#11 – Il gallo e la neve

Nessun bilancio per carità, non mi fanno mai bene, sono solo di moda per illuderci di aver fatto dei passi nella giusta direzione, “concluso qualcosa”. C’è un’espressione in inglese che rende bene l’idea, secondo me: be on track, (letteralmente “essere in pista”) che esprime l’idea di camminare alla velocità giusta, aver espletato nei tempi prestabiliti ciò che dovevamo fare, che sia chiudere una serie di progetti lavorativi, o raggiungere scopi personali. Alla fine dei bilanci però ti trovi in mano solo una serie di colpe da distribuire come caramelle. Mi è capitata per caso sotto gli occhi la poesia “Disattenzione” dell’amata Wislawa. Lo so, la cito spesso, ma la rileggo spesso. Scrive:

Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare
domande,

senza stupirmi di niente.

Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.

È strano voler rileggere e rileggere questa poesia, in un anno che per me, è stato uno shock sotto diversi aspetti, che di fatto ancora non ha provocato una reazione. Ho fatto talmente tante domande, e mi riferisco ai tanti articoli e non solo, sulla pandemia, sui dati, sull’incertezza, che non si sono sedimentate le risposte. E sebbene sotto shock non mi sono ancora stupita di niente. In questi giorni di neve, per me stupendi, anche se appesantiti, sto pensando al tema del vaccino per il COVID19, seguendo un po’, ma non tanto. Sono immersa nelle letture, nella musica, nella neve. Sono sempre pessimista nella ragione e ottimista nella volontà, continuando a dire, come facciamo dall’estate, che se ne uscirà ben che vada a settembre 2021. Mi sono un pochino emozionata il 27 dicembre nel vedere le prime persone vaccinate, ma meno di quanto avrei pensato. Mi sono chiesta il motivo, e vedo due ordini di ragioni: il primo è di pancia, sono così carica di emozioni che forse al momento non c’è più spazio. Ma soprattutto, non trovo che stiamo dando il meglio di noi nella narrazione sui vaccini. Si discute di obbligo vaccinale come se stessimo scegliendo il colore di una casa. Io mi vaccinerei immediatamente, se fosse possibile, ma al momento non ho una risposta da abbracciare al 100% se sia giusto o meno introdurre l’obbligo vaccinale in questo caso specifico. Non riesco a comprendere le ragioni scientifiche di chi non vuole vaccinarsi: il vaccino è un farmaco come un’altro, con possibili effetti collaterali, rarissimi e per la maggior parte lievissimi, così come qualsiasi farmaco si assuma. Così come la puntura di un’ape, di una zecca, il morso di una vipera. Niente nella vita è davvero a rischio zero, mentre il COVID19 è un problema sociale enorme e che se lo prendi male, non solo muori, ma muori male, soffocato. O puoi vivere con la consapevolezza che hai contagiato un tuo caro che è morto male, e forse questo è peggio. Inoltre, chi non si fida di un vaccino può potenzialmente farne “verificare” il contenuto da un laboratorio di fiducia.

Al tempo stesso non mi piace la presa in giro dell’interlocutore, perché penso che queste cose si possano spiegare, anche se non su Facebook. A tu per tu, ognuno nella sua cerchia, e chi rimane della sua idea, lo farà per ragioni non “scientifiche” (per es non mi vaccino per non darla vinta al sistema, per principio, per affermare la mia libertà di scelta”), ma di altro tipo, e pazienza. Questo “e pazienza” ha un peso notevole per me, ci ho messo anni ad accettare che è forse la cosa migliore. Credo dobbiamo lavorare per dare gli strumenti per capire, ma di fronte a visioni tanto diverse dalle nostre, proprio sul senso della vita, della morte, non si può fare nulla. Credo che le grandi Svolte della vita, le cose che ci fanno completamente cambiare idea su qualcosa, i punti di non ritorno, non sorgano dalle spiegazioni a tavolino, ma dagli shock che subiamo a livello molto intimo. Per questo sto trovando molto volgare questo litigare su “io posso importi il vaccino”- “no non puoi impormi niente”. L’importante è parlarci il più possibile, cogliere tutte le occasioni per raccontare i pro e i contro della vaccinazione, e viene da sé che i pro, sia per noi che per le nostre comunità, siano molti di più dei contro. Non ci si vaccina perché qualcuno te lo ha imposto, né per “la politica”, ma perché c’è troppa sofferenza intorno a noi, malati, morti, operatori sanitari allo stremo, che possiamo evitare. Ho detto una serie di cose ovvie, già dette molto meglio di me da altri.

