Comunicazione, vaccini ed effetti indesiderati

Stamane ho fatto una cosa che ultimamente preferisco fare poco: ho guardato i commenti al mio pezzo di ieri sui social del Sole 24 Ore, che rispetto ai miei profili catalizzano più pubblico e certamente persone al di fuori della mia bolla di conferma.

L’ho fatto perché l’articolo di ieri [Quante persone si sono contagiate nonostante il vaccino, su 24+] per me non è stato banale, né da pensare, né da fare. In un momento delicato della campagna vaccinale abbiamo voluto raccontare i dati di un rapporto ISS che contavano i contagi fra i vaccinati. Che sono lo 0,8%, quindi in sostanza pochi, pur non trattandosi di uno studio in laboratorio, ma di una survey nel mondo reale. I dati sono a mio avviso incoraggianti, e abbiamo cercato lungamente di contestualizzare i numeri.

Immaginavo tuttavia, come poi è stato, che tanta tanta gente avrebbe pensato e commentato “allora non mi vaccino”. Non posso dire che non mi tocchi leggere il commento di gente che dice “ok, ho appena rimandato il vaccino”. Chi mi conosce sa che per me questo lavoro non è fare intrattenimento, non sono della filosofia che quello che dico oggi chissene domani, tanto ci avvolgiamo il pesce. Mi sento responsabile di quello che dico, e mi va bene così. Mi va bene farmi troppi problemi rispetto a quanti se ne fanno mediamente i giornalisti.

Quando ho visto questo rapporto ISS mi sono interrogata dunque su che cosa fare: raccontare questi dati con il rischio di inevitabile fraintendimento? Lasciar stare? Qual è il servizio che sono chiamata nel mio miserrimo a fare?

Qualche giorno prima, mi ero trovata a discutere di questo aspetto in un convegno organizzato dal dipartimento di sociologia dell’Università di Padova, dove accanto a me – virtualmente – erano seduti colleghi giornalisti scientifici e docenti universitari. C’è stato un grande dibattito in particolare fra me e un docente su questo punto. Lui diceva che il nostro compito come giornalisti IN EMERGENZA, e lo scrivo in stampatello, è evitare di fare danni e quindi scegliere cosa raccontare. Evitando di raccontare cose che potrebbero creare problemi alla campagna vaccinale.

Sono anni che penso che il giornalista non sia un megafono ma una mente critica che decide, prendendosene la responsabilità, di che cosa parlare. Ma nonostante questo mi sono trovata in difficoltà ad accordarmi, in emergenza, a questa posizione.

Forse un anno fa non avrei raccontato questi dati. Oggi invece credo che il mio dovere sia raccontare ai cittadini i dati che ci sono, contestualizzandoli, con il rischio di effetti che io – ma soprattutto la politica – possiamo trovare “controproducenti”.

Chiaramente siamo su un filo di lama, perché si potrebbe dire “beh allora racconto qualsiasi obiezione”. No. Un buon giornalista se è in buona fede capisce quando una boiata non ha lo status di ipotesi, ad esempio. Cerca di diffondere l’informazione che considera solida e deontologicamente rilevante. Qui parliamo di dati ISS, di un rapporto che anche spiegato con attenzione (e ce l’ho messa tutta) può portare effetti “indesiderati”.

Ci ho pensato e ripensato. E la domanda che rimaneva in testa era: ma indesiderati a chi? Per te – Cristina- che cosa è più indesiderato? lo dico con il rischio di essere malamente fraintesa: per me la cosa più indesiderata è che si trattino le persone in modo paternalistico, che l’informazione decida cosa le persone “non capirebbero” o che che cosa potrebbe “allarmare” eccessivamente. Non mi convincono i facili entusiasmi e i facili ottimismi, preferisco il factcheck anche se dissonante.

Forse è questo che mi ha fatto scaldare nell’incontro patavino. Già. Ma non è facile, perché sono pienamente d’accordo che l’informazione non debba cavalcare gli allarmismi per fare i clic, come avviene sovente, o fare la corsa a chi pubblica prima, a scapito della completezza dell’informazione.

(Ripeto e ribadisco: parlo di un rapporto con dati ISS, per quanto parziali. Non di cose campate per aria.)

Alla fine ne è venuto un post onanistico, di quelli che detesto, ma pazienza. Parlo con tanta gente, a tanti eventi, e trovo che questo sia IL punto cruciale del dibattito su come fare informazione scientifica in pandemia. E a me un po’ manda in crisi, professionalmente, tutto questo.

