia”…

Comunque con fantasia la Primavera danza senza pensieri fuori di noi, e che meraviglia. Qui sono sbocciate le primule (quelle gialle, non quelle fucsia, per fortuna!) e i bucaneve sono ormai ovunque. Ho vangato l’orto, messo lo stallatico da lasciar riposare, ora aspettiamo metà marzo – a essere ottimisti – per i primi semi nel semenzaio.

#12 – Dear Jessica

Per far inquadrare il livello di disagio, stanotte ho sognato che andavo in ospedale a far visita a Jessica Fletcher che aveva il COVID. Di notte, in treno, in un ospedale semideserto. E che quando la trovavo nella sua camera, lei si alzava per fare due passi con me, e io la abbracciavo. “Non va bene esporti così” mi dice lei. Ma a me non importa. Mi disinfetto la bocca e la fronte e le guance col disinfettante del LIDL che trovo all’entrata, e me ne vado.

La ragione – spero – di questo sogno è che ieri mentre mi accingevo a rilassarmi con la mia puntata serale de La Signora in Giallo su Amazon Prime, ho scoperto che la serie era stata cancellata perché Prime non ha rinnovato le licenze. Ho interagito con loro via chat, in una chat di enorme, enorme disagio (penso che il tipo pensasse di avere a che fare con una 80 enne) e la delusione è stata tanta. Ma poi ho scoperto che su Instagram ci sono dei profili fan, e mi sono sentita meno sola.

Insomma, è dura pet tutti in questa terza ondata. Sì, dico terza ondata, anche se questa cosa delle ondate non mi piace molto. Sarebbe terza ondata se le misure messe in campo nella seconda (zone a colori e 21 indicatori) avessero funzionato, o meglio: se avessimo gli strumenti per misurare il loro funzionamento. In realtà, da quanto mi par di capire leggendo documenti, guardando dati e parlando con la gente, non sappiamo misurare granché. Eppure, i nuovissimi DPCM 2021 (11 gennaio, 13 gennaio e il prossimo) ritornano a dividere per colori, anche se – dicono – la scelta dei colori sarà basata su meno indicatori. La cosa non bella è che i colori sono stati decisi ma a oggi io i documenti dove si spiegano le scelte non li ho ancora visti. Ma mi dice un amico ben informato che arriveranno presto. Sono comunque sempre persuasa, come lo ero a inizio novembre qui, che i diagrammi a 21 indicatori, per calibrare cosa tenere aperto e cosa chiuso rispetto all’andamento dei contagi di due settimane prima, di fatto, servano a poco. La Società Italiana di Epidemiologia è stata chiara su Scienza in Rete: “Covid-19 nelle regioni italiane: solo il rosso funziona (se dato in tempo)”. Ha messo a confronto e analizzato i tassi di incidenza settimanale di infezione registrati in regioni in zone gialle, arancioni e rosse: solo queste ultime hanno avuto un declino importante e omogeneo dell’incidenza di Covid-19, di gran lunga superiore a quanto riscontrato nelle regioni in arancione e in giallo. Per me basta questo per dire “Sipario”, e invece sono ancora qua il 16 gennaio a spulciare il sito del Ministero per capire il senso di una mappa a colori sapendo che – per dirla con Vasco – “Sai che cosa penso, Che se non ha un senso, Domani arriverà… Domani arriverà lo stesso”.

Quello di cui non riusciamo a venire a capo è il tema di come contare il tasso di positività sui tamponi effettuati. Mentre le televisioni sputano verità “oggi meglio”, “oggi peggio” sulla base di questo indicatore, la verità dei dati è che non sono numeri che possiamo prendere come bussola. Non possiamo paragonare i tamponi molecolari agli antigenici (i “rapidi), sia per efficacia, che per diffusione quantitativa, che qualitativa (dove vengono offerti: gratis, a pagamento?). La mia impressione dopo 11 mesi di osservazione è che in primavera avevamo dati non attendibili perché facevamo pochi tamponi, ma oggi abbiamo più numeri ma meno dati paragonabili fra loro. L’unica cosa che possiamo paragonare sono le ospedalizzazioni. I grafici (in foto) mostrano che da un mese quanto a ospedalizzati, in TI e non, non scendiamo.

Non dico nulla sul tema vaccini perché quello che avevo da dire, specie sul tema “sesta dose” lo ho scritto in pezzi che ho già condiviso e spiegato su Instagram.

Arriviamo appunto a Instagram. Sono stata meno attiva del solito in questi giorni su Facebook e twitter, perché mi sono spostata su Instagram, avendo aperto un nuovo profilo, solo di lavoro, che si chiama @TheDataGap, dove racconto i dati che incontro, che studio e di cui scrivo. Le storie sono uno strumento che si presta bene a questo tipo di narrazione, anche se per carattere farò poche storie con la mia faccia che parla. In sintesi: se vi interessa seguitemi di là più che di qua. In appena 10 giorni siete già quasi 2000 di là, e la cosa mi ha davvero stupita. Grazie.

Passiamo ai consigli di lettura EP. Ne ho parecchi stavolta ma farò sintesi. Anzitutto la puntata di Radio3Scienza che parla di Long Covid, cioè del senso di spossatezza che tante persone si portano dietro. Non sei sol*, insomma. Poi suggerisco questo articolo su Gli operatori sanitari nella seconda ondata su SaluteInternazionale.info. Segnalo anche A che cosa serve un piano pandemico? su Scienza in Rete (sempre scritto dalla Società Italiana di Epidemiologia). Sul Lancet invece è uscito il primo lungo pezzo sulle conseguenze a 6 mesi per gli ospedalizzati COVID. Per tenere monitorata la situazione vaccinale nel MONDO, suggerisco questa piattaforma e questo articolo uscito ieri sul Guardian, dal titolo “Global immunisation: low-income countries rush to access Covid vaccine supply. Despite efforts to procure Covid vaccine, some nations will only vaccinate 20% of population”.

Riguardo ai libri, ho letto diverse cose belle durante le vacanze di Natale immersa nella neve. Consiglio prima di tutto Viandanza. Il cammino come educazione sentimentale, di Luigi Nacci, regalatomi da una persona speciale. E vi consiglio di seguirlo qui su Facebook. Ho raccolto qualche citazione qui, fra cui questa: “Eri un uomo in rivolta, colui che è in grado di affermare, come dice Camus, si e no allo stesso tempo. Stabilire una linea di demarcazione, un confine che non si è disposti a superare, a dire sì a tutto ciò che sta prima di esso.”

E soprattutto questa: “Non mi devo chiedere a che punto sono della mia vita, ma di che colore è quel punto. Oggi sapresti rispondere?”

Poi suggerisco il librettino di Balzac “Il capolavoro sconosciuto”, che in francese ha un titolo più bello “Le Chef-d’œuvre inconnu”. Non penso di averlo capito, e per questo ancora mi affascina.

Cito da un tweet che mi sono salvata: “Il saggio si raccoglie ogni giorno nella cella del suo cuore. Dubita, mette in discussione, contempla e medita. Accoglie e custodisce. Pronuncia le parole di Qohelet: «io cerco ancora». E così di giorno in giorno avanza nella ricerca senza adagiarsi mai.” Di questi tempi Qohelet è una gran lettura.