“Eh ma ci guadagnano le case farmaceutiche”. Già. Come ho scritto i giorni scorsi, il più bel giorno sarebbe un mondo dove non c’è un brevetto per un vaccino contro una pandemia. Nella mia Utòpia (lo è, lo so) ad aprile le aziende farmaceutiche avrebbero studiato insieme, con il contributo di enti pubblici e privati, per trovare il vaccino migliore, che avrebbero prodotto tutte insieme, mettendo a disposizione tutti gli stabilimenti del mondo, producendo tante più dosi da distribuire subito a tutti i paesi secondo la popolazione. Vabbè, ciaone, forse dovrei cambiare mestiere. Però sul brevetto ci sono diverse riflessioni su SaluteInternazionale.info. Anche su Infodata abbiamo scritto una cosa sulla differenza fra filantropia e bene comune, con un’intervista a Gavino Maciocco.

Mentre concludo questo lungo paragrafo penso che sono fortunata: non rischio – spero – la galera per aver espresso le mie opinioni. In Cina qualche giorno fa hanno condannato a 4 anni di prigione una giornalista che aveva fatto reporting nelle prime fasi della pandemia a Wuhan perché aveva “diffuso ansia e tensione sociale”. Io le avrei fatto compagnia mi sa. Però come cambiano le cose anche le piccole persone, anche se il più delle volte quando lo fai ti trovi solo. Come sapete sto vivendo da vicino una vicenda sui generis, nel panorama sanitario mondiale. Proprio oggi è uscita questa intervista a Francesco Zambon su AGI, dove riflette proprio su questo triste aspetto: la solitudine quando affronti qualcosa di grande, quando si chiede di rischiare qualcosa. C’è un brano perfetto che mi sono andata a rileggere, lo conosciamo tutti:

69 Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una serva gli si avvicinò e disse: «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!». 70 Ed egli negò davanti a tutti: «Non capisco che cosa tu voglia dire». 71 Mentre usciva verso l’atrio, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno». 72 Ma egli negò di nuovo giurando: «Non conosco quell’uomo». 73 Dopo un poco, i presenti gli si accostarono e dissero a Pietro: «Certo anche tu sei di quelli; la tua parlata ti tradisce!». 74 Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo!». E subito un gallo cantò. 75 E Pietro si ricordò delle parole dette da Gesù: «Prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte». E uscito all’aperto, pianse amaramente.

(Matteo 26,69-75. Ho scelto Matteo perché mi piace più degli altri.

Questa vicenda mi fa riflettere una volta di più sul fatto che siamo sempre uguali agli uomini dei secoli e dei millenni passati. E con questa cosa dobbiamo fare i conti, specie noi “comunicatori” che abbiamo talvolta la vista accecata dalla luce di lampadina. Quando abbiamo paura, quando soffriamo, non siamo diversi dal pastore che guarda la luna di Leopardi, o dall’umanità di Omero, di Dante. Altra cosa banalissima, ma che più cresco più mi par chiara.

Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai,
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
la vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
move la greggia oltre pel campo, e vede
greggi, fontane ed erbe;
poi stanco si riposa in su la sera:
altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi? Dimmi: ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale?