Attendo, se vi va, la vostra esperienza.

Grazie

C.

Scienze delle Religioni e Scienze Religiose sono due cose diverse, madama la marchesa

In questi giorni finalmente il Senato ha approvato un emendamento proposto dal senatore Roberto Rampi (PD)che stabilisce che anche la laurea Magistrale in Scienze delle Religioni delle università pubbliche (codice LM-64) potrà dare l’accesso al concorso per gli insegnamenti di Storia, Filosofia, Scienze Umane, Materie Umanistiche alle medie. Di fatto finalmente ha reso la laurea Magistrale in Scienze delle Religioni equivalente alla laurea magistrale in Scienze storiche, a quella in Scienze filosofiche e alla laurea in Antropologia culturale ed etnologia.

Putiferio. Come c’era da aspettarsi, fra politici e giornalisti ha parlato solo chi non ha capito niente, e sono fioccati gli articoli sulla “Riconquista clericale della scuola”, i post Facebook indignati.

Problema: tutti quelli che hanno parlato screditando la scelta hanno confuso Scienze delle Religioni (Corso di Laurea delle Università pubbliche) con le lauree in Scienze Religiose, corsi elargiti in Italia da atenei pontifici, Università pontificie, Facoltà teologiche, Istituti Superiori di Scienze Religiose ISSR (che sono istituzioni diverse, ma non pretendiamo tanta minuzia), ma anche da università religiose non cattoliche.

Una volta per tutte: i corsi di laurea in Scienze delle Religioni sono di fatto corsi di laurea in Storia che si focalizzano sullo studio del fenomeno religioso, dal punto di vista appunto storico, antropologico, filosofico, artistico. C’è chi studia il religioso: prima di tutto se ha senso parlarne, e poi con quali strumenti possiamo farlo (la filologia, la sociologia, l’antropologia…). C’è chi studia una religione specifica, che può essere quella cristiana, in tutte le sue forme, quella ebraica, quella induista, quella sciamanica, quella buddista. Insomma: nessuno vuole convincerti che dio esiste o che lo devi cercare, se è questo che spaventa. Non ci sono mani vaticane nei corsi di laurea delle università pubbliche in Scienze delle Religioni.

Era paradossale che i laureati in LM-64 non fossero abilitati, previo soddisfacimento dei cfu richiesti, all’insegnamento di materie che conoscono esattamente come i laureati in filosofia, in storia. E quindi finalmente qualcuno ha messo a posto l’assurdità.

Morale della favola, frasi come queste, prese da un articolo uscito il 19 maggio 2021 su Micromega, sono scorrette: “Una manna “rampina”, se pensiamo che gli sbocchi lavorativi codificati per i laureati in Scienze delle religioni erano quelli di mediatori e comunicatori in materia religiosa, nonché titolo (previo placet dell’ordinario diocesano) per l’insegnamento della religione cattolica.” Questa frase si riferisce alle già citate lauree in Scienze Religiose, non alle Scienze delle religioni! Ecco: spero di averlo scritto abbastanza chiaramente e una volta per tutte. Almeno cerchiamo di capire Dove siamo e di non dire falsità.

Vi lascio qui due esempi: una LM in Scienze delle Religioni e una Laurea in Scienze Religiose.

Farei comunque anche un altro passo avanti. Trovo svilente non riuscire a concepire che si possa studiare il fenomeno religioso solo come DNA del nostro passato e presente, perché significa non essersi resi conto che le lauree in filosofia, antropologia, storia, per esempio, sono al 90% studio del pensiero religioso. Platone, Agostino, la Scolastica, Pascal, Spinoza, Hegel. Ma anche Galileo: di cosa parlavano se non di dove collocare la ricerca del religioso accanto alla nostra miserabile vita, e come connotarla? Mentre scrivo sono in imbarazzo da questa banalizzazione che faccio, ma in una riga tanto di meglio non riesco a fare.

Inoltre, vorrei far porre mentre al fatto che se la mettiamo in termini di presenza di eminenze grigie all’interno del mondo dell’università pubblica, nessuno si è mai scandalizzato della presenza di docenti universitari negli atenei pubblici che insegnano materie come Filosofia Teoretica o Filosofia Morale, palesemente Cattolici. E meno male! E lo dico a ragion veduta, per esperienza personale.

Personalmente dopo tre lauree (Filosofia, Logica Matematica, e sì una laurea in Scienze delle Religioni che sto per concludere), da persona di sinistra, e che non frequenta la chiesa come la intende la sinistra illuminata, ho capito che a spaventare non deve essere l’ascolto di chi eventualmente ha fede (tutte le fedi), ma di chi si sente minacciato da altre voci.