Gläserkorb und Pastete, Sebastian Stosskopf. Elab Paolo Spinicci

Oggi nessun consiglio di lettura EP sui temi giornalistici perché come dicevo sono in riposo, leggo tanto, ma non i giornali. Ma condivido questa immagine che mi ha inviato un amico di penna, musicista e filosofo, con questo augurio: “E’ un’immagine bella della fragilità dell’umano. Quei bicchieri erano in ordine prima che succedesse qualcosa. Forse scritto nella lettera, che ha creato un disordine per cui i bicchieri sono, nella loro bella fragilità, in disordine. È una bella immagine dell’umano, della sua fragile bellezza che permane anche nel decadere delle cose.”

Concludo con questa che è la chiusa di un libro che ho letto in questi giorni e che vi consiglio “Mendel dei Libri” di Stefan Zweig (Adelphi). Sono 32 pagine preziose:

«Perché lei, l’ignorante, aveva almeno conservato un libro, per ricordarsi meglio di lui, mentre io, io per anni avevo dimenticato Mendel dei libri, proprio io che avrei dovuto sapere che i libri si fanno solo per legarsi agli uomini a di là del nostro breve respiro e difendersi così dall’inesorabile avversario di ogni vita: la caducità e l’oblio.»

E detto questo, vado a spalare la neve.

#10 – Cachi al sole

Cachi nel cielo, Dolomiti dicembre 2020

Sinceramente non avevo lo spirito di scrivere le mie scarse quattro chiacchiere periodiche, ma poi stamane ho letto nuovamente su Facebook la testimonianza di una collega sul tentativo di trovare una bombola di ossigeno per il padre malato di COVID a Milano, e credo meriti una riflessione. La collega in questione è riuscita, per fortuna, a trovare la bombola per l’anziano padre, ma – lo scrive lei, non io – solo grazie al passaparola, agli amici, ai contatti che una persona che lavora nel mondo sanitario può avere. A dicembre 2020, a 9 mesi dalla presa di coscienza politica del problema, non siamo ancora preparati, la Regione Lombardia (ma chissà quante altre) non ha una pianificazione tale da garantire a tutti una bombola di ossigeno. È difficile trovarle, perché ne servono tante più del solito, e perché chi ce l’ha se la tiene a casa per future emergenze invece di restituirla. E io non credo sia una colpa. Il primo pensiero per me è che per ogni padre fortunato ce ne è uno sfortunato. Una persona che non ha una famiglia, o una famiglia con gli agganci giusti. “Ma può andare all’ospedale”. No, l’ospedale per primo, leggo, ha chiesto di non portare un altro anziano in multicronicità nella loro struttura, che a casa sarebbe stato meglio. Nel motore pulsante d’Italia non ci sono le bombole di ossigeno per tutti, ragazzi. Non parliamo di tecnologia, ma di bombole con dell’aria dentro.

Storie come questa mi fanno insistere ancora una volta su ciò che andiamo dicendo da mesi, su Infodata ma non solo: non sappiamo quante persone stanno morendo perché manca l’assistenza. Abbiamo i morti totali ogni giorno ma non sappiamo dove muoiono: abbiamo i pazienti che entrano in terapia intensiva ma non quelli che escono vivi e morti. Abbiamo i ricoverati nei reparti non critici, ma non sappiamo quante persone ci muoiono e quante muoiono a casa. Un fraintendimento che vedo spesso è che passa l’idea che ci siano degli step di gravità: prima si va in una reparto non critico, e poi quando si sta malissimo in terapia intensiva, dove si può morire. Non è così: sono moltissimi i morti in area non critica, cioè in pneumologia o in geriatria, o in malattie infettive. La ULSS 1 Dolomiti, dove vivo io, pubblica ogni giorno su Facebook i dati su quanti morti ci sono stati in ogni reparto ospedaliero e l’età dei deceduti e questa cosa è estremamente evidente, e per me una chiave per capire se funziona l’assistenza ospedaliera e territoriale. Ma a livello regionale o nazionale questo dato non c’è.

Come possiamo dire di aver capito? Come possiamo dire di aver saputo e fatto abbastanza?

In questi giorni è uscita una nuova Marmot Review, The COVID-19 Marmot Review (scritta dal super Michael Marmot, Institute of Heath Equity, un punto di riferimento mondiale in salute pubblica), che ha come primo obiettivo “To examine inequalities in COVID-19 mortality”, cioè analizzare le disuguaglianze nella mortalità COVID, nel Regno Unito. Devo ancora studiarlo, e penso che lo far nei prossimi giorni, e magari ne scriverò qualcosa di più compiuto. Intanto per dire che spero che anche in Italia iniziamo a ragionare in questi termini.

Invece siamo nella Terra dei Cachi, sì quella di Elio.

Siamo qui che ci trastulliamo nell’illogicità. Ci ho “ragionato sopra” come dice il nostro Doge, ma continuo a non vedere il senso delle regole di ieri sul Natale: in sostanza una famiglia di quattro persone non può andare dai nonni, ma i due nonni possono andare dalla famiglia di quattro persone. Poi tutte le restrizioni “necessarie” inizieranno il 24 dicembre, fra una settimana con calma. Il Veneto nel frattempo ha chiuso da oggi. Ah no: ha solo imposto di non spostarsi di comune dopo le 14, ma questa restrizione vale solo all’andata, perché se metti piedi in un altro comune per qualsiasi ragione, entro le 14, poi puoi tornare quando vuoi entro le 22. Per me basta questo per cantare con Elio:

Quanti problemi irrisolti
Ma un cuore grande così
Italia sì, Italia no, Italia gnamme, se famo du spaghi
Italia sob, Italia prot, la terra dei cachi
Una pizza in compagnia, una pizza da solo
Un totale di due pizze e l’Italia è questa qua

Descent of Christ into Limbo, Bartolomé Bermejo
Córdoba, circa 1440 – Barcelona, circa 1501

Passiamo ai consigli di lettura EP. Giusto due cose perché non ho studiato molto in settimana. Consiglio questo articolo del Lancet sulla trasmissione del COVID in aria e questo articolo del Guardian su cosa abbiamo perso in questi mesi. Da ascoltare anche Paolo Vineis sul programma La Cura di Radio3.

Mentre scrivo sto ascoltando sempre su Radio3, le Lezioni di Musica con Giovanni Bietti, in particolare La Missa Fortuna desperata  di Josquin Desprez. Stupenda, non la conoscevo e non conoscevo lui. Siamo fra 1400 e 1500, cioè ben prima di Bach, per capirci, è un canto polifonico a quattro voci (Soprano, Alto, Tenore e Basso), senza strumenti. Essendo una messa cantata troviamo il Kyrie, il Gloria, il Credo, il Sanctus e l’Agnus Dei.

Come ne abbiamo bisogno!

Una nota finale. Ieri, 18 dicembre 2020, è “andato avanti” Pietro Greco, a soli 65 anni. Pietro era ed è il più nobile giornalista scientifico italiano, che ha contribuito a far capire a generazioni di giornalisti scientifici qual è il vero compito di un giornalista scientifico: non educare, ma neanche intrattenere. Il nostro lavoro è raccontare, informare, con serietà e sobrietà, ma studiando, e spiegando perché bisogna studiare per capire. Ma soprattutto il nostro lavoro è provare a cambiare le cose, raccontandole nel modo giusto. Ho un bellissimo ricordo con Pietro, nel 2017 a Potenza al Festival della Divulgazione. Due giorni di scambi che mi rimarranno nel cuore, insieme a tutte le lezioni, gli articoli, le puntate di Radio3 Scienza, e i racconti dei tanti che gli hanno voluto bene.