Di seguito una chiacchierata con Eleonora Arcolin per Il Gioco delle Perle di Vetro:

25 aprile. Quale Resistenza ci resta?

Le scorse settimane mi sono fatta stampare qualche nuova maglietta, fra cui questa, con l’immagine di Tina Merlin, prima partigiana e poi “quella del Vajont”. Oggi è il 25 aprile, e la guardo prima di metterla, perché sinceramente sono in imbarazzo. Che significato ha oggi la resistenza nelle nostre vite? Non mi riferisco alla resistenza come momento storico, ma al concetto.

L’ho visto banalizzato nell’ultimo anno, nel non permettere a nessuno di mettermi una mascherina, o di chiudermi in casa, come se si potesse paragonare la resistenza a un’oppressione fascista o legata all’etnia che era in nostro potere abbattere disubbidendo, con la presenza di un virus che non è in nostro potere eliminare con la disubbidienza, anzi.

Comunque non parte da lì il mio imbarazzo, quanto dal fatto che mi turba l’incoerenza, parlo prima di tutto della mia. Mi turba usare un pensiero come uno stendardo, senza che si incarni davvero. Ci ho messo 20 anni a focalizzarlo, ma il pensiero non incarnato mi turba, sì. Oggi, in Italia, dov’è la Resistenza? Chi di noi Resiste, mette in gioco tutto di sé, o quasi? C’è qualcuno, per esempio resistono i disubbidienti in val di Susa, donne e uomini, anche anziani, che si fanno il carcere per non piegarsi. Anche alcuni ambientalisti, ma solo alcuni: la maggior parte condivide post sui social.

E gli altri? E noi? “Ora e sempre Resistenza”, ma de che? Io in che cosa resisto? La risposta che mi sto dando è che forse possiamo “resistere” oggi provando a commisurare quello che diamo in termini di tempo, di aiuto, anche economico, in modo s-bilanciato, cioè senza pretendere che la somma delle forze dia zero. Se voglio aiutare qualcuno, o qualcosa, lo faccio e basta, senza considerare il tornaconto e prima ancora essere “coperto/a delle spese”. Svincolarsi dal dovere di calcolare sempre il “ritorno” nelle proprie scelte. Scegliere focalizzandosi primariamente sul perché di quella direzione. Lasciar andare (tempo, denaro, idee) anche se non conviene. Più ci penso più mi sembra una Liberazione, contraria alle logiche che ci circondano in qualsiasi ambito che si basano sempre sempre sempre sul Ritorno dell’Investimento. Che va bene per molti aspetti per far girare la ruota che ci siamo scelti, ma che non è l’unica logica possibile delle nostre vite.

Io sono stata fortunata: ho avuto 3 anni fa il privilegio enorme di essermi trovata nella condizione mio malgrado di provare questa differenza, e devo dire che mi ha cambiato radicalmente lo sguardo. Ma sono comunque in imbarazzo.

Chiaramente non mi riferisco al lavoro, che va retribuito coerentemente per evitare lo sfruttamento del lavoro povero. (Anche lì: chi si sta battendo concretamente per contrastare il lavoro povero di uomini e donne che è la forma più banale di ingiustizia?)

Questa intuizione non è assolutamente mia, ci sono decenni di riflessioni (per es nell’ambito dell’economia civile) che piano piano sto approfondendo, e che mi sembrano la cosa più vicina a una Resistenza che oggi, così impoveriti nello spirito dalle comodità della vita, siamo in grado di pensare. Per il resto, non vedo oggi altre incarnazioni possibili del concetto di Resistenza.

Non vedo altre similitudini fra il loro mondo e il nostro, né coerenza nell’identificarsi con un “ora e sempre Resistenza”.

Buon 25 aprile

#14 Pianure

Il 20 marzo 1995 ero in prima elementare, e scrivevo questo pensierino: “Il sabato nel mio giardino mi butto sull’erba e mi sento rivivere”. Non so a 6 anni che cosa dovessi rivivere, ma praticamente 26 marzi dopo il pensierino del giorno è il medesimo. Sì, conservo tutte le chincaglierie del passato.