#9 – Scarobole e stracaganasse

Quella del 5 dicembre sulle montagne bellunesi è la sera più magica dell’anno: i paesi preparano piccoli falò per strade e piazze, e ogni famiglia lascia fuori dalla porta paglia e carote per l’asinello e vino e biscotti per San Nicolò (con una c, alla veneta). I bambini vanno a dormire presto, nell’attesa dell’arrivo del Vescovo che passa con il suo carretto a portare i regali per le case. Nel tempo si è confuso esteticamente con Babbo Natale, tanto che ricordo che da bambina lo disegnavamo con le fattezze di Santa Klaus. In realtà la tradizione è un’altra, e la storia altra cosa ancora. Ora vi beccate il pippone. San Nicolò è San Nicola, un vescovo, e come tale si presenta: con la mitra (non il mitra, la mitra, il copricapo). Sulle Dolomiti crediamo che abiti in cima a qualche montagna, e che la notte del 5 dicembre scenda con il suo asinello e con un carretto pieno di regali (oggi che far regali è facile), e di Scarobole (carrube), stracaganasse (castagne secche) e mandarini (ieri, nei ricordi di genitori e nonni). Ogni paese ha elaborato la sua tradizione: se a Longarone San Nicolò è scortato dai suoi “accompagnatori”, a Cortina è seguito dai Krampus, diavoletti dall’aspetto spaventoso. Sicuramente ci sono tradizioni di altri paesi bellunesi che non conosco. Storicamente invece il culto di San Nicolò deriva da quello di Nicola di Myra, vescovo di Myra, nell’attuale Turchia, vissuto 300 anni dopo Cristo. Si ipotizza che abbia partecipato addirittura al Concilio di Nicea, nel 325 dC, quello dove si stabilì la prima versione del “Credo”, che in termini precisi di definisce “Simbolo apostolico”. Bon basta, che se parto con la storia medievale vado avanti ore e l’unico lettore che rimane è Marco Perale ;).

san Nicolò a Longarone nel 2018 –

Ieri sera è stato triste perché, come è ovvio, non c’è stato nessun falò nelle piazze, nessuna attesa sulle strade per vedere spuntare l’asinello. Almeno a Longarone. A Castel invece, trattandosi di un paese piccolo con pochi bambini, San Nicolò è passato a bussare porta per porta, senza entrare e con tutti i crismi sanitari. Solo per salutare, e mi dicono che i bambini erano felici. Ieri sera ripensavo ai tanti falò della mia vita, anche a quello dell’anno scorso dove la Pro Loco aveva preparato panini con Pastin e vino per i genitori che aspettavano. Quanta festa, quanta magia, quanta spensieratezza, pur ognuno con i propri problemi.

SS51 fra Longarone e Zoldo, ieri sera

Ha fatto anche tanta fatica, stanotte, San Nicolò. Per il bellunese è stata un’altra notte difficile, a causa del maltempo, giusto per ribadire i contenuti che avevo condiviso ieri su Facebook, la lettera di una bellunese a Selvaggia Lucarelli sul vivere in Montagna. Anche ieri frane grosse, un ponte crollato, smottamenti, paesi isolati… La Val di Zoldo sarà isolata – leggo dalla pagina Facebook del sindaco – per una settimana. L’unica via d’accesso è il passo Staulanza, cioè da Agordo, ma servono gomme da neve serie. Questa situazione ha indotto la nostra provincia a interdire l’accesso ai turisti in alcuni comuni del territorio. Non venite per favore, lasciate libere le strade. La ULSS Dolomiti ha dovuto anche interrompere da ieri a domani le attività di esecuzione tamponi in drive in, per non far spostare nessuno. Il vecchio detto “an bisest, an funest” calza a pennello in questo 2020. Speriamo avesse ragione Sofocle, quando scrive nell’Antigone che “Nulla di grande entra nella vita dei mortali senza una maledizione”.

Per il resto, i miei soliti consigli di lettura EP per selezionare qualcosa senza essere fagocitati dal caos informativo. Prima che mi dimentichi, stasera a Che Tempo che Fa c’è Eric Topol, da non perdere. È Direttore dello Scripps Research Translational Institute e tra i 10 ricercatori più citati al mondo nella medicina. Un influente “giusto” dell’innovazione in medicina. Come consigli direi “La difficile scelta del giusto vaccino” pubblicato da EticaEconomia e per chi legge l’inglese, l’editoriale di Fiona Godlee su BMJ “La lezione persa sul Tamiflu“. Riporto anche il testo del post di Luca De Fiore che come al solito è uno dei pochi a metterci la faccia e toccarla piano: «se desiderassimo migliorare la comunicazione da parte di chi ci governa e dei medici che parlano in tv, dovremmo obbligarli a leggere due ore al giorno quello che scrivono le persone serie.» Sempre Luca scrive un post utile dal titolo “Piano vaccinale covid-19: strategico senza strategia“. “Strategico senza strategia” potrebbe essere il titolo di un libro sulla faccenda italica, quando sarà passato sufficiente tempo da aver senso tirare le somme in un libro. Ma mi fermo qui, che già faccio fatica a trattenermi negli ultimi giorni dal commentare alcuni recenti sviluppi che meriterebbero almeno un ricalibramento politico. Bon mi fermo qua.

Un consiglio non di scienza, ma che mi sento di dare riguarda il tema della Patrimoniale, come arma (giusta) insieme ad altre per provare a contrastare la polarizzazione della ricchezza. Questo articolo di Giacomo Gabbuti (ricercatore a Oxford) su Jacobin, è ottimo. Se volete vedere qualche dato sull’Italia, qui una sintesi di cose che negli anni abbiamo messo in fila su Infodata.

Infine, segnalo questo libretto “Quando la logica va in vacanza. Sulle fallacie comiche in letteratura” di Edoardo Camassa, appena uscito per Quodlibet.

Sto rileggendo quanto ho scritto finora, e noto che oggi non riesco a essere ironica, non mi viene da ridere, neanche da sorridere. Succede anche questo, e non ha senso mostrarsi per ciò che non si è, nemmeno in post come questo. Sono nostalgica oggi, vorrei una parentesi da questo lungo inverno, e invece bisogna tenere duro. Riguardo le foto di un anno fa come gli anziani che ricordano i tempi andati. Dante lo scrive benissimo nel canto di Paolo e Francesca. «Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.»

Vediamo se San Nicolò ha portato qualcosa anche a me.

Tino Aime

#8 – Monta su che andon a pié

Ieri pomeriggio, al tramonto di una settimana impegnativa, arriva finalmente il Genio. Email dall’Ordine dei Giornalisti del Veneto. Già l’oggetto mi prepara al disagio: “Testate giornalistiche sul sito dell’ordine”. Olo dir che? No se sa. Proseguo.

“Gentili colleghi,
in risposta alle segnalazioni relative all’esiguità del numero di posti disponibili per seguire i corsi streaming, organizzati in via sperimentale dall’Ordine dei giornalisti del Veneto, si precisa che il tetto massimo di 30 partecipanti è indicato dall’Ordine nazionale al fine di garantire un adeguato e puntuale controllo di chi partecipa ai corsi. L’Ordine Veneto non ha possibilità di elevare il numero di partecipanti, in quanto non sarebbe possibile registrarli nella piattaforma Sigef.”
Calmi, non è finita. “Al fine di agevolare il più possibile i colleghi veneti, è stato inoltre deciso di comunicare in anticipo, in via sperimentale, l’apertura della fase di iscrizioni a ciascun corso in streaming: il giorno prima del previsto avvio delle iscrizioni, la Segreteria dell’Ordine invierà una mail a tutti gli iscritti avvertendoli che sarà possibile iscriversi al corso a partire dalla mezzanotte.” Pionieristico.

Ma poi arriva la vetta: “L’Ordine dei giornalisti ha deciso di rendere accessibile l’elenco delle testate giornalistiche a tutti sul sito internet con l’obiettivo di offrire un servizio ai colleghi, ma anche a tutti i cittadini.” Beissimo!!! Ah no, ‘speta, che no savon ben quante che ghe xe. “Per il momento si tratta di un elenco parziale che, nelle intenzioni, dovrà essere man mano arricchito grazie alle segnalazioni degli stessi direttori, giornalisti o editori.”