Sento che potrei cedere. Rispetto alla vita di restrizioni, intendo. Non significa che non continui a essere ligia e attenta, la paura di COVID non si affievolisce, ma sento che sono più vulnerabile, ho delle crepe. E non quelle di Leonard Cohen, che vi entra la luce. All’inizio di tutto sapevo che non c’erano soluzioni, che si trattava di stringere i denti per un periodo per il bene comune, a tutti i costi, anche di incongruenze inevitabili, come sapere di persone che si trovavano più svantaggiate di altre.

Ora, dopo un anno di vita fondamentalmente reclusa, è più faticoso accettare queste incongruenze. Per me la peggiore è il fatto di non poter fare due chilometri o di non poter vedere la mia famiglia a dieci chilometri di distanza perché in un altro comune, a fronte di orde di cittadini che possono venire serenamente nelle loro seconde case anche da fuori provincia. E non è nulla rispetto ad altre incongruenze, come i viaggi all’estero senza i dovuti controlli, come raccontava la mia amica Roberta Villa. Sono inevitabili quando si fanno dei regolamenti, lo so. E so anche che se siamo in questa situazione dopo un anno non è perché quanto fatto non è servito a niente, ma perché semmai non è bastato. Se non avessimo nemmeno seguito le regole, magari sarebbe stata un’apocalisse ben peggiore. Solo, ultimamente sento che potrei cedere, che devo fare leva su una forza di volontà che di fatto non ho mai dovuto esercitare più di tanto su me stessa, era spontanea.

Mi rendo anche conto che questo è stato un bel banco di prova per capire che non sono un’autentica giornalista, di quelle agganciate alla cronaca, che amano i ritmi concitati della notizia. Ho bisogno di tempi mentali diversi. Così è. Anche da giornalista sanitaria quale sono da quasi dieci anni, non riesco a scrivere continuamente e solo di COVID senza sentire l’impellenza di evadere, di fare altro in autonomia. Scalpito, mi innervosisco, rispondo male. Non ho meno energia, il lavoro come sempre mi distrae. Ma appunto non riesco a seguire con la dedizione di altri colleghi giornalisti che vedo completamente immersi 24/7 sulla questione, e dico giorno e sera. Vi stimo molto, un po’ mi sento in colpa per non riuscire a coprire la cronaca minuto per minuto come forse potrei fare; come mi hanno detto un paio di persone “per diventare un nome ancora più noto nel panorama”. Pazienza, bisogna conoscere il proprio modo per fare bene le cose. Intanto sto lavorando a due nuove cose belline: una nuova consulenza con una Fondazione Scientifica, con cui stiamo progettando una serie di iniziative molto interessanti di cui vi parlerò, e la terza edizione di HealthCom Program, il corso sulla comunicazione sanitaria sui social media che ho creato nel 2019 insieme a Larin Agency, e di cui sono la docente, per il quale abbiamo pensato a fighissime novità per l’edizione giugno-dicembre 2021. Terza cosa: #ThinkTallyTalk, la trasmissione TV, o come dice Luca Tremolada, il “rotocalco” che il nostro gruppo di Infodata Il Sole 24 Ore, tiene su Twitch, dove invitiamo gente interessante a parlare di dati, innovazione, progetti. Comunque, anche se mi sento un po’ smunta dall’interno, diverse persone mi hanno detto di recente, anche ieri, dopo aver partecipato a un evento dove intervenivo come relatrice sui temi del gap di genere, di sentirmi appassionata, anzi ringraziandomi di questa “appassione”. Mi fa piacere, evidentemente mi vedo più smunta di quel che sono.

E poi ci sono le Perle di Vetro… forse la cosa più bella che sto facendo nell’ultimo mese, credo proprio perché mi porta altrove. (Sai, Flavio, che forse me lo devo fare io, non tu, il tatuaggio “altrove”?). Stasera ho come ospite Marco Belpoliti, lo scrittore, e parleremo del suo ultimo libro Pianura (Einaudi), una delle cose più belle lette negli ultimi anni. (Aggiornamento: si può rivedere la chiacchierata qui). Le Perle di Vetro, per chi non lo sapesse, sono una serie di chiacchierate in diretta che faccio sul mio profilo Instagram @thedatagap con persone che mi ispirano. Persone molto diverse per professione, età, interessi, percorsi. Prossimamente avrò Chiara Bertoglio, pianista e teologa per parlare di Bach, il rabbino e violinista Haim Fabrizio Cipriani, la liutaia Adele Sbernini, Chiara Alessi a parlarmi di design…

Avevano fatto tanta strada venendo da lontano in cerca di qualcosa che non fosse noioso, ma senza mai trovar niente, e adesso per giunta chissà quanto tempo ancora avrebbero dovuto restare nella nebbia, col freddo e la malinconia, prima di poter tornare dai loro genitori. Allora è venuto loro il sospetto che la vita potesse essere tutta così.

[Pianura, Marco Belpoliti]

Già. In ogni modo, per chi legge qui sul blog, e non segue sui social, o segue poco, segnalo comunque delle cose da leggere rispetto al tema pandemia/AstraZeneca. Questo post di Marco Cattaneo, questo articolo su Saluteinternazionale.info, e questo scritto da Luca De Fiore e Antonio Addis nientemeno che su BMJ. Riporto anche qui la sintesi che traggo dalla faccenda: “finché i dati sulle sperimentazioni cliniche ottenuti durante le ricerche sono chiusi e non aperti, li possono vedere solo le agenzie regolatorie, e non può esserci nessun vero onesto dibattito pubblico basato su evidenze.” Per capire meglio come viene approvato un farmaco o un vaccino, rimando alla chiacchierata che ho fatto con l’amico Antonio Clavenna del Mario Negri di Milano. Avrei anche scritto una cosa lungona ma approfondita sempre su 24+ del Sole 24 Ore, con intervista a Nicoletta Dentico sulla geopolitica del vaccino, ma non è ancora uscita. Appena esce ve la linko.

Passiamo alle letture, come sempre. Stamane leggevo per caso su Instagram una frase di Karen Blixen molto giusta. Dice: “Tutti i dolori sono sopportabili se li si fa entrare in una storia, o se si può raccontare una storia su di essi“. Sempre stamane, leggevo questa riflessione dello scrittore Paolo Nori (che probabilmente sarà a breve anche lui una perla di vetro), dal titolo puntuale: Paura. Dice Nori “A pensarci, non so se era depressione, forse era paura. Ho sofferto tanto di paura, nella mia vita.”

In questi giorni mi sono fatta accompagnare da un po’ di bella poesia, in particolare dai versi liberi di Franco Arminio, che su Instagram fa una cosa interessante, il baratto. Baratto di versi, intendo: ci sono dei giorni in cui manda poesie alle persone a cui stai pensando.

Anche Jordi Savall qui è poesia.

E anche questa di Wislawa:

Quattro miliardi di uomini su questa terra,
ma la mia immaginazione è uguale a prima.
Se la cava male con i grandi numeri.
Continua a commuoverla la singolarità.
Svolazza nel buio come la luce di una pila,
illumina solo i primi visi che capitano,
mentre il resto se ne va nel non visto,
nel non pensato, nel non rimpianto.
Ma questo neanche Dante potrebbe impedirlo.
E figuriamoci quando non lo si è.
Anche se tutte le Muse venissero a me.
Non omnis moriar – un cruccio precoce.
Ma vivo intera? E questo può bastare?
Non è mai bastato, e tanto meno adesso.
Scelgo scartando, perché non c’è altro modo,
ma quello che scarto è più numeroso,
è più denso, più esigente che mai.
A costo di perdite indicibili – una poesiola,
un sospiro.
Alla chiamata sonante rispondo con un sussurro.
Non dirò di quante cose taccio.
Un topo ai piedi della montagna materna.
La vita dura qualche segno d’artiglio sulla sabbia.
Neppure i miei sogni sono popolati come
dovrebbero.
C’è più solitudine che folle e schiamazzo.
Vi capita a volte qualcuno morto da tempo.
Una singola mano scuote la maniglia.
La casa vuota si amplia di annessi dell’eco.
Dalla soglia corro giù nella valle
silenziosa, come di nessuno, già anacronistica.
Da dove venga ancora questo spazio in me –
non so.

[ da «Grande numero», traduzione di Pietro Marchesani]

Rimane invece ancora da leggere Il Prigioniero libero di Giuseppe Trautteur (Adelphi).

Per il resto, questo è tempo di risvegli, naturalmente. Gironzolo molto in montagna, o meglio nei boschi, perché a star nel mio comune non c’è alta montagna. E seguo persone interessanti su Instagram, fra cui CapraeCavoli, una donna (medica di formazione) che sa TUTTO, e vi dico TUTTO, sulle erbe prealpine e alpine, e che tramite il suo profilo insegna a riconoscere che cosa cogliere e che cosa no, e perché. Una miniera competente.

Per il resto, come ogni anno al mio risveglio primaverile, sogno che l’anno che comincia (perché si sa che l’anno inizia in primavera), porti finalmente con sé anche il modo di avere un gallinaio da compagnia.