A Belluno in questi casi si dice, appunto, “Monta su che ‘ndon a pié”.

Con questa gioia mi accingo a sintetizzare le cose interessanti EP lette in settimana. Anzitutto questo lavorone di Filippo Mastroianni su Infodata, che mostra che in Calabria non mancano solo le strutture sanitarie e i medici. Mancano le strade per raggiungere gli ospedali e i luoghi di cura. Segnalo anche questo articolo del New York Times che spiega la situazione italiana. Per quanto riguarda i vaccini sul COVID, consiglio questo lavoro di ValigiaBlu, e anticipo che nei prossimi giorni su 24+ uscirà un’interessante chiacchierata che ho fatto io di persona personalmente sull’argomento con una persona che ne sa a pacchi. Cercheremo di inquadrare la questione nella cornice giusta: l’approccio deve essere filantropico o di bene comune? Per prepararci consiglio di leggere gli articoli più recenti di SaluteInternazionale.info.

Passando ad altro, una cosa bella del mio twitter è che seguendo molti account di musica antica trovo vere e proprie perle, e intesso discussioni con persone che mai altrimenti. Nicchia Felix. Per esempio il profilo Musical Notation is Beautiful, che ha postato questo vecchio sparito di Salamone Rossi “Ha-shirim Asher Li-Shlomo”. A prima vista può non dirvi nulla, così come a me, ma poi se pensiamo che la musica si scrive da sinistra a destra (anche qui) mentre l’ebraico da destra a sinistra, questo intreccio diventa incredibilmente interessante. Ne è nata una bella discussione sotto il tweet.

Poi, in questi mesi, con il coro barocco di cui faccio parte (Gruppo Vocale Crystal Tears), stiamo studiando un Magnificat meno conosciuto, quello di Francesco Durante (1684 — 1755). Quando dico studiando intendo che stiamo tentando di proseguire lo studio su Zoom… per lo meno la parte di apprendimento note. Poi chiaro che la vocalità è un’altra faccenda, ma almeno così manteniamo un filo. Ho realizzato per la prima volta quanto sia meravigliosamente rivoluzionaria questa parte:

Deposuit potentes de sede, et exaltavit humiles; esurientes implevit bonis, et divites dimisit inanes.

Companeros de la rivolucion. È bello ascoltare come è stato reso musicalmente in modo diverso da Bach, Vivaldi e Cimarosa, oltre che da Durante. (per me il suo è il Deposuit più intenso).

Ho condiviso questa cosa su twitter e una persona mi ha prontamente commentato che era curioso di capire perché “posto spesso cose della ‘tradizione cattolica’, in contrasto con il mio essere giornalista scientifica”. Non ce l’ho assolutamente con chi mi ha fatto questa domanda, ma mi dispiace sempre un po’ quando ricevo questo genere di appunto, perché mi sento di dover precisare che non sono credente, e mentre lo faccio non sono soddisfatta, perché è ridicolo che teniamo sempre lì il livello del dibattito, come se si trattasse di un percorso evolutivo. Sembra un volersi giustificare in qualche modo, come a dire “no tranquillo, non cado mica nella trappola”. Mi ricorda quella figura un po’ triste che fece Carlo Rovelli in una conversazione con Gianfranco Ravasi al Cortile del Gentili qualche anno fa. Ci sono biblioteche su questo tema, quindi non aggiungo altro. Ma provo a rispondere, come ho risposto all’amico di twitter: trovo che il mio cammino come persona sia in minima parte costituito dal mio essere giornalista scientifica. Cerco di vivere la mia vita e le mie relazioni traendo spunto dai grandi messaggi che incontro, e “la buona novella” è la rivoluzione umana che mi ha folgorata maggiormente. Ogni tanto penso addirittura che se riuscissi ad avere fede in qualcosa, sarei umanamente più completa, ma non avendola di fatto non ne sento l’esigenza. Molto banalmente, per quello che finora ho studiato, la filosofia, la letteratura, mi hanno dato tanto, mi hanno costruita come persona, ma non ho trovato altrove messaggi umanamente così grandi come, appunto, la buona novella. Tutto ciò che ne è stato fatto del messaggio di Cristo, quindi, mi interessa (arte, musica, poesia, vite dedicate, esperienze). Però, il mio interesse non è verso la tradizione cattolica o peggio verso le sue derive bigotte, ma semmai verso l’esperienza cristiana. Chiaramente questo è quello che sento ora, chissà il cammino della vita dove mi porterà. Al momento so che la ricerca deve essere a 360 gradi, mentre è lo scientismo, quello che sa già cosa escludere, la vera religione da temere. Poi, quando si fa giornalismo si cercano i dati, i fatti, la cosa. Ma perché vale la pena farlo, beh, quelle sono ragioni più profonde.

Perdonerete, oggi va così. Condivido volentieri, perché solo condividendo si ricevono spunti interessanti.

Concludo con un brano stupendo che ho ricevuto questa settimana da una persona qui sopra, perché sì: mi vergogno ma non sono mai riuscita a leggere per intero un libro di Dostoevskij, anche se con tutto quello che ho letto intorno a lui avrei quantitativamente coperto i Karamazov.

«La sua anima traboccante anelava alla libertà, allo spazio, all’infinito. La volta celeste, punteggiata di placide stelle splendenti, si stendeva ampia e sconfina- ta sopra di lui. La Via Lattea si allungava in due pallide striature dallo Zenit all’orizzonte. La notte fresca e tranquilla sino all’immobilità avvolgeva la terra intera. Le bianche torri e le cupole dorate della cattedrale rilucevano sullo sfondo del cielo color zaffiro. I lussureggianti fiori autunnali delle aiuole intorno alla casa si erano assopiti in attesa del giorno. Il silenzio della terra sembrava fondersi con quello del cielo, il segreto della terra faceva tutt’uno con quello delle stelle… Alëša stava in piedi, ad osservare la notte, quando ad un tratto si gettò di colpo per terra. Non sapeva perché stesse abbracciando la terra, non si spiegava perché desiderasse così irrefrenabilmente baciarla, eppure la baciava, piangendo, singhiozzando, la irrorava con le sue lacrime e giurava passionata- mente di amarla, di amarla nei secoli dei secoli. “Irrora la terra con le lacrime della tua gioia, e amale quelle tue lacrime” – risuonò dentro di lui. Per che cosa stava piangendo? Oh, nella sua esultanza egli piangeva persino per quelle lacrime che brillavano per lui dall’abisso della notte, e “non si vergognava della propria estasi”. Era come se i fili di tutti questi innumerevoli mondi divini si fossero uniti tutti insieme nella sua anima, ed essa trepidasse al contatto con gli altri mondi. Aveva voglia di perdonare tutti, di tutto e di chiedere perdono, ma non per se stesso – no! – ma per tutti, per tutto e per ogni cosa, mentre “per me saranno gli altri a chiedere” – gli risuonò ancora nella mente. Ma ad ogni istante egli avvertiva chiaramente, e quasi tangibilmente, che qualcosa di stabile e im- perturbabile, come la volta del cielo, era penetrato nella sua anima. Era come se un’idea avesse preso il sopravvento nella sua mente – e per tutta la vita, e per i secoli dei secoli. Quando era caduto a terra era un giovane fragile, ma quando si alzò era ormai un guerriero risoluto per tutta la vita, questo lo avvertì subito, ne fu subito consapevole, in quello stesso momento di estasi. E mai nel corso della sua vita, Alëša poté dimenticare quell’istante. “Qualcuno visitò la mia anima inquell’ora”, diceva credendo fermamente alle proprie parole…».

F